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Mercato del grano: dieci anni di instabilità

campo granoLe cronache recenti trasmettono, come mai in precedenza, l’allarme degli agricoltori italiani per il “crollo” dei prezzi di vendita della produzione di grano: i ricavi non sono più sufficienti a compensare i costi, molte aziende rischiano di chiudere, tante altre abbandoneranno la coltivazione di grano, soprattutto nel Mezzogiorno, in particolare del grano duro che, proprio nel nostro Paese, rappresenta la materia prima per la produzione della pasta, eccellenza del Made in Italy agroalimentare che alimenta una quota consistente del nostro export di settore.

Volatilità de prezzi, oramai è la regola. Tuttavia non è la prima volta che il mercato del grano si caratterizza per marcati fenomeni di quella che oggi si definisce spesso “volatilità” dei prezzi. Al contrario, la volatilità è ormai la regola, anche per effetto di una crescente globalizzazione degli scambi governata, più che da condizioni economiche obiettive (rapporto fra produzione e consumi), da strategie commerciali. In particolare, gli agricoltori italiani, singoli o associati nelle Organizzazioni di Produttori, sono ancora scarsamente protagonisti nel governo dello stoccaggio che è gestito da operatori guidati da interessi spesso diversi da quelli dei produttori primari.

I principali paesi produttori. I principali paesi del mondo dove si produce grano, tenero e duro, sono: gli asiatici Cina (1° produttore mondiale), India (2° produttore mondiale) e Pakistan; gli euroasiatici, Russia (3° produttore mondiale) e Kazakhstan; i nord americani, Stati Uniti (4° produttore mondiale) e Canada; l’Australia; in Europa, l’Ucraina. La produzione complessiva dei Paesi dell’Unione Europea è superiore a quella della Cina. Per quanto riguarda il grano duro, l’Italia è il principale Paese produttore mondiale dopo il Canada; precede la Turchia, i nordafricani Algeria e Marocco, i nordamericani Messico e Stati Uniti. Nell’Unione Europea, l’Italia rappresenta oltre il 50% della superficie investita e della produzione di grano duro.

Il commercio mondiale del grano vede fra i maggiori Paesi esportatori tutti i principali produttori, escluse Cina ed India, con quattro Paesi UE fra i primi dieci (Francia, Germania, Polonia, Romania).  L’Italia è il principale paese importatore di grano dovendo alimentare le proprie fiorenti industrie produttrici di pasta (grano duro) e di prodotti da forno (grano tenero). Il nostro Paese importa grano tenero soprattutto da Francia (25%), Austria (15%) e Ungheria (14%); circa il 50% del grano duro è importato dal Canada. Grazie alla consistente importazione di grano (pari a oltre il 95% della produzione interna nel 2015), l’Italia sostiene il proprio primato mondiale nella produzione di pasta, per la quale è di gran lunga al primo posto nel Mondo per esportazione, e al quinto posto per l’esportazione di prodotti da forno e da pasticceria.

Superficie coltivata e produzione di grano duro e tenero in Italia. In Italia si coltiva e produce più grano duro che grano tenero: la superficie investita a grano duro, sia pure con sensibili variazioni legate dall’andamento dei mercati, è circa 2,3-2,5 volte la superficie investita a grano tenero.

L’altalena dei prezzi. I prezzi pagati agli agricoltori per le vendite di grano duro e tenero, nel periodo 2007-2016, sono caratterizzati da frequenti sensibili variazioni, come testimonia l’andamento degli indici medi annuali calcolati dalla FAO su dati dell’International Grains Council. Nel periodo considerato, si sono registrati due “picchi”, nel 2008 e nel 2011, seguiti da pesanti ridimensionamenti che, anche nell’arco di un solo anno, hanno superato il 30%. Dal 2011 al 2016 l’indice dei prezzi ha segnato una flessione del 40%.  Ancora maggiore risulta l’instabilità dei prezzi del grano duro e tenero di produzione nazionale, convariazioni che nell’ultimo decennio hanno raggiunto, nel caso del duro, -44% (2009) e +53% (2011); negli stessi anni il prezzo del tenero ha segnato -33% e +35%. Sensibili differenze di andamento del prezzo, fra duro e tenero, si sono registrate nel 2008 e nel 2016, con evoluzione addirittura opposta nel 2010, 2014 e 2015.

I costi di produzione. Si presenta, infine, relativamente stabile, nel decennio 2007-2016, il costo dei mezzi di produzione impiegati nella coltivazione del grano: dopo una consistente crescita registrata nel 2008 (+15%) e l’andamento altalenante dei quattro anni successivi (2009-2012), segue una sostanziale invarianza fra il 2013 e il 2015 e una riduzione (-3,2%) nel 2016, riportando l’indice ai valori del 2008.

A questo link, si può leggere il rapporto integrale del centro studi di Confagricoltura, fonte della notizia.

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