• Inserisci il tuo indirizzo email per iscriverti ad ARGAV Veneto e ricevere le news per e-mail.

    Unisciti agli altri 93 follower

  • Post più letti

  • Archivio articoli

Dalla benzina al biometano, una soluzione “green” è possibile

4873_BiometanoSostituire benzina e gasolio con il biometano. A breve termine può sembrare una “missione impossibile”, ma nel lungo periodo questa può essere una strada concreta da percorrere. Il biometano è infatti un carburante poco inquinante e già diffuso in diversi Paesi europei. Nella città di Malmoe, in Svezia, gli autobus urbani sono alimentati col biometano prodotto negli impianti di depurazione delle acque reflue e nei centri di trattamento dei rifiuti organici. Soluzioni che potrebbero essere applicate anche in Trentino.

Progetto europeo Biomaster. Il Trentino, infatti, assieme alla Regione della Scania (Svezia), alla Contea di Norfolk (Inghilterra) e alla Regione di Malopolska (Polonia) rappresenta la zona italiana di approfondimento sulle tematiche legate al biometano, partecipando al progetto europeo Biomaster. I partner trentini del progetto sono Fondazione Edmund Mach, Dolomiti Energia, ACSM Primiero, Centro Ricerche Fiat – Sede di Trento e Trentino Trasporti.

Il biometano. Ma torniamo al focus del progetto Biomaster, ovvero il biometano. Come si realizza? Partendo dalle biomasse si produce biogas che viene purificato in biometano, un combustibile alternativo, ottenuto da fonti rinnovabili, che può essere impiegato nei veicoli alla stregua del metano di origine fossile e che, inoltre, può essere immesso nella rete del gas naturale. Per questi motivi viene utilizzato per il trasporto pubblico (come in Svezia), oppure per la rete del gas naturale (in Inghilterra). Molti Stati europei hanno già legiferato in quest’ottica definendo sia la qualità del biometano sia le modalità di copertura dei costi per l’allacciamento alla rete e per la distribuzione attraverso le stazioni di rifornimento. In Italia il biometano è attualmente argomento di discussione presso i Ministeri competenti, ma il nostro è un Paese certamente interessato, da un lato per l’estensione della rete del gas naturale (oltre 31.000 km, la più ampia in Europa), dall’altro per il numero di mezzi a metano in circolazione (circa 700.000, il numero più alto nel Vecchio Continente).

Forte limite la mancanza di stazione di rifornimento provviste di pompa a metano. E il Trentino come si configura in questo scenario? Da un’indagine svolta nei mesi scorsi dai partners trentini è emerso un elevato interesse verso questo tipo di carburante, ritenuto a ragione meno inquinante del metano fossile. Tuttavia, la scarsa presenza di stazioni di rifornimento provviste di pompa a metano (in provincia sono solo 4) rappresenta un forte limite alla diffusione di veicoli a gas naturale. Per modificare questa situazione la Provincia autonoma di Trento ha recentemente approvato un regolamento che prevede di arrivare a 17 stazioni di rifornimento sul territorio, agevolando le modalità per la realizzazione degli impianti e rendendo obbligatorio per le nuove stazioni di rifornimento anche la presenza della pompa a metano oltre che a idrometano.

(Fonte: Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige)

Biogas, il vero obiettivo è il 2050

Il decreto ministeriale in vigore dal 1° gennaio 2013 apre nuove opportunità per il biogas ma occorre una strategia di produzione che vada oltre il 2015. Questo in sintesi il parere dagli esperti convenuti alla Fiera del Bovino da Latte a Cremona sabato 27 ottobre scorso al convegno “La redditività del biogas con i nuovi incentivi” organizzato da L’Informatore Agrario alla Fiera del Bovino da latte a Cremona in collaborazione con Cremonafiere.

