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La cultura del fosso/6. Fossi, arterie vitali dell’Italia verde, il racconto del presidente Argav Fabrizio Stelluto

Ecco il sesti racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto dal presidente Argav Fabrizio Stelluto che, rivolgendosi ai più giovani, racconta come i fossi siano l’abc di un rapporto corretto con la natura da vivere con rispetto, un paesaggio armonico ma anche, sicurezza idraulica.

C’è un altro modo di vedere l’Italia ed il suo territorio: è attraverso le centinaia di migliaia di chilometri di fossi, rogge, trosi, scaranti, cavi, scoli… Nomi diversi, tipici della cultura locale, ad indicare un tessuto nervoso del Paese o meglio il reticolo sanguigno, che tiene vive le campagne da Nord a Sud dell’Italia, isole comprese.

Siamo abituati distrattamente a vederli accanto, lungo strade oggi asfaltate o magari nascosti sotto improvvide piste ciclabili, ma concorrono a rispondere ad una domanda tanto elementare quanto mai posta: dove va a finire la pioggia? Dai campi, grazie ad apposite pendenze, termina nei fossi, destinati via via ad ampliarsi fino a diventare canali e fiumi, fino al mare; in città, finisce nei tombini, poi nelle fognature, quindi ai depuratori ed infine, trasportata dai canali di bonifica, defluisce anch’essa nelle acque marine.

In questo straordinario viaggio, i fossi sono fiumi in miniatura, storicamente usati anche come riserva alimentare (non a caso, nel Veneto Orientale, esistono barche a fondo piatto, chiamate “saltafossi”) ed oggi crogiuolo di biodiversità.
Ho abitato in Piemonte e lì le rogge erano regno delle rane, ma anche delle tinche, pesce allevato nelle risaie allagate anche come antidoto al proliferare delle zanzare, delle cui larve sono ghiotte: un autentico ecosistema.

Oggi la presenza dei gamberi di fiume è, ad esempio, un importante bioindicatore di salubrità ambientale, così come la presenza di tritoni, piccoli “draghi”, minacciati dalle cosiddette specie aliene che, in realtà sono specie quantomai terrene, ma invasive, trasportate in Italia dalla globalizzazione e, più spesso, dall’insipienza umana. All’epoca è stato così per molti odierni abitanti dei fossi: le nutrie (per farne pellicce di castorino), i gamberoni della Louisiana (destinati, con poca fortuna, alle nostre tavole), le tartarughe americane (importate per gli acquari). Oggigiorno, un pericolo si chiama “poligono del Giappone”, una pianta acquatica arrivata chissà come, ma dalle radici talmente potenti da sgretolare i sostegni dei ponti.

Il fosso, insomma, è un corpo vivente, soggetto alle conseguenze dei cambiamenti climatici e, proprio per questo, quantomai bisognoso di attenzione a partire da tutti noi. Chi ne ha uno vicino a casa non deve guardarlo come un ricettacolo di problemi magari da tombinare, ma deve provvedere alla sua pulizia, nel caso richiedendo l’intervento del Consorzio di Bonifica. I fossi sono l’esempio di come si sia persa la cultura del territorio; sono una delle prime “invenzioni” dell’uomo, che li utilizzava per segnare i confini, ma soprattutto per evitare che i terreni rimanessero allagati ad ogni pioggia. La crescente urbanizzazione ne ha poi fatto dimenticare la funzione, nascondendoli sotto lastre di cemento ed asfalto: una camicia di forza, che non resiste, però, alla violenza delle acque con i risultati, che tutti conosciamo.

Se ben tenuto, altresì, il fosso può diventare una macchia floreale lungo le sponde ma, soprattutto, una valvola di sicurezza in caso di piogge insistenti, perché fondamentale nello sgrondare le acque. La violenza assunta dagli eventi atmosferici (piove in maniera più concentrata nel tempo e nello spazio) rende talvolta insufficiente la capacità dei fossi, che forzatamente tracimano; non colpevolizziamoli, però, perché fanno il loro dovere fino in fondo; facciamo in modo altresì che siano sempre “in forma”, cioè puliti e integri, per assolvere in pieno al loro compito.

Inoltre, frequentiamoli di più, osservandoli col cambiare delle stagioni: per i più giovani, sono l’abc di un rapporto corretto con la natura da vivere con rispetto. Per i più grandi sono un supermercato spontaneo di aromi per la cucina, che trovano quintessenza nelle erbette primaverili. Infine, il fosso ha un’ulteriore, fondamentale funzione: “disseta” le campagne, trasportando l’acqua per l’irrigazione.

Si è usi dire che, grazie alla ricerca, si può fare agricoltura senza la terra (le culture idroponiche, ad esempio), ma non senza gli apporti idrici. Siccome dalle colture dipende la nostra alimentazione, a questo punto l’equazione è semplice: il cibo è irriguo ed il fosso ne è un’asse portante.

Precedenti racconti: 1, 2,3, 4,5

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