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Non solo contraffazione, i crimini in agricoltura sono molti di più

L’enfasi data alla contraffazione della produzione agricola italiana da parte di realtà che vivono di illegalità rischia talvolta di mettere in secondo piano quella che è la presenza delle organizzazioni criminali lungo tutta la filiera produttiva dell’agroalimentare nazionale. Proprio su questo aspetto era invece incentrato il convegno organizzato da Confagricoltura Luiss all’università “Guido Carli” di Roma dal titolo: “Le infiltrazioni criminali nell’economia agricola: effetti sulla competitività delle imprese e sulla salute dei cittadini”.

Le principali modalità con le quali la criminalità organizzata esercita la sua azione sul sistema agroalimentare parlano allora di usura e racket delle estorsioni; di sfruttamento della forza lavoro attraverso il ‘caporalato’; di imposizione di materie prime e imballaggi e di gestione coatta del trasporto dei prodotti lungo la filiera agroalimentare, fino allo stoccaggio della merce. Più ‘tradizionali’ sono i reati di furto di bestiame e macellazione clandestina; di danneggiamento delle colture; di furti di materiali direttamente connessi al processo produttivo, come rame o mezzi agricoli, trattori e attrezzature agricole. E se contraffazione e Italian sounding colpiscono direttamente la produzione, ancor più grave per tutti i cittadini appare la depredazione e razzia del patrimonio boschivo: solo nel 2016 sono stati registrati 4.635 incendi sia dolosi sia colposi che hanno comporatato una perdita complessiva di 27 mila ettari di boschi e aree verdi, compresi pascoli e pinete.

La collusione con la criminalità potrebbe anche favorire i produttori sul piano della concorrenza. «Le attività di depredazione, controllo e imposizione delle mafie – ha detto il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti hanno determinato nel tempo un notevole squilibrio non solo nei rapporti fra gli operatori agricoli, ma anche fra questi e gli altri attori della filiera agroalimentare, facendo lievitare i prezzi al dettaglio dei beni alimentari e diminuendo drasticamente quelli all’origine. Un meccanismo perverso e fortemente distorsivo del libero mercato, che ha danneggiato principalmente gli imprenditori agricoli e i consumatori, soprattutto nel Mezzogiorno, ma non solo, dove l’azione delle organizzazioni criminali si fa più incisiva e pervasiva».

Fonte: Garantitaly.it

Il Mipaaf(t) “acquista una t finale” e assume le funzioni del dipartimento Turismo

Dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato, il 31 gennaio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il DPCM che disciplina l’organizzazione del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. Si completa così definitivamente il passaggio del dipartimento turismo dal MIBAC al MIPAAFT iniziato lo scorso luglio.

Le competenze. Il Dipartimento Turismo avrà la funzione di coordinare le linee di azione del Ministero in materia di turismo, anche al fine di favorire una politica integrata di valorizzazione del made in Italy e di promozione coerente e sostenibile del Sistema Italia, in raccordo con i diversi Ministeri ed enti competenti; curare il monitoraggio dell’andamento dei mercati in raccordo con le competenti Direzioni generali del Ministero dello sviluppo economico e gli enti competenti in materia; nell’ambito di competenza del Ministero, svolgere attività di promozione delle eccellenze simbolo della qualità della vita e delle attrattive del territorio Italia.

Fonte: servizio stampa Mipaaft

Etichetta “parlante”, una normativa uniforme Italia/estero e certificazione Dop/Igp i rimedi per non far cadere il sale italiano in mano straniera

saline Margherita di Savoia, prima selezione nelle vasche salanti

“Una recente asta finanziaria ha assegnato sotto traccia e senza alcun intervento autorevole la più grande società di estrazione di sale marino italiano a una multinazionale francese. A seguito dell’importane DL del Senato sulla tutela dell’agroalimentare, forse anche il sale italiano – almeno quello destinato a cucine, ristoranti, ricette e nutrizione a tavola – meriterebbe una tutela. E’ una commodity strategica visto che è il Governo che assegna le concessioni temporanee di estrazione, ma è anche un fiore all’occhiello e può essere un plus in più nel mondo del made in Italy”, ad affermarlo è Giampietro Comolli, presidente Ceves-Ovse, centro studi di ricerca sull’agroalimentare che, lancia resta, si scaglia contro coloro che, a suo parere, desiderano far cadere il sale italiano in mano straniera.