Obiettivo 20150, decarbonizzazione fino all’80%. «Tre anni sono un orizzonte temporale troppo corto per consentire l’organizzazione di una filiera e permettere all’industria di programmare investimenti in ricerca e sviluppo» spiega Antonio Boschetti, direttore de L’Informatore Agrario. Da Sofia Mannelli, responsabile normativa di Chimica Verde Bionet, una visione di ampio respiro per un decreto «che premia maggiormente i sottoprodotti di origine biologica e disincentiva le colture dedicate». La Mannelli ha spiegato che «occorre tenere a mente l’obiettivo del 2050: la decarbonizzazione fino all’80% con energie rinnovabili come fonte primaria». Un obiettivo ambizioso per cui l’Italia può impegnarsi puntando sull’aggregazione tra aziende agricole interessate a sviluppare multifunzionalità con le bioenergie «Gli incentivi possono garantire così il ragggiungimento della grid party, cioè che le energie da fonti rinnovabili abbiano lo stesso prezzo delle energie tradizionali da fonti fossili».

Ulteriori contributi sono stati forniti da specialisti del settore. «Alla luce del nuovo decreto è importante pianificare cosa utilizzare come materia prima negli impianti a biogas perchè sono previste verifiche e le biomasse che usufruiscono delle tariffe incentivanti devono essere tracciate» ha detto Lorella Rossi, del Crpa (Centro ricerche e produzioni animali). Da Fabrizio Adani, del Dipartimento di scienze agrarie e ambientali dell’Università di Milano, soluzioni per abbattere il livello di azoto – l’agricoltura è una delle principali fonti di emissioni in atmosfera di azoto ammoniacale – per accedere ai bonus tariffari, «aumentando l’efficienza del digestato e sostituendo l’urea con fertilizzanti rinnovabili ottenuti dal digestato».

Gli scenari. Alessandro Ragazzoni del Dipartimento di economia e ingegneria agrarie dell’Università, dopo aver esposto scenari diversi per la redditività degli impianti, ha suggerito: «La strategia vincente sarebbe creare per gli impianti da reflui zootecnici una filiera integrata composta da alcuni “anelli”: quello legato alla produzione di carne bovina, suina e di latte». E ha aggiunto: «Partendo dalla produzione in stalla di latte e carne è determinante valutare quale sia il reddito complementare che la produzione di energia rinnovabile e di digestato fornisce all’imprenditore zootecnico». Ha concluso il convegno Gian Luca Migliorini, Engineering portfolio manager di RSA, che ha fatto chiarezza sugli aspetti assicurativi.

(Fonte: Edizioni L’Informatore Agrario)

Biogas: per 34.000 aziende una nuova fonte di reddito, se ne parla il 27 ottobre 2012 nel convegno de L’Informatore Agrario alla Fiera del bovino da latte di Cremona (25-28/10/12)

Nuove prospettive di reddito con il biogas per le 34.000 aziende lattiero-casearie italiane grazie agli incentivi che saranno erogati dal 1̊ gennaio 2013. «Il decreto ministeriale dell’11 aprile 2012 favorisce la crescita di impianti con potenza al disotto dei 300 kW e alimentati a reflui zootecnici, riducendo al solo 30% la eventuale quota di insilati di cereali» spiega Alessandro Ragazzoni, docente all’Università di Bologna, relatore sabato 27 ottobre al convegno “La redditività del biogas con i nuovi incentivi” organizzato da L’Informatore Agrario alla Fiera del Bovino da latte (25-28 ottobre 2012) a Cremona in collaborazione con Cremonafiere.

ll biogas si fa strada nelle stalle italiane. Il comparto agroenergie italiano è destinato quindi nel tempo a cambiare volto segnando l’incremento di impianti di piccola taglia, in controtendenza rispetto al 2011 in cui, in base a dati diffusi dal Crpa, la classe di potenza tra i 500 e i 1.000 kW ha segnato +189%. «Negli ultimi dieci anni il settore del biogas ha registrato uno sviluppo esponenziale passando dai 50 impianti prima del 2000 ai 521 del 2011- chiarisce Antonio Boschetti, direttore de L’Informatore Agrario-. In parallelo la potenza è aumentata: dai 3,3 MW installati prima del 2000 si è giunti ai 349,7 del 2011». Quanto alla dieta, da aprile 2007 a maggio 2011 si sono moltiplicati gli impianti alimentati a effluenti, sottoprodotti e colture dedicate, passati da 58 a 194 (+37,2%), con la conclusione che hanno raggiunto il primo posto come quota (57,9%) mentre quelli a base di soli effluenti zootecnici contano per il 29%. «Una quota destinata invece ad aumentare dall’anno prossimo» spiega Alessandro Ragazzoni.

