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Cristina De Rossi, socia e consigliere Argav, vince il Concorso “Per fiumi e bonifiche del Mondo”, indetto dall’Associazione Naturalistica Sandonatese

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La premiazione di Cristina De Rossi, al centro vestita di bianco, vincitrice del primo premio al Concorso “Per fiumi e bonifiche del Mondo”

Con il racconto “Gli uomini della terra acquosa“, Cristina De Rossi, socia e consigliere Argav, ha vinto il primo premio al Concorso “Per fiumi e bonifiche del Mondo“, indetto dall’Associazione Naturalistica Sandonatese, presieduta da Michele Zanetti. La cerimonia di premiazione è avvenuta nel Centro Cultu­rale “L. Da Vinci” nell’ambito della terza edizione del Fiume Festival,  svoltosi a San Donà di Piave (VE) il 3-4 settembre scorso.

Il Premio si prefigge di raccogliere testimonianze che “raccontino i fiumi e le bonifiche”, scritti che ne descrivano la bellezza, la forza e il valore in forma di racconto, ma anche elaborati che raccontino vicende umane legate alle vie d’acqua e vicende relative alle culture, ai mestieri e alle storie di vita delle bonifiche. Documenti letterari che assumano il valore di testimonianze relative alle culture e alle civiltà fiorite lungo le sponde fluviali e nei territori il cui volto è stato ridisegnato da uomini coraggiosi. La Giuria, che ha decretato vincitrice Cristina De Rossi scegliendo la sua opera tra una trentina di opere, era composta da Antonella Benvenuti, scrittrice, Ulderico Bernardi, professore emerito di sociologia e scrittore, Annalisa Bruni, scrittrice, Edoardo Pittalis, giornalista e scrittore e Michele Zanetti, naturalista e scrittore.

A Cristina De Rossi vanno i più vivi complimenti dei soci e del direttivo Argav. Di seguito, pubblichiamo su sua gentile concessione il bellissimo racconto che l’ha vista vincitrice. Buona lettura

Gli uomini della terra acquosa, di Cristina De Rossi

Ada li aspettava, come ogni giorno. Dalla rampa del Sile, proprio dove l’ansa maestosa raccoglie maternamente il Musestre, seduta sull’erba che profumava di sole e bucato, scrutava in basso la strada che costeggiava i campi. E puntualmente, dopo i rintocchi della campana, arrivavano. Con passo stanco, quasi strascicato, si dirigevano verso l’osteria accoccolata sotto l’argine, che ne proteggeva le antiche pietre. Quei contadini le sembravano nobili cavalli di razza, con gli zoccoli consumati dal tempo e dalla terra. Velocemente scendeva i gradini di pietra dell’argine e raggiungeva la vecchia casa, con l’osteria del padre che si apriva prospiciente la strada principale, vicino alla piccola chiesa del paese.

Dentro era fresco e l’odore del vino si mescolava all’odore del legno sul soffitto. Il pavimento e il bancone, erano composti da centinaia di pietruzze colorate, dal grigio al rosso, formando un mosaico che culminava in una stella. Quelle piccole schegge, sassi frantumati, erano un regalo del Piave, delle cui acque il Sile, dicevano in paese, era figlio nascosto e illegittimo. Ma splendente.  Era possente in quel tratto, il Sile. E i contadini provavano per lui tutto il rispetto, che si deve a un padre e la venerazione, che si nutre per una madre. Ma anche un riverenziale timore. Sembrava sapessero, che la terra che coltivavano con sudore tutti i giorni dell’anno, apparteneva al Sile. Erano stati altri  uomini prima di loro a deviarne il corso, ad innalzare recinti, come per un toro, a privarlo della sua casa, del suo letto secolare. Sapevano però altrettanto che senza quel lavoro immane, in questi luoghi ci sarebbe stata solo miseria e malattia. E per vivere, bisognava sottrarre più terra possibile all’acqua, alle paludi, alla malaria, alla miseria. Venezia, la Serenissima, per prima aveva deviato fiumi e corsi d’acqua per salvarsi. L’acqua era vita, ma la terra rappresentava lo strumento per esprimerla. In osteria, quando si parlava del Sile, le voci degli uomini di terra e di acqua diventavano sommesse, rispettose, come in chiesa. Ma con Dio erano meno riguardosi.

