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Nuovi vitigni “super” resistenti ai cambiamenti climatici e alle malattie, se ne è parlato a Vinitaly 2016

Vigneto a Conegliano (TV)

Vigneto a Conegliano (TV)

Nuovi progressi dalle biotecnologie per aiutare i vitivinicoltori a coltivare uve con minor uso di fitofarmaci e ottenere vini sostenibili a vantaggio della salute dei consumatori. Se ne è parlato a Vinitaly 2016 nel convegno organizzato da L’Informatore Agrario in collaborazione con la manifestazione, Crea ed Ersa.

Potenzialità, limiti e prospettive delle viti resistenti. E’ questo un tema di grande attualità in un momento storico felice per il vino italiano, basti pensare che sono stati richiesti 66.000 ettari di autorizzazioni per la coltivazione della vite, di cui 40.000 tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, due regioni sensibili all’impiego di varietà frutto di incroci e resistenti alle malattie per coniugare salute e business. “Dopo che l’UE ha introdotto una direttiva per ridurre l’impatto e i rischi legati all’uso dei prodotti fitosanitari, la difesa integrata è diventata un must, sono nati norme locali e protocolli viticoli di eccellenza, ad esempio in Valpolicella e in Valdobbiadene – spiega Antonio Boschetti, direttore de L’Informatore Agrario. ”L’aumento della temperatura di circa 2°C nelle principali zone viticole e la comparsa di nuove malattie come la virosi del Pinot grigio oggi impongono di pensare a nuove soluzioni a basso impatto ambientale coome l’impiego di varietà resistenti naturalmente”.

Università di Udine, registrate 10 varietà di vitigni resistenti alle malattie. “In Europa la viticoltura occupa il 3% della superficie agricola e impiega il 65% di tutti i fungicidi in agricoltura (68.000 ton all’anno) (Eurostat, 2007) – ha spiegato Raffaele Testolin, dell’Università di Udine. Per fortuna alcuni ricercatori da 150 anni lavorano per ottenere varietà ottenute da incroci di viti che oggi sono cloni degli originali e garantiscono resistenza alle malattie e al clima con ottime performance in campo”. In particolare dal 1998 l’Università di Udine ha introdotto oltre 800 accessioni di vite in collezione, lavorando sul genoma. Dieci le varietà registrate, metà a bacca bianca e metà a bacca rossa: da Sauvignon a Cabernet Sauvignon a Merlot a Tocai friulano.

Registrate varietà resistenti anche in Trentino. Siccità, eccessiva piovosità sono gli eventi metereologici estremi che oggi affliggono la viticoltura,  emergono anche problematiche legate ai nuovi ambienti dove coltivare la vite nel mondo. “La variabilità e la biodiversità favoriscono il miglioramento genetico della vite – ha detto Marco Stefanini, della Fondazione E. Mach. Tra il 1999 e il 2010 abbiamo individuato 270 genotipi resistenti alla botrite e ai marciumi, oggi abbiamo circa 20 prototipi di viti resistenti ottenute da Teroldego e Marzemino; abbiamo inoltre iscritto nel Registro nazionale delle varietà Rebo, Sennen, Gosen e Goldtraminer”.

Legislazione, non va di pari passo con la ricerca. Fervida, peraltro, la ricerca su portainnesti super performanti, come ha testimoniato Lucio Brancadoro, dell’Università di Milano. “Oggi le scienze omiche offrono la possibilità in genomica di studiare dal DNA al fenotipo, individuando le variazioni specifiche ed effettuando modificazioni mirate nei singoli geni – ha spiegato Michele Morgante, dell’Università di Udine. La cisgenica permette inoltre di inserire uno o pochi geni che determinano la resistenza in varietà già esistenti”. Ma se gli studi sono in fase avanzata, la legislazione sulle viti resistenti non lo è altrettanto. “Oggi si possono utilizzare i vini ottenuti da varietà resistenti solo dove sono ammesse alla coltivazione e per vini da tavola o a indicazione geografica, dove c’è una nuova apertura in ambito europeo” ha detto Paolo Giorgetti, del MIPAAF, ufficio DISVR. Blocco, invece, sull’impiego delle varietà resistenti per i vini Docg e Doc in ambito UE. Una nuova importante strada verrà però tracciata a partire dai nuovi progetti legati al finanziamento attribuito dal Mipaaf al Crea. “I 21 milioni di Euro per la ricerca triennale finalizzati anche alle biotecnologie puntano a fare riacquistare agli studiosi italiani il ruolo di leadership che avevano vent’anni fa – ha detto Alessandra Gentile, delegato del Crea. La sfida è usare le biotecnologie e i progetti di sequenziamento dei genomi per realizzare varietà resistenti a malattie, stress abiotici e migliorare la qualità sia dal punto di vista organolettico sia nutrizionali in vitivinicoltura e in molte filiere tipiche dell’agroalimentare made in Italy”.

Di genetica e, in particolare, di biogenetica, si parlerà sempre di più in futuro. “Dalla collaborazione tra ricerca e mondo produttivo potranno nascere le premesse per conoscere e sfruttare il potenziale che nasce dalla conoscenza degli aspetti “sommersi” della vite, a vantaggio non solo della resistenza ma anche della qualità– spiega Attilio Scienza, del Disaa dell’Università di Milano – “Per avere efficacia e vincere le resistenze dei Paesi mediterranei, l’Italia, che ha un ruolo pionieristico, dovrà però estendere gli studi anche al Sud, vincendo i timori per la coltivazione della vite in ambienti non tradizionali”.

Cosa ne pensa il  mondo vitivinicolo. Le varietà registrate resistenti alle malattie hanno DNA simili alla Vitis vinifera, minori costi di produzione e oggi sono coltivate in Lombardia, Veneto, Bolzano e a Trento. “Oggi i progressi della ricerca sono stati recepiti – ha detto Luigino Bertolazzi, di Assoenologi. Se 100 anni fa eravamo in piena crisi filosserica, ci troviamo nel momento della sostenibilità per far recuperare alla terra quanto le abbiamo rubato. Tra gli esempi più eclatanti in chiave sostenibile cito quelli ottenuti dalla Valpolicella con programmi di difesa basati sulla confusione sessuale”. “L’Alto Adige è pionieristico con vini imbottigliati ottenuti da varietà resistenti – Christian Scrinzi, del GIV. Trentino e Friuli si stanno muovendo bene. Il Sud si sta chiedendo cosa piantare. In generale vi è una forte esigenza di vini senza chimica sia in campagna sia in cantina”. “Ci troviamo di fronte a normative diverse da Paese a Paese e regione e regione – spiega Eugenio Sartori, Vivai Cooperativi Rauscedo. A livello europeo abbiamo ottenuto l’approvazione dalla Germania e dalla Repubblica Ceca per vini da tavola igt. In Friuli venezia Giulia dopo test durati 10 anni siamo ancora fermi. La legislazione dovrebbe essere al passo con il mercato, altrimenti rischiamo di perdere terreno prezioso”. “Il mondo sta remando a occhi chiusi per il biologico e contro gli Ogm – ha detto  Antonio Cesari (Anga – Confagricoltura). Dobbiamo fare invece comprendere le opportunità vere del biologico e il significato in ambito scientifico della cisgenetica senza ostracizzarla”. “Il mondo vitivinicolo e i consorzi ripongono massima fiducia nella ricerca – ha commentato Arturo Stocchetti (Uvive). Le aziende sono molto favorevoli se si effettuano meno trattamenti, il terreno migliora le sue performance e si rispetta l’ambiente contenendo i costi”.

Fonte: Edizioni L’Informatore Agrario

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