Cremona e Brescia le provincie “zootecniche” con il record di impianti in Lombardia, regione capofila in Italia. Il convegno de L’Informatore Agrario metterà a confronto esperti su un settore in profonda evoluzione. In base al censimento Crpa, dal 2007 al 2011 gli impianti a biogas sono passati da 154 a 521. La regione leader è la Lombardia con 201 impianti seguita a grande distanza da Veneto (78), Piemonte (72) ed Emilia Romagna (63). Da notare che Lombardia e Piemonte vedono concentrati gli impianti proprio in provincie importanti per la zootecnia nazionale: rispettivamente Cremona, con 64 impianti (30,4% del totale regionale e 12,2% di quello nazionale) e Brescia con 49 (23,3% del totale regionale e 9,4% di quello nazionale). Per il Piemonte la capofila è Cuneo con 35 impianti sui 72 regionali, la potenza è passata dai 450 kW/impianto del 2010 a circa 750 kW nel 2011, con un incremento del 65%.

(Fonte: Edizioni L’Informatore Agrario)

Bioenergie, giunta veneta ne fissa i limiti, Coldiretti plaude alla scelta

Bionergie sì, ma non ad ogni costo: non a scapito del territorio e non a scapito delle produzioni agricole destinate all’alimentazione. E’ questa in sostanza la scelta del Veneto, formalizzata lo scorso 7 agosto dalla giunta regionale su iniziativa dell’assessore all’agricoltura Franco Manzato di concerto con l’assessore all’energia Massimo Giorgetti e l’assessore all’ambiente Maurizio Conte, che ha individuato le aree e i siti considerati “non idonei alla costruzione e all’esercizio di impianti per la produzione di energia alimentati da biomasse, biogas e per produzione di biometano”.

Etica e mercato. “Il provvedimento – ha affermato Manzato – limita la possibilità di realizzare ovunque questi impianti ma limita anche l’impiego indiscriminato di produzioni vegetali, andando incontro alle esigenze etiche riferite alle finalità alimentari dell’agricoltura ed evitando turbative nel mercato per eccesso di domanda alimentare rispetto all’offerta. Nessun limite viene invece posto per l’impiego energetico degli scarti agroindustriali. Rimangono peraltro invariati i limiti per impianti al di sopra di 1 megawatt. Tutto questo – ha concluso Manzato – è in linea con le indicazioni del Ministero dello sviluppo sia per quanto riguarda la tutela del territorio, sia per quanto concerne la riduzione della dipendenza energetica da fonti fossili”.

Le aree ed i siti inadatti alla realizzazione e al funzionamento delle centrali a biomassa. Il provvedimento della Giunta veneta individua come non utilizzabili per la realizzazione di impianti di bioenergia:

  • siti che siano dichiarati patrimonio storico-architettonico e del paesaggio o inseriti nella lista mondiale dell’UNESCO;
  • aree e beni di notevole interesse culturale;
  • aree e immobili dichiarati di notevole interesse pubblico;
  • aree tutelate per legge; zone all’interno di coni visuali la cui immagine è storicizzata e identifica i luoghi in termini di notorietà internazionale di attrattività turistica;
  • zone umide di importanza internazionale, le Important Birds Areas;
  • le aree incluse nella Rete Natura 2000;
  • le aree naturali protette (nazionali, regionali e locali);
  • aree che svolgono funzioni determinanti per la conservazione della biodiversità;
  • aree di dissesto o rischio idrogeologico;
  • geositi;
  • aree di salvaguardia delle acque superficiali e sotterranee destinate a consumo umano;
  • aree agricole interessate da produzioni biologiche, DOP, IGP, IGT, DOC, DOCG, produzioni tradizionali;
  • aree agricole di particolare pregio rispetto al contesto paesaggistico culturale.