saline Margherita di Savoia, la manualità usata un tempo

Specifica in una nota stampa Comolli: “Le più grandi saline marine d’Europa di Margherita di Savoia in Puglia sono passate in mano alla multinazionale francese Salins spa, leader europea e co-leader mondiale nella commercializzazione di sale industriale, sale stradale e sale alimentare. Un’asta di vendita del credito gestito da Monte Paschi Siena, banca finanziata dallo Stato e dal Governo Renzi, in assoluta forma riservata e a chiamata, ha assegnato a Salins spa tramite la controllata Cis oltre 500 ettari di sale marino italiano, inseriti in un contesto di 4000 ettari di parco e riserva, in zona altamente turistica“.

saline Margherita di Savoia, vasche evaporanti

Continua la nota: “I sindacati dei lavoratori, gli ex titolari di Atisale-Salapia Sale spa detentori della concessione Demaniale fino al 2029 e autori del forte crack debitorio che ha portato l’impresa al concordato e alla cessione del 100% pacchetto azionario, al pegno fideiussorio delle azioni e alla garanzia delle proprietà personali dei soci tutto verso Mps, hanno scritto lettere di fuoco e le maestranze sono entrate immediatamente in sciopero. Come Ceves – centro studi attivo nelle ricerche tecniche-scientifiche-economiche sul sale italiano per valorizzarlo rispetto ad altri sali mondiali – chiediamo al Governo, al Demanio, alla Regione Puglia, al Comune di Margherita, a Coldiretti di attivarsi per una verifica delle procedure e delle azioni avviate, affinchè il sale italiano non faccia la fine dello zucchero italiano, che negli anni ’80-’90 del secolo scorso passò di mano non con una cessione di impresa, ma anche in quel caso attraverso meccanismi di debiti e crediti contratti con banche e scambi finanziari per necessità e interessi ben lontano dalla tutela dello zucchero italiano”.

trasporto a mano sui binari del sale

Ed ancora: “Sollecitiamo, quindi, che un bene collettivo dello Stato italiano non sia ceduto a chi ha una leadership che potrebbe inficiare la “italianità”, l’origine e la provenienza del sale tricolore compreso il coinvolgimento diretto delle miniere di salgemma di Volterra. Anche attraverso il sale italiano può passare la valorizzazione dell’agroalimentare e del made in Italy dell’enogastronomia per tutti i risvolti culinari, ricette, cucina che implica, come segnalano a Ceves da tempo i più importanti chef e cuochi italiani all’estero e in Italia, costretti ad acquistare sali di altri paesi sostenuti da campagne di qualità, di sostenibilità, di pregio ben orchestrate, ma spesso non inerenti alle caratteristiche alimentari, cosmetiche, salutari che le recenti ricerche e analisi scientifico-universitarie stanno avvalorando e dimostrando”.

raccolta a mano del sale in Sicilia

Termina la nota stampa: “Il sale alimentare, da non confondere con quello per uso chimico e industriale, non è un nemico della salute se consumato con misura. Il recente DL del Senato a tutela dell’agroalimentare italiano dovrebbe interessarsi anche del sale italiano e anche aggiornare, rispetto ai tempi e modi di gestione monopolistica, le norme di qualità e qualificazione del sale per consumo umano oramai entrato nel libero mercato e soggetto a una ampia concorrenza. Non è possibile che nei supermercati italiani ed europei ci siano sali confezionati e commercializzati integrali-grezzi a disposizione di un consumatore spesso non informato provenienti da altri continenti, sia marini che di miniera, con il 93% di purezza tecnica quando le norme di produzione nazionale prevedono un minimo del 97%. Stiamo verificando l’importanza salutistica e sanitaria dei diversi limiti. Inoltre, perché, il sale purissimo, bianco, grosso a fiocchi o a chicchi made in Italy ha un prezzo medio al consumo di 2-3 euro al chilo nei migliori casi e tutti i sali di importazione partano da 5 euro e fino a 40 euro al chilo? E’ evidente che non si vuole limitare il libero mercato, ma lo stesso vale anche nella leale concorrenza, a difesa dell’antitrust e sulla corretta informazione al consumatore.