Lo nominavano in ogni momento con cantilene e bestemmie, come preghiere celate per dimostrare potere e virilità, quasi che la terra, l’acqua e la vita fossero donne da comandare. E Ada, mescendo il vino, le sentiva quelle imprecazioni. Suo padre la rassicurava, dicendole che non doveva arrossire. Dio non si offendeva di certo, la rincuorava, vedendo la fatica immane e la fame che mordeva le viscere di quella gente semplice e ruvida, che  aveva visto passare la guerra sul suo Sile. E Dio stesso, la rassicurava il padre, aveva chiesto al fiume di accoglierne le lacrime, di mescolarle con la sua acqua, quasi ad avvolgerle in un abbraccio liquido e vivificatore.

Rideva quindi divertita, quando le mani scure e forti dei contadini battevano sul tavolo di legno consumato, chiudendo le loro dita nodose, dalle unghie cerchiate di terra, mentre “calavano” la carta vincente. Dal sussulto, sembrava che i rubini del vino rosso uscissero dai bicchieri di vetro, quelli piccoli, da ombre, insieme ai pezzetti di formaggio, disposti come soldatini allineati nei piatti bianchi, infilzati negli stuzzicadenti, che poi rimanevano magicamente a un lato della bocca, quasi danzando al muoversi delle labbra secche.

Al crepuscolo, i contadini si avviavano a casa, con il passo quasi meno stanco, come se  il vino li avesse resi più leggeri, con gli zoccoli alati. Ada puliva velocemente i tavoli rigati dalla quotidianità, macchiati dai cerchi dei bicchieri, come enormi occhi. Tavoli odorosi di tabacco trinciato forte, arrotolato pazientemente dentro le cartine bianche da cui usciva, disobbediente, con  fili che si appiccicavano alle labbra, come gli stuzzicadenti. Ada immaginava che i  contadini li ingoiassero e che Dio li premiasse con il Paradiso, a seconda di quanti ne avessero in pancia! Lavava i bicchieri, indovinando il contenuto dai rimasugli sul fondo: birra, mescolata all’anice o al limone, vino che ricordava una spremuta di fragole o il profumo asprigno degli acini di uva bianca e ancora ferrochina, marsala e grappa, regina incontrastata per curare tutti i mali, fisici o dell’umore. E Ada, nella sua immediatezza di ragazzina, riusciva a decifrarli, gli umori di quegli uomini all’apparenza duri come il cuoio vecchio. Penetrava dentro quei silenzi senza parlare, anticipando il cenno della loro mano verso le bottiglie dietro il bancone colorato. Intuiva, dall’espressione dei loro occhi, quale liquore o vino avrebbero bevuto, come un medico con la medicina giusta per curare l’infezione di una ferita, per ritemprare dalla stanchezza, per lenire la disperazione devastante dovuta alla morte prematura di un figlioletto.

Ada capiva i suoi “uomini di terra acquosa” come amava chiamarli. Riconosceva a distanza il loro sudore, un miscuglio di vino cotto dal sole, di erba, di acqua del Sile, fredda e dolce. Riusciva a vederla, quella dolcezza mista a femminilità, nascosta dentro le rughe profonde come i solchi dell’aratro. Uomini, solo uomini. Per le donne, i luoghi della vita erano altri: la chiesa, la casa, il fiume.

Ada, quella mattina, come tante altre albe, aprendo i pesanti scuri di legno scrutava il fiume che le scorreva vicino al cuore, tanto era pregnante la sua  presenza ed era felice, intravvedendo un pallido sole farsi largo tra stracci di nuvole. Dal profumo dell’aria capiva che l’acqua del Sile stava prendendo tepore. Per lei,  pur ragazzina tredicenne, il fiume non aveva segreti. Ne percepiva ogni mutamento, sfumatura, cambiamento di umore. Era come se tra  lei e l’acqua esistesse un filo trasparente e sottile, che li legava in ogni momento della giornata, al cambio di ogni stagione, al passare di ogni anno. Guardando e ascoltando il corso d’acqua, si sentiva ancora immersa nel liquido amniotico materno, come avvolta in un grembo sicuro, protettivo.

Il fiume la affascinava. Ada immaginava che nei gorghi insidiosi, in realtà volteggiassero ballerine in tutù e nelle lunghe e fluttuanti piante che muovevano la riva, si nascondessero angioletti con le gote rigonfie di soffi dispettosi. Il fiume la aspettava ogni mattina e Ada, con il suo lampor, non mancava mai all’appuntamento, come in osteria. Nelle mattine sciroccose o gelide, impugnava con orgoglio la tavola di legno, come fosse una tavolozza da pittore. Arrivava sulla riva del fiume e  camminava leggera sull’erba pulita e bassa, come se i contadini avessero passato la scopa, fatta con i pennacchi del Sile. Ada guardava ammirata i loro volti ruvidi, cotti dal sole e ispessiti dal freddo, nell’immergere i lunghi forconi per dragare il fiume, arpionando arbusti o pezzi di legno che odoravano di montagna. Ne ascoltava le voci roche dal fumo,  raccontare di cose semplici, di pace.

