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La cultura del fosso/4. Anche la montagna ha i suoi fossi.

Ecco il quarto racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto dal socio Argav Edoardo Comiotto, è dedicato al tema “Anche la montagna ha i suoi fossi. Sono ruscelli, poi torrenti e fiumi. Tutti con un loro ecosistema, e storia e leggende. Utilità e poesia“.

Per chi come me, della generazione anni Cinquanta del secolo scorso, abitava in montagna, i ruscelli e i fossi erano luoghi d’una particolare attrazione. Non solo perché vi si trovavano gamberi, spesso raffigurati negli affreschi delle chiesette rurali, e qualche trota, ma perché erano frescura d’estate e luoghi dai contorni magici.

Distante poco più di un chilometro da casa mia, c’è un grande masso rotondo che incombe sopra un’ansa del torrente Maor, un affluente del Piave. Ragazzi senza pensieri, dai pantaloncini corti, percorrevamo tutta d’un fiato la distanza dal paese alla pozza d’acqua che rimaneva fredda anche a Ferragosto. Ma il piacere di calarci in questa piscina naturale era più forte dei brividi che correvano sulla nostra pelle. Rigorosamente tutti nudi, non c’erano i costumi da bagno e non ci vergognavamo del nostro corpo. Solo dopo pochi anni ci complimentavano, con un po’ di invidia, con chi lo aveva più grande. Solo all’apparire dei primi peli ci avventuravamo in discorsi, fantasie e commenti su come erano fatte le ragazze e il mistero delle donne ci teneva svegli la notte.

Col crescere degli anni, questa pozza non ci bastava più e ci recavamo sotto la piccola frazione di Campo, da dove si poteva scendere velocemente verso la “vaschetta”, una vera e propria ampia vasca da bagno che lo scorrere dell’acqua aveva scavato nella roccia. Al finire dell’inverno aspettavamo i primi tepori per scendere nella gola per immergerci nell’acqua ancora gelata. Un anno avevamo calcolato male l’andamento stagionale e quando ci trovammo a ridosso della “vaschetta” il ghiaccio ai bordi era ancora presente. Non ci perdemmo d’animo e a turno, nessuno voleva essere un codardo, ci immergemmo nell’acqua gelida. All’uscita, l’esclamazione corale degli amici ci faceva dimenticare per un attimo i brividi, le labbra blu, la “pel de pita”, che aveva avvolto tutto il nostro corpo. Non c’erano asciugamani od altro, solo gli indumenti che avevamo addosso, ma nessuno si ammalò, ce la cavammo solo con un po’ di tosse.

Il torrente Maor scorre alle pendici del colle dove s’erge il Castello di Zumelle, sito sulla via Claudia Augusta Altinate ed eretto nel 46 d.C. Qui la pendenza dell’alveo del torrente è minore e lo scorrere dell’acqua, più calmo, creava ampie pozze addossate alla parete rocciosa. Eravamo tanto allenati alla corsa che, pur salendo il pendio molto scosceso, riuscivamo a raggiungere il maniero in poco tempo e qui ci immergevamo nella storia e nel nostro fantasticare. Il rientro era molto più veloce, non solo correvamo, ma saltavamo come dei caprioli giù per il sentiero improvvisato che, al nostro continuo passare, scalfendo l’erba, s’era segnato con la terra battuta.
Nel seguire l’età e il torrente, spinti anche dalle prime curiosità sul mondo femminile, arrivammo alla “serra”, uno sbarramento di cemento che era stato costruito per rallentare lo scorrere impetuoso dell’acqua. Per congiungere le due sponde della valle, sopra la serra era stata posta una passerella, tesa con fili d’acciaio, che dondolava minacciosamente al nostro passare. Saputo che le ragazze di Villa di Villa, la frazione dirimpettaia alla nostra, si recavano in quel luogo per fare il bagno e prendere il sole, ci appostavamo dietro i cespugli e i massi per vederle seminude, vestite con le sole mutandine. Anche se i rovi ci pungevano e la postazione ideale per guardarle era scomoda e non facile da raggiungere, non demordevamo e stavamo a guardarle…estasiati.

Era il gioco delle parti, le ragazze sapevano che stavamo acquattati ad ammirarle e, fingendo di non essere a conoscenza, si spogliavano maliziosamente. Per noi non erano le mitiche Anguane dei laghetti cadorini, ma fonte di desiderio anche se ancora non ben definito. Quando se ne erano purtroppo andate, ci tuffavamo nell’acqua creata dallo sbarramento. In alcuni tratti l’ampia pozza era profonda quasi due metri. Molti di noi avevano imparato a nuotare con stili del tutto personali, il più usato era quello del gatto.

Dalla serra, dopo un breve tragitto, il torrente si immetteva nel Piave. Qui il bagno, era sì una conquista come l’età adolescenziale, ma mancava la gioia della novità, della fantasia. Stavamo uscendo dall’età giovanile per entrare in quella degli adulti, dimenticando il piacere della scoperta che la magia delle cose non è fuori di noi ma celata dentro i sogni.

Per chi desiderasse leggere i racconti precedenti, può farlo a questi link: racconto 3, racconto 2, racconto 1

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