Coldiretti: frenata la corsa all’accaparramento di 45 mila ettari a silomais. La delibera presentata in Giunta e sottoposta al parere del Consiglio regionale, oltre ad anticipare i passi concreti di un decreto nazionale che riveda la politica degli incentivi per l’agroenergia atteso da Coldiretti, ridimensiona la corsa all’accaparramento di ben 45 mila ettari coltivati a silomais per la realizzazione di impianti a biogas. Il rischio – spiega Coldiretti – è la lenta chiusura gli allevamenti, illusi dal percepimento di aiuti che porteranno alla loro stessa rovina, restituendo all’agricoltura altre colate di cemento e incalcolabili conseguenze ambientali. Lo snodo è ancora il sostegno pubblico (0.28 centesimi per kilowatt) accordato per la produzione di energia pulita che causa un fortissimo elemento di disturbo nell’economia agricola del Veneto. Secondo Coldiretti, infatti, cresce il costo della razione bovina per la quale il ceroso è ingrediente principale e aumenta il valore degli affitti per tutti gli agricoltori, viste le maggiori possibilità economiche degli speculatori che sono disposti a stipulare contratti di lunga durata con canoni di affitto molto elevati. Lo stop arriva proprio dalla Regione Veneto, la stessa che ha dato fino ad ora l’ok a quasi 170 cisterne per una potenza complessiva pari a 142 MW. La gran parte è di tipo misto, ovvero prevede la miscela anche se i liquami rappresentano una frazione minore. È quindi possibile stimare già ora un fabbisogno di terreni coltivati “ad hoc” di 14.000 ettari, di fatto sottratti alla filiera agro-zootecnica regionale. “Eppure – conclude Coldiretti – esiste in Veneto un potenziale inespresso di sotto prodotti che possono essere recuperati dal punto di vista energetico: 6,5 milioni di metri cubi di liquami, 4,8 milioni di tonnellate di letami e 357 mila tonnellate di scarti organici agro-industriali. La resa in metano minore di queste matrici rispetto al silomais potrebbe essere considerata, erogando incentivi maggiori per i sotto prodotti, in virtù della maggiore sostenibilità ambientale”.

(Fonte: Regione Veneto/Coldiretti Veneto)

Bioenergie, dopo la “semina” dei pannelli solari arriva il business dei digestori. Coldiretti Veneto chiede un piano energetico regionale.

“Serve il governo del comparto delle energie rinnovabili” – lo chiede Coldiretti Veneto che dopo la diffusione selvaggia del fotovoltaico su suolo agricolo lancia l’allarme per la proliferazione dei digestori su tutto il territorio regionale. Queste realtà erodono intere coltivazioni di mais per sostenere gli impianti che anzichè usare liquami o altri sottoprodotti, impiegano il silomais che è la base della razione alimentare dell’allevamento veneto.

Porre un freno al business dei digestori. Così da Thiene (Vi) a San Biagio (Tv) e per altri 50 casi a livello regionale gli allevatori delle aree più vocate devono sopportare maggiori costi per nutrire gli animali a causa delle distorsioni create dagli operatori disposti ad affittare terreni a prezzi fuori mercato. “Per garantire, da un lato, la necessità di progredire nella produzione da queste fonti secondo disposizioni europee e, dall’altro, per salvaguardare le produzioni agricole, il paesaggio, le tradizioni locali, come peraltro stabilito dalle norme nazionali è necessario un piano energetico regionale chiaro – insiste Coldiretti che ricorda che su questa partita, tutti, ad iniziare dagli enti locali, possono contribuire nella consapevolezza che le giuste iniziative vanno attuate, mentre, le pure speculazioni vanno assolutamente respinte.

Necessario l’intervento della Regione. “Non si tratta quindi di essere o meno a favore delle energie pulite – evidenzia Coldiretti Veneto – ma di assumere responsabilmente il ruolo di amministratori del bene pubblico che hanno a cuore le reali esigenze dei cittadini”.  “I vari ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato hanno fermato la corsa ai pannelli in pianura Padana, un recente decreto nazionale ha pure tolto gli incentivi al fotovoltaico a terra – conclude l’associazione agricola da sempre in prima linea per la tutela ambientale – ora chiediamo che il legislatore regionale non sia più latitante ed intervenga per porre rimedio alla conquista di campi agricoli da parte di grandi soggetti economici interessati all’installazione di grandi biodigestori che nulla hanno a che fare con l’agricoltura locale”. A tal proposito Coldiretti ricorda di aver presentato una propria proposta in merito, disattesa dalla politica regionale che ha preferito affidarsi a consulenti industriali per la definizione dello stralcio di Piano agro energetico.