Come Ceves chiediamo una “etichetta parlante” sulle confezioni, un trattamento normativo uniforme fra sale nazionale e estero, oltre a vedere se è possibile identificare, tracciare e certificare altri siti produttivi nazionali meritevoli del riconoscimento Dop o Igp o di Presidio come già avviene per due sole parti ristrette delle saline di Trapani e di Cervia. Come Ceves abbiamo valutato tutte le saline attive in Italia e si potrebbero riconoscere, con un grande valore aggiunto anche per il territorio locale come parchi, ambiente, paesaggio, terme, musei e altre attività agricole, almeno altri 10 siti meritevoli di una Igp all’interno anche di più grandi saline marine e minerarie”.

“L’auspicio è che si intervenga prima possibile per salvare il sale italiano prima che finisca, anche svenduto, in mani straniere (800.000 ton/anno di estrazione potenziali di Atisale-Salapia sale spa su un totale nazionale di 2,2 mio/ton/anno è una bella fetta) che non garantirebbero gli attuali posti di lavoro, il valore aggiunto territoriale, una libera concorrenza, la certezza dell’origine italiana del sale nelle confezioni commercializzate con marchio italiano, ma di contenuto assai dubbio e proveniente da chissà quale luogo magari anche più inquinato e meno controllato di quello delle coste italiane, del mar Mediterraneo. Il messaggio è anche indirizzato a Coldiretti e Slow Food notoriamente paladini di queste realtà produttive di nicchia: un valore aggiunto che deve restare al made in Italy anche per il “sale da cucina” come chiedono i ristoratori italiani.

Fonte: servizio stampa Ceves

In pericolo la sopravvivenza dell’unica filiera italiana dello zucchero, invito a sostenerla acquistando zucchero 100×100 italiano

Senza interventi urgenti è a rischio la sopravvivenza della produzione di zucchero italiano. Oltre 4 pacchi di zucchero su 5 arrivano, infatti, dall’estero, mentre la produzione made in Italy rischia di essere azzerata dalla concorrenza sottocosto di multinazionali francesi e tedesche che hanno colonizzato le industrie del Belpaese. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti sulla situazione del mercato dello zucchero dopo la contrarietà espressa dalla Commissione alle misure di emergenza per salvare lo zucchero italiano chieste dal Ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio al Consiglio dei Ministri dell’agricoltura e della pesca dell’Ue. 

Entro l’anno, possibile la chiusura di un altro stabilimento. A fronte di un consumo di oltre 1,7milioni di tonnellate, in Italia resiste una produzione di 300mila tonnellate, ma negli ultimi anni sono stati chiusi ben 16 zuccherifici su 19 azzerando l’84% del potenziale industriale nazionale ed entro il 2018 un altro stabilimento dovrebbe cessare l’attività. “In Veneto, nella provincia di Padova è attivo lo zuccherificio di Pontelongo, storico punto di riferimento per oltre tremila produttori che conferiscono 2 milioni di quintali di bietole”, ricorda Ettore Menozzi Piacentini, componente del consiglio d’amministrazione di Coldiretti Padova nonché socio di Coprob (Cooperativa Produttori Bieticoli Società Cooperativa Agricla), unico produttore nazionale di zucchero, che rappresenta circa 25mila persone impegnate nella filiera, ha due stabilimenti di trasformazione sul territorio nazionale e riunisce 7mila aziende con 32mila ettari coltivati a barbabietola fra Veneto ed Emilia Romagna.