Durante la guerra – appena due anni prima e già sembrava un secolo –  Ada veniva mandata dal  padre a vedere se c’erano morti impigliati nella vegetazione. Per tenere il conto, diceva. Ma ora il fiume sembrava aver capito che la guerra era finita, e si beava dei canti delle donne e del continuo movimento delle barche, con i primi carichi di materiale da costruzione, ancora caldo di fornace. Le donne si chiamavano da una riva all’altra, con la cantilena tipica del miscuglio tra Venezia e Treviso.

Ada portava al lampòr anche la sorella più piccola, sistemandola vicino alle ragazze più grandi, quelle che lavavano da anni per i nobili. Si riconoscevano, svelte nel cercare di nascondere le mani gonfie dai geloni, squamate dal sapone, rosse e indurite dall’acqua del Sile, acqua madre e matrigna insieme. Ada posizionava con cura il lampor, dove finiva la riva e iniziava l’acqua. Con la precisione di una veterana, calcolava la distanza della tavola con la sporgenza al lato opposto, dove appoggiava le esili ginocchia. Sapeva che l’acqua le avrebbe comunque bagnate, ma si illudeva che il fiume capisse quanto dolore provava alla sera, soprattutto d’inverno, quando diventavano rosse e tumefatte.

Dal sacco di iuta da cui spuntavano i lembi della biancheria da lavare, estraeva un pezzo di sapone scuro, grezzo e lo incastrava nel quadrato in rilievo della tavola, così non scivolava. E iniziava a lavare, immergendo i panni nell’acqua, veloce e attenta a non mollare la presa, altrimenti la corrente beffarda se li portava via. Sembrava sorridere, il fiume, quando riusciva a strappare un grembiule, un fazzoletto, un asciugamano, per poi subito pentirsi nel vedere la paura negli occhi di Ada per la punizione, che le avrebbe inflitto la madre. E allora il suo amico fiume faceva impigliare i panni su una canna e li attorcigliava, in modo che lei non dovesse pericolosamente sporgersi per riprenderli. Ada si immaginava che gli angeli dalle gote sbuffanti la  aiutassero, soffiando fortecontrocorrente. E riprendeva a lavare con più vigore, cantando con le altre per non sentire le ginocchia dure come quelle di una vecchia e le mani ormai prive di forma, mani che, lei lo sapeva, avrebbero mostrato per sempre la sua simbiosi con il fiume.

Finito il bucato, dal fondo del sacco di iuta, volgendo lo sguardo intorno quasi con vergogna, estraeva un involto aprendolo solo da un lato, come per celarne il contenuto. Poi, velocissima, immergeva la mano nell’acqua prendendo con l’altra il sapone. E il fiume era pronto ad accogliere la sua intimità, le “sue robe”, come dicevano sottovoce e con pudicizia le donne più anziane. I pannolini, intrisi di sangue rosso vivo e via via più scuro, emanavano l’odore forte, ferroso, pregnante del ciclo, della cadenza, dei ritmi della vita. E l’acqua, in un guizzo, si colorava di quella essenza, diluendo e mescolando vorticosamente tra i gorghi quel liquido acerbo della natura femminile. Non sangue dei morti uccisi dalle pallottole nemiche, ma linfa vitale di una giovane donna, un dono che Ada segretamente consegnava al fiume. Vita in cambio di vita. E  il Sile era vita. Ed ella lo guardava con riconoscenza, provando il sacro rispetto, che si deve a una forza possente e ingovernabile.

Ma improvvisamente capì, con un brivido, che qualcosa sarebbe velocemente cambiato. Avvertiva con timore sconosciuto, che il suo fiume potesse essere in pericolo. Lo immaginava negli anni a venire, con  l’acqua densa e sporca solcata da barche sempre più grandi e potenti, con erbacce fitte e intricate a ricoprirne le rive franate e abbandonate all’incuria, scavato e depredato delle sue ricchezze, ostruito nel suo corso da alberi e vegetazione lasciati in balia della corrente, senza più voci, canti di uccelli, starnazzare di oche o del guizzo dei pesci a burlarsi dei pescatori. Il Sile, il suo fiume padre, le sembrava ora un figlio indifeso. E in quel preciso momento, Ada si sentì donna, adulta. Era questo il suo vero menarca. Lei, figlia del fiume, prese un po’ di acqua tra le mani e la cullò dolcemente, come per rassicurarlo. E si sentì immensamente madre.

 

 

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