(Fonte: Coldiretti Veneto)

Negli orti del Polesine avanti con le bioenergie

In una decina di aziende orticole del Polesine, nella zona attorno a Lusia e a ridosso del fiume Adige, si è entrati nel secondo anno di sperimentazione di bioenergie. I risultati, commenta il tecnico di OPO Veneto Massimo Pezzuolo, sono più che incoraggianti.

Si utilizza materiale plastico biodegradabile (MaterBi) ottenuto da amido di mais per la pacciamatura, si adottano bioteli e si ricorre a impianti irrigui a basso consumo. La concimazione chimica è ridotta al minimo, sostituita da sostanze organiche, il cui tempo di decomposizione è di alcuni mesi, mentre occorrono mille anni per le materie plastiche sintetiche. Per l’imballaggio dei prodotti Igp si privilegia il mono-prodotto totalmente riciclabile. In sostanza, rileva Massimo Pezzuolo, si cerca di produrre nel rispetto dell’ambiente e del territorio, come, del resto, viene richiesto dall’Unione europea, le cui normative sono sempre più mirate in tale direzione.

Il progetto, di durata biennale, è realizzato in collaborazione con soggetti pubblici e privati, come il Mercato Ortofrutticolo di Lusia, il Consorzio di tutela dell’insalata Igp di Lusia, OPO Veneto, Veneto Agricoltura, azienda della Regione, il Servizio Fitosanitario Regionale. C’è la collaborazione di Novamont, azienda chimica italiana attiva nella ricerca e nella produzione di materiale bioplastico. In questo secondo anno di sperimentazione si è avviata un’operazione di verifica per cercare di parametrare scientificamente il “rapporto causa ed effetto”, ossia i risultati che si ottengono producendo con criteri sostenibili ed ecocompatibili.

Gettate le basi per un’orticoltura innovativa. In particolare per l’acqua di uso irriguo la ricerca sarà condotta con il dip. TESAF dell’Università di Padova. Nel frattempo continuano le prove varietali e la sperimentazione in campo di tecniche di produzione e di materiale biodegradabile. Gli orticoltori sono con continuità sensibilizzati attraverso azioni di informazione e di aggiornamento. A Lusia, dunque, ed è questo l’obiettivo di tutta l’operazione, si stanno gettando le basi per un’orticoltura innovativa, basata soprattutto su criteri di buone pratiche agricole, rispettose dell’ambiente e del territorio.

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

5 maggio 2012, la prima “Notte Verde del Nordest”

La Notte Verde del Nordest è una lunga notte nel segno della sostenibilità, che mette in connessione città e quartieri dell’area metropolitana tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, in programma il 5 maggio 2012. Per la prima volta un’area così vasta si mobilita attorno ad una delle principali leve di sviluppo economico e sociale, evidenziando quanto la Green Valley del Nordest sia un luogo ad alta concentrazione di esperienze all’avanguardia in tema di sostenibilità, un laboratorio diffuso sul fronte imprenditoriale, culturale ed istituzionale.

Coinvolte una trentina di città, 1.000 imprese e 200 mila cittadini. Ideato da Nordesteuropa.it e promosso insieme a Sette Green, con la media partnership di Radio 24 e Ansa, il progetto è proposto nell’ambito della V edizione del Festival delle Città Impresa (2-6 maggio)Dodici tra città e territori hanno già espresso la loro adesione: Padova, Venezia, Vicenza, Udine, Gorizia, Schio, Bassano del Grappa, l’Unione dei Comuni del Camposampierese, Pieve di Soligo, Valdagno, Miranese e Riviera del Brenta, Adria. Filiberto Zovico, direttore del Festival delle Città Impresa, in cui l’evento si inserisce, ha presentato la Notte Verde come manifestazione plurale, diffusa su un territorio che su questi temi ha grandi opportunità e grandi contraddizioni. La Notte Verde si rivolge al mondo delle imprese, ai cittadini e ai soggetti pubblici per riflettere su una nuova fase di sviluppo. Un evento che ha l’opportunità di diventare la più grande manifestazione europea nel suo genere, coinvolgendo una trentina di città, 1.000 imprese e qualcosa come 200.000 cittadini.