Senza di loro l’Italia, che è il terzo mercato dell’Unione Europea, diventerebbe uno dei pochissimi casi al mondo senza alcun produttore locale di zucchero come Nigeria, Malesia, Corea del Sud e Arabia Saudita considerando un consumo medio annuo sopra il milione e mezzo di tonnellate.“Ad un anno dalla fine del regime delle quote – aggiunge Piacentini – si registra come le aziende produttrici di zucchero e, conseguentemente, gli agricoltori della filiera abbiano perso i loro margini a favore dei grandi produttori di bevande, dolciari e della grande distribuzione organizzata. Per difendere la produzione italiana è necessario arrivare a una chiara etichettatura di origine obbligatoria anche per lo zucchero in modo da offrire ai consumatori la libertà di scegliere cosa mettere nel carrello della spesa. Urge ancor più la creazione di contratti di filiera basati su una maggiore equità e sostenibilità sociale con i grandi utilizzatori dello zucchero ai quali si chiede una responsabilizzazione per sostenere l’italianità delle produzioni e ridurre la dipendenza dall’estero”.

L’unico zucchero 100% italiano rimasto. In Italia la maggior parte del mercato è controllata da tre giganti stranieri, il primo dei quali è la multinazionale tedesca Sudzucker che vanta 31 siti dall’Austria alla Romania, dalla Bosnia Erzegovina alla Moldavia, dalla Polonia all’Ungheria, trasforma 5,9 milioni tonnellate di zucchero ogni anno, ma produce anche carburante bioetanolo, concentrati di succhi di frutta, ingredienti funzionali e cibo per animali, oltre a operare nel settore farmaceutico e sfornare pizze congelate. Il secondo padrone dello zucchero in Italia è la francese Cristal Union che con 10 stabilimenti nel mondo, sforna 2 milioni di tonnellate all’anno di prodotto e ha messo sotto il proprio dominio anche l’Eridania. Sempre d’Oltralpe – rileva la Coldiretti – è arrivata la multinazionale Tereos che vanta 45 siti industriali in 13 paesi, è il primo produttore francese con 3,7 milioni di tonnellate e vanta un giro d’affari di 5 miliardi di euro. Si è creata una situazione – sottolinea Coldiretti – dove il mercato è in mano a 5 grandi realtà del Nord Europa che già oggi detengono il 75% del comparto nel Vecchio Continente con zucchero venduto a prezzi molto bassi da Francia e Germania che hanno aumentato del 20% la loro produzione nel 2017, causando 3,5 milioni di tonnellate di eccedenze a livello europeo. Ulteriori info: Coprob

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova/Coprob

 

Maltempo, è calamità per l’agricoltura siciliana. Italia tra i dieci paesi al mondo più colpiti per calamità naturali.

E’ partita la conta dei danni dell’alluvione che ha colpito la Sicilia, con perdite per milioni di euro alle coltivazioni e alle infrastrutture nelle campagne, dove ora è necessario avviare le procedure per la dichiarazione dello stato di calamità.

Colture devastate. E’ quanto emerge da un primo monitoraggio effettuato da Coldiretti sull’ondata di maltempo, che ha colpito il territorio siciliano, con chilometri di agrumi e ortaggi sommersi dall’acqua, muri di contenimento ceduti, torrenti straripati così come il fiume San Leonardo, che ha devastato le colture del territorio nella provincia di Siracusa, soprattutto in alcune contrade. In molte aziende è andato perduto il 100% di agrumi, così come gli ortaggi. I danni si concentrano nelle zone fra Lentini e Carlentini nelle contrade di San Leonardo, Badiula, Pantano, Salemi, Agnone, Maddauso, Valsavoia, Biviere e Bonvicino, oltre che nel catanese a Palagonia, Ramacca e altre zone.

