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Da allevatori a manager dopo l’incubo quote latte, presentato a Cremona il “cruscotto di gestione aziendale” SATA per la migliore gestione dell’azienda agricola

quote_latte Prezzi volatili e mercati instabili per il post quote latte impongono agli allevamenti italiani di fare bene i conti e di associarsi per trasformare o anche solo collocare il proprio latte. Questo, in estrema sintesi, il messaggio lanciato nel convegno “La realtà economico-finanziaria delle aziende da latte lombarde, secondo nuovi indici di competitività” organizzato da L’Informatore Agrario con SATA-Regione Lombardia e CremonaFiere alla Fiera Internazionale del Bovino da Latte a Cremona.

Lo scenario mondiale post quote latte. “Gli agricoltori devono necessariamente confrontarsi con un mercato mondiale dove produrre qualità rappresenta la chiave competitiva comunque, che si produca per le dop o meno” ha introdotto Antonio Boschetti, direttore responsabile de L’Informatore Agrario. “In base ai dati della Commissione europea, la media dei prezzi del latte in Europa nei primi sei mesi del 2014 è leggermente superiore (+0,6%) a quella del secondo semestre 2013. Questo aumento è dovuto alla domanda di latte in polvere della Cina, il più grande Paese importatore di prodotti lattiero-caseari, tra febbraio e marzo scorso, che ha fatto schizzare i prezzi in alto. “Ora sono in fase di calo, ma si tratta solo di una tendenza e comunque manteniamo livelli elevati – ha detto Daniele Rama, della Scuola Superiore di Economia Agraria (SMEA) dell’Università Cattolica di Cremona-. Non ci troviamo, quindi, in una crisi strutturale ma all’interno di un mercato con oscillazioni di prezzo che vanno governate e in cui i trend di crescita della domanda mondiale a 10-15 anni saranno positivi”. In questo contesto, la produzione in Europa continua a segnare aumenti (+18%), con Nuova Zelanda a quota +48%, Stati Uniti a +31% e Australia a +29%.

L’eccedenza di latte in UE dovuta all’embargo della Russia, importante importatore di derivati del latte, sta mostrando forti ripercussioni sull’equilibrio del mercato europeo e sta determinando una diminuzione del prezzo del latte che però per ora non coinvolge l’Italia. In questo scenario Rama ha prospettato alcune strategie di indirizzo per il nostro Paese: “Se la domanda a livello mondiale cresce, produrre di più non è la soluzione. Quello che conta è governare l’instabilità a livello aziendale e aggregato”. Sulla stessa linea d’onda Emanuele Oberto Tarena, di Intesa Sanpaolo, che ha tra i suoi clienti numerosi allevatori: “Occorre puntare su un piano condiviso con tutti gli attori della filiera”.

Prospettive per l’Italia a partire dallo studio SATA su 80 stalle lombarde. “Anche in un mercato in evoluzione a fare la differenza è l’efficienza dell’impresa e la capacità di fare utili – ha commentato Federico Giovanazzi, dirigente del settore Sviluppo di Industrie e Filiere Agroalimentari della Regione Lombardia. Il fatto che una piccola parte di aziende interessate dallo studio SATA abbia prodotto a costi pari a circa 30 Euro per 100 kg di latte, in linea con le quotazioni mondiali, lascia ben sperare”. “Tante aziende chiudono o vendono, il 50% delle imprese nello studio SATA è in rosso: una gestione virtuosa del bilancio farebbe la differenza” ha testimoniato l’allevatore lombardo Giovanni Venier, che ha partecipato al progetto SATA, da cui deriva lo studio presentato nel convegno alla Fiera Internazionale del Bovino. Un progetto che ha interessato nel 2013 un campione di 80 aziende lombarde che allevano da 50 a oltre 500 vacche, con produzioni che vanno da 50 a quasi 120 hl di latte venduto per vacca nell’anno. “Con il database che il Progetto economia ha generato abbiamo per la prima volta messo a punto dei valori di riferimento a livello economico, finanziario e monetario che ci consentiranno di realizzare un cruscotto economico dell’azienda zootecnica per una gestione economica efficiente delle nostre stalle” ha prospettato Michele Campiotti, specialista SATA per il settore gestione aziendale ed economia. Otto i parametri che l’allevatore deve tenere sott’occhio: il costo di produzione per 100 litri (euro), la Plv e l’utile netto per vacca allevata (euro), il capitale proprio su quello totale investito in azienda e gli indici finanziari Rod, Roi, Rot e Ros.

I risultati dell’indagine 2013. Tre le voci di costo più importanti dello studio, raffrontate a quelle del 2012 spiccano gli alimenti acquistati, la manodopera e gli affitti. “Per 100 litri di latte l’azienda media ricava 47,10 euro e riesce ad avere anche altri 12,54 euro da altre entrate, arrivando così a una plv complessiva di 59,64 euro per 100 litri. I costi di produzione totali, comprensivi in questo calcolo della manodopera familiare, raggiungono i 50,64 euro per 100 litri di latte, facendo rimanere 9,00 euro per la remunerazione degli altri beni apportati dall’imprenditore”.
L’andamento complessivo è simile a quello dello scorso anno (nel 2012 erano 32 su 70, il 45,7% gli allevamenti che chiudevano in negativo) con il 45% di allevamenti inefficienti. Si può notare anche un allargamento della forchetta: il valore massimo dista 2.872 euro da quello minimo (2.614 euro nel 2012). “Si conferma, quindi, anche quest’anno un divario attribuibile all’efficienza che va sicuramente da +1.000 a –1.000 euro – ha concluso Michele Campiotti. Basti pensare che l’azienda più efficiente avrebbe un utile netto pari 0 con il prezzo del latte (al lordo di Iva e premi) a 38,9 euro per 100 L, mentre l’azienda peggiore raggiungerebbe un utile netto 0 con il prezzo del latte a 70,7 euro per 100 L! In altre parole: una buona gestione può arrivare a valori di 20-30 euro per 100 litri di latte”.

Fonte: Edizioni L’Informatore Agrario

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