Nell’Anno Internazionale dell’Energia Sostenibile, proclamato dalle Nazioni Unite, la Notte Verde sarà luogo di confronto – tra cittadini, istituzioni e imprese – sui progetti realizzati e sulle nuove prospettive della green economy così come della green society. Dibattiti e workshop, presentazione di progetti e prodotti, performance artistiche, degustazioni di prodotti biologici o a km 0, animeranno le città del Nordest, per esplorare le migliori esperienze sostenibili: tecnologie pulite ed energie alternative, mobilità e gestione dei rifiuti, bio-architettura e design, smart city, agricoltura, paesaggio, formazione. Saranno aperti anche gli esercizi commerciali e gli spazi culturali, che si coloreranno di verde per un’intera notte.

Nordest, territorio dall’economia verde. Nella classifica dell’Indice di Green Economy (IGE), elaborata nel 2011 da Fondazione Impresa di Mestre e centrata sui settori più coinvolti dall’economia verde, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto sono rispettivamente al primo, terzo e quinto posto in Italia. Mentre dal Rapporto GreenItaly 2011, condotto da Fondazione Symbola e Unioncamere, emerge come il 2011 sia stato l’anno della svolta green per le imprese italiane. La percentuale di PMI manifatturiere che ha investito in prodotti e tecnologie verdi è quasi raddoppiata rispetto al 2010 e il Nordest è l’area che ha implementato maggiormente questa performance: le piccole e medie imprese votate alla sostenibilità sono passate dal 28,3% nel 2010 al 57,3% nel 2011.

(Fonte: Nordesteuropa.it)

A tutto gas (bio), in Veneto previsti quasi 100 impianti nel 2012

In Italia sono 520 gli impianti (tra operativi e in via di costruzione) che utilizzano biomassa agricola per la produzione di biogas. Nel Veneto, ad oggi, siamo a quota 44; e se sommiamo a questi i già autorizzati (28) ma non ancora operativi e quelli in fase istruttoria, gli impianti nel 2012 saranno quasi 100, per un totale di potenza elettrica nominale pari a 85-90 MWe (fonte: Regione Veneto).

Il punto dell’Osservatorio Economico di Veneto Agricoltura. Solo un paio di anni fa (giugno 2009) gli impianti autorizzati nella nostra regione, che si basano su l’utilizzo di biomassa prodotta in ambito agricolo (reflui zootecnici, produzione vegetale dedicata o sottoprodotti agricoli), si fermavano a 28, quindi più che triplicheranno in tre anni.  La maggior parte degli impianti utilizzano una miscela di reflui zootecnici, principalmente di origine bovina (55%), e di biomassa vegetale (mais, triticale, orzo, ecc.); la provenienza è tanto interna all’azienda, che acquisita dall’esterno. Altri impiegano esclusivamente biomassa vegetale (23%) e sono stati pensati per la sola produzione di energia elettrica. Il 7% circa si basa su reflui suini, mentre i rimanenti adoperano combinazioni di reflui bovini, suini, cunicoli e pollina. Sul territorio la presenza di impianti privilegia la provincia di Venezia (30%), a seguire vengono Padova (23%), Verona (19%) e Rovigo (17%), mentre risultano ancora marginali le altre province, in particolare Vicenza e Belluno con zero impianti. Sorprendente, quindi, l’aumento degli impianti a biogas in Italia negli ultimi anni, con una crescita a due cifre percentuali. Secondo un recente monitoraggio del CRPA l’incremento del numero di impianti in Italia è stato superiore al 90% tra la fine del 2009 e la metà del 2011.

“Biomasse: l’energia della tradizione che guarda al futuro”, incontro a Padova mercoledì 12 ottobre 2011

Il futuro delle biomasse in Italia e in Veneto sarà il tema al centro del convegno “Biomasse: l’energia della tradizione che guarda al futuro” in programma il prossimo 12 ottobre alla Camera di commercio di Padova (Centro conferenze alla Stanga, via Zanellato 21, dalle 9.15 alle 13.15).