Italia tra i dieci paesi al mondo più colpiti per calamità naturali. Il maltempo che si è abbattuto sulla Sicilia fa così salire il conto dei danni causati in Italia dalle calamità naturali che, negli ultimi venti anni, hanno provocato perdite per 48,8 miliardi di euro secondo dati Unisdr, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di disastri naturali. L’Italia si colloca tra i dieci Paesi più colpiti al mondo per alluvioni, siccità, tempeste, ondate di calore e terremoti che, nel periodo considerato a livello planetario, hanno ucciso complessivamente 1,3 milioni di persone e provocato perdite economiche per 2507 miliardi di euro, dei quali il 77% per diretta conseguenza dei cambiamenti climatici.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti

Spesa alimentare delle famiglie, dati 2017, crescono le disparità sociali

Nel 2017 la spesa media mensile delle famiglie ha segnato un incremento (+1,6% rispetto al 2016) raggiungendo i 2.564 euro. E’ cresciuta maggiormente nell’Italia Centrale (+2,6%) e nelle Isole (+2,1%), ma queste ultime restano fanalino di coda con 1.983 euro, mentre spendono più di tutte le famiglie del Nord-Ovest con 2.875 euro, seguite da quelle del Nord-Est con 2.844 euro. L’incremento del 2017 sul 2016 (+1,6%) rappresenta oltre il 40% dell’incremento registrato nel periodo 2013-2017 (+3,8%).

E’ cresciuta in misura superiore la spesa per prodotti alimentari e bevande analcoliche (+2%), ma l’incremento si è concentrato nelle Regioni del Centro (+4,9%) e del Nord-Est (+3,2%), mentre nelle altre è rimasto sotto +1%, con un minimo di +0,2% nelle le Isole. L’incremento del 2017 sul 2016 (+2%) rappresenta poco meno del 50% del complessivo registrato nel periodo 2013-2017 (+4,1%).

In realtà, tenendo conto della sia pur modesta inflazione del periodo, gli incrementi di spesa delle famiglie (totale e per prodotti alimentari) indicati in precedenza risultano sensibilmente ridimensionati nel 2013 e nel 2017. In particolare, la spesa alimentare media mensile depurata dell’inflazione segna, nel 2017 rispetto al 2016, una crescita di 4 euro rispetto ai 9 euro calcolati sui valori correnti. L’incidenza della spesa alimentare sulla spesa complessiva delle famiglie è indicatore dello stato generale di benessere economico della popolazione: meno si spende, in percentuale, per generi di prima necessità, come sono gli alimentari, più c’è margine per consumi voluttuari. Sotto questo profilo, negli ultimi cinque anni, non si sono registrate variazioni significative: la spesa alimentare, nel 2017 come nel 2013, incide per il 17,8%, un decimo di punto percentuale più che nel 2016 e 2015 (17,7%), e tre decimi più che nel 2014 (17,5%).

Aumentano prevalentemente gli acquisti di prodotti bio e a denominazione d’origine. Da questo punto di vista, si rileva che, nel periodo 2013-2017, sono cresciuti maggiormente gli acquisti di prodotti biologici e a denominazione d’origine, che costano più dei prodotti “comuni” e che, tra l’altro, sono riconducibili in misura rilevante alla produzione agricola nazionale (l’Italia è uno dei maggiori produttori di “biologico” e di specialità certificate Dop e Igp dall’Ue). A tal proposito le stime Sinab evidenziano una crescita in valore corrente della spesa media delle famiglie per prodotti biologici (Grande Distribuzione Organizzata) nettamente superiore alla crescita della spesa alimentare complessiva: +15% nel 2017 sul 2016 (per la spesa alimentare complessiva è stato +2%), +85% nel 2017 sul 2013 (per la spesa alimentare complessiva è stato +4%). Differenza analoga, per quanto più contenuta e per stime (Ismea-Qualivita) di più breve periodo (2014-2016) limitate ai prodotti confezionati, si registra per quanto riguarda i prodotti Dop e Igp: la spesa media mensile delle famiglie per acquisto di questi prodotti è cresciuta, nel 2016 sul 2015, del 5% (spesa alimentare totale nello stesso periodo +1,6%) e fra il 2014 e il 2016 del 20% (spesa alimentare totale nello stesso periodo +2,7%). Sottraendo alla spesa alimentare complessiva la spesa per i prodotti alimentari biologici, Dop e Igp, compiuta dalle famiglie più benestanti. l’andamento della spesa alimentare presenta incrementi ulteriormente più contenuti rispetto alla spesa alimentare complessiva: nel 2016 sul 2015, il +1,6% della spesa alimentare complessiva si riduce a +1,2% della spesa di sussistenza; nel periodo 2014-2016, il +2,7% si riduce a +2%.

