I cavoli “cuori di bue” sorridono sulle tavole di primavera

“Non conta un cavolo”, “non vale un cavolo”, si dice di una persona o di una cosa nei cui confronti si ha scarsa considerazione. Si tratta di un luogo comune perché in realtà il cavolo è un ortaggio di notevole valore. Pur nella sua umiltà e discrezione, ha una nobile e importante presenza nella storia dell’alimentazione, è nutriente e fa molto bene, in particolare per la ricchezza di vitamine e di sali minerali. E’ indicato nelle diete, per prevenire tanti malanni, per difendere il cuore e l’apparato respiratorio, per combattere l’anemia, per il benessere della pelle. 

Cavolo, medico dei poveri. Maurice Mességué, erborista e dietologo francese, definisce il cavolo “medico dei poveri” e ricorda l’impiego che i vecchi della sua terra ne facevano come rimedio contro i reumatismi. E’ sicuramente tra gli ortaggi più diffusi e apprezzati, si conserva piuttosto a lungo e non soffre nel trasporto. Tra le varietà più valorizzate vi è il “cuore di bue”, conosciuto anche come cappuccio lungo, Cape Horne, verzotto. In Italia è prodotto in gran parte nel Veneto (attorno all’80 per cento).  La coltivazione è diffusa in quasi tutta la Regione. Spesso è considerato un ortaggio di ripiego o complementare rispetto ad altri prodotti. Si distingue per la forma conica e compatta e si presta per il consumo fresco. Lo si trova in quasi tutto il periodo dell’anno, ma è la primavera la “sua stagione”, quando sorride sulle tavole con la sua freschezza e croccantezza. Con le sue proprietà nutrizionali. E’ cominciata da poco la raccolta della varietà primaverile del “cuore di bue” e il mercato sta rispondendo positivamente. Sergio Tronchin, responsabile del settore commerciale di OPO Veneto, rileva come la produzione veneta sia particolarmente apprezzata e si mantenga su posizioni stabili, con tendenza verso una leggera lievitazione. Buona la quotazione, attorno all’euro nel periodo pasquale e immediatamente dopo. Anche per questo ortaggio ci sono problemi di concorrenza estera: ne arrivano a prezzi competitivi dalla Spagna e dal Portogallo.

Tante curiosità, usanze e tradizioni attorno al cavolo cappuccio. Ne spigoliamo alcune tra le tante. I romani e i greci consumavano l’ortaggio crudo perché ritenevano che favorisse l’assorbimento dell’alcol. La bella favola del bambino che nasce o è trovato sotto il cavolo, un modo poetico, discreto e pudico per raccontare lo sbocciare della vita. Diverse le interpretazioni: semplici e intriganti. L’ortaggio viene raccolto a 9 mesi dalla semina, il tempo della gestazione di un bambino, e in alcune aree è simbolo di fertilità. La sua semina un tempo era compito della donna, che con un attrezzo ligneo metteva il piccolo seme nella terra. Oppure trapiantava le piantine facendo con il pollice un buchetto nella terra. Sono gesti che richiamano l’atto della fecondazione. Era un “rito” propiziatorio in civiltà rurali regalare un cavolo ai novelli sposi, che lo buttavano sul tetto della casa dove si auspicava che sbocciassero tanti bei pargoli. In Francia suona dolcissima l’espressione “mon petit chou”, mio tesoruccio, mio dolce amore. Letteralmente “Mio piccolo cavolo”. Si usa l’espressione tra mamma e figlioletto, ma anche tra innamorati e tra chi si vuole bene. Tutto questo mette in risalto la popolarità e l’importanza dell’ortaggio nel mondo rurale. Il nome deriva dal latino caulis ed ha più significati: cavolo, gambo, fusto, pianta, pene. Altro che cavolo!

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 93 follower