Presentati gli indicatori di sostenibilità per le bioenergie. Studiosi dell’Università di Padova, politici, esperti internazionali, aziende e associazioni si confronteranno sul ruolo delle biomasse nello sviluppo energetico del Paese e della Regione Veneto. Si discuterà di cosa s’intende per biomasse oggi, quali sono i costi e benefici per chi le utilizza e quali sono le nuove tecnologie per il settore. Saranno presentati gli indicatori di sostenibilità concordati a livello mondiale per le bioenergie, i dati del primo Osservatorio Agroenergia in Italia, le politiche regionali venete in materia di biomasse e i casi di successo di “biomasse virtuose” con una testimonianza diretta delle aziende.

Relatori. All’incontro, organizzato dalla rivista di ambiente ed energia e-gazette, in collaborazione con Sib Siber, azienda bolognese specializzata nella produzione di energia da fonti rinnovabili, interverranno Arturo Lorenzoni dell’Università di Padova, Roberto Morandi della Regione Veneto, Giustino Mezzalira di Veneto Agricoltura, Michela Morese, del Segretariato Onu Global Bioenergy Partnership, Alessandro Marangoni, di Althesys, Piero Mattirolo di EnergEtica Onlus, e Marco Monari di Sib Siber. Il punto di vista delle associazioni emergerà nel dibattito moderato da Lorenza Gallotti, direttore di e-gazette, a cui parteciperanno Davide Sabbadin di Legambiente Veneto, Deborah Piovan di Confagricoltura Veneto e Giancarlo Lunardi di A.V.A. (Associazione Avicoltori Veneti).

(fonte Sib Siber)

Veneto, bando per finanziare trasformazione e sfruttamento biomasse forestali

Con la delibera del 3 agosto 2011 la Giunta Regionale del Veneto ha aperto i termini di un nuovo bando del Programma di sviluppo rurale. In particolare segnaliamo le misure che riguardano direttamente o indirettamente la valorizzazione energetica forestale:

Misura 123/F Azione 2: Interventi per la trasformazione e lo sfruttamento delle biomasse forestali ai fini energetici. Per le imprese forestali, gli operatori del settore foresta legno e per gli imprenditori agricoli il bando prevede in sintesi il finanziamento dei macchinari dedicati alla trasformazione della biomassa forestale ai fini energetici ed anche la loro seconda lavorazione (pellet, cippato, bricchetti), la creazione di piazzole attrezzate, l’acquisto e l’installazione di centrali termiche a legno, pellet, cippato, bricchetti). In questo caso l’energia termica ed elettrica deve prevalentemente essere ad uso interno 51%, è ammessa la vendita della restante parte di energia. L’importo ammesso a bando è pari a 2.000.000 di euro. L’entità dell’aiuto è pari al 50% della spesa ritenuta ammissibile. La spesa minima è pari a 25mila euro.

Misura 122 azione 3: Investimenti per la prima lavorazione del legname. Per i proprietari e detentori di boschi e per le imprese forestali collegate ai proprietari da contratti di utilizzazione e gestione boschiva sono finanziati gli investimenti per l’acquisto di macchinari connessi alle operazioni selvicolturali a carico delle superfici boscate. Tra le varie attrezzature specialistiche sono indicate anche le cippatrici, i caricatori di biomasse e altri macchinari connessi alla raccolta di biomasse legnose. L’importo a bando è di 1.300.000 euro e l’entità del contributo è del 40% elevabile al 50% nel caso di acquisto di apparecchiature innovative.

Misura 122  azione 2: Miglioramento boschi produttivi. A favore di proprietari privati di foreste e relative associazioni e consorzi, Comuni e Comunità montane proprietari di foreste, associazioni miste di privati e comuni proprietari di foreste sono finanziati interventi straordinari di riconversione produttiva e miglioramento del bosco.  Sono ammesse le spese sostenute per i lavori di intervento e cure colturali, ivi compresi i lavori di cippatura. Il materiale di risulta ottenuto dagli interventi selvicolturali realizzati nell’ambito di questa misura, dovrà essere trasformato in cippato e legna a pezzi. Il contributo è fissato al 60% della spesa ammessa elevato al 70% nelle zone montane.

(fonte Agricolturaonweb)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 93 follower