Decresce il rapporto fra spesa media e spesa mediana. La valutazione dei dati esposti evidenzia un quadro socioeconomico già ampiamente noto attraverso altri indicatori: i segni di un miglioramento medio della condizione economica delle famiglie ci sono, ma tale miglioramento è sostenuto prevalentemente dal crescere delle disparità sociali dove le più favorevoli condizioni economiche si concentrano soprattutto su una parte del tessuto sociale, mentre le condizioni economiche dell’altra parte segnano un peggioramento. Questo si conferma anche per la spesa totale mensile delle famiglie (i dati sulla spesa alimentare non sono disponibili) dove l’andamento della media e nettamente difforme dall’andamento della mediana, cioè della fascia di spesa più frequente: la media è in sensibile crescita (+1,6% del 2017 sul 2016, + 3,8% nel 2017 sul 2013), la mediana segna una crescita molto diversa: +0,6% nel 2017 sul 2016; e addirittura un decremento nel più lungo periodo (-0,7% nel 2017 sul 2013). Il rapporto fra mediana e media tende dunque, pressoché costantemente a diminuire: era circa dell’88% nel 2013; nel 2017 è stato dell’84%.

Cresce la povertà. Ciò, d’altra parte, è confermato dal costante aumento delle famiglie e delle persone in stato di povertà, sia relativa (spesa procapite uguale o inferiore alla media nazionale), sia assoluta (spesa inferiore alla minima necessaria per procurarsi i beni di prima necessità come stabiliti da apposito “paniere”). Le famiglie in condizione di povertà relativa, nel 2017 rispetto al 2016, sono cresciute del 16%, rappresentando circa l’80% della crescita del periodo 2013-2017 (+19,9%); è andata peggio per le famiglie in povertà assoluta che in un anno (2017 su 2016) hanno segnato una crescita (+9,8%) pari al 96% della crescita registrata fra il 2013 e il 2017 (10,2%).

Diminuisce la fiducia dei consumatori. In questo contesto, è quindi ulteriormente in evidenza che la maggiore spesa alimentare delle famiglie, nel 2017 sul 2016 (+2%), come del periodo 2013-2017 (+4%), è fenomeno trainato dal maggior benessere economico solo di alcune famiglie, e persone che ne fanno parte. Ma quante sono? Sono la maggioranza o una minoranza? I sondaggi mensili di Istat sulla fiducia dei consumatori danno, al riguardo, una risposta molto chiara: la percezione dei consumatori di una migliore condizione economica è cresciuta considerevolmente fra il 2013 e il 2015 (+54,5%) arrivando a coinvolgere (2015) il 39% degli intervistati. Nel 2016 e nel 2017 la percezione positiva è diminuita del 6,4% coinvolgendo meno di un terzo (30,5%) dei consumatori. Presumibilmente, il risultato di questi sondaggi si riflette sulla spesa alimentare delle famiglie, confermando che il suo recente incremento deve attribuirsi al miglioramento della condizione economica di una percentuale minoritaria (prossima appunto al 30%) di consumatori.

Vende di più solo la Grande Distribuzione. Per quanto riguarda i luoghi di acquisto, da parte delle famiglie, dei prodotti alimentari, si conferma una crescente preferenza per i supermercati (Gdo – Grande Distribuzione Organizzata) che penalizza, di conseguenza gli esercizi che vendono su piccole superfici. Fatto 100 l’indice del valore delle vendite del 2010, la Gdo segna, nel 2017 sul 2010, una ulteriore crescita raggiungendo +5,8%, mentre le piccole superfici scontano un -1,3%. Si consideri che, nello stesso periodo, gli acquisti di prodotti “non alimentari” segnano nella Gdo -2,6% e nelle piccole superfici -9,8%. Il fatto che la crescita del valore delle vendite di prodotti alimentari si sia concentrata sulla Gdo (+5,8% nel 2017 rispetto al 2010) lascia presumere, considerando la dominanza contrattuale di questo settore di commercializzazione, che i benefici per i produttori agricoli italiani, in termini di incremento del reddito, siano stati molto modesti. Tanto più tenendo conto del fatto che il grado di autoapprovigionamento alimentare del nostro Paese è ormai inferiore all’80% (78% nel 2015, dati Ismea) e che quindi, approssimativamente, una quota del 20% della spesa alimentare nazionale è rivolta a prodotti d’importazione.

Come variano i consumi alimentari. I rilevamenti condotti da Nielsen per conto di Ismea ulla spesa alimentare degli italiani, nel 2017 rispetto al 2016 (+3,2%), evidenziano, rispetto a quelli di Istat (+2%), andamenti migliori. Ma i dati non sono esattamente confrontabili perché Istat non rileva, fra i consumi alimentari, le bevande alcoliche (calcolate insieme ai tabacchi). Sono invece complessivamente maggiori, rispetto a quelli di Ismea, gli incrementi della spesa alimentare rilevati da Istat nel periodo 2015-2017. Scostamenti significativi si evidenziano per alcune categorie di prodotti, in quanto confrontabili, in particolare per quanto riguarda gli ortaggi, le bevande analcoliche, le carni e i salumi. C’è comunque concordanza nel registrare una riduzione della spesa per carni e salumi; sensibili incrementi di spesa per prodotti ittici, frutta, bevande analcoliche, ortaggi e derivati dei cereali. Secondo Ismea-Nielsen (Istat, come detto, non rileva separatamente questi consumi), la spesa per vini e spumanti, fra il 2015 e il 2016, ha registrato una flessione dello 0,5% per poi crescere del 3,3% nel 2017 sul 2016.

Fonte: Centro Studi e ricerche Confagricoltura

Agroalimentare italiano alla prova della Brexit: vale il 6 per cento dell’import UK, ma per il Veneto arriva al 15 per cento

A sei mesi dalla data ufficiale del divorzio del Regno Unito dall’Unione Europea (29 marzo 2019) e ancora in mancanza di un accordo sulle modalità di uscita, al III Forum Agrifood Monitor di Nomisma e Crif si è fatto il punto sul ruolo che questo mercato detiene per il nostro sistema agroalimentare e sui rischi collegati ai potenziali effetti della Brexit.

I protagonisti del confronto. Oltre all’approfondimento tecnico-scientifico curato da Nomisma, il confronto è stato alimentato dai contributi sul tema delle tutele giuridiche di Dop/Igp forniti da Rebecca Halford-Harrison e Claudio Perrella degli studi legali Keystone Law e LS Lexjus Sinacta, dello stato dell’arte del negoziato da parte del vice ambasciatore britannico Ken O’Flaherty e dell’europarlamentare Paolo De Castro, nonché dalle testimonianze di due importanti Consorzi di Tutela di prodotti per i quali il Regno Unito rappresenta un mercato fondamentale, vale a dire Prosecco e Parmigiano Reggiano, nelle persone dei rispettivi direttori Luca Giavi e Riccardo Deserti.

In Gran Bretagna, l’autosufficienza alimentare non supera il 50 per cento. Con un valore vicino ai 56 miliardi di euro, Il Regno Unito rappresenta il sesto mercato al mondo per import di prodotti agroalimentari e il secondo per consumi a livello europeo (250 miliardi di euro nel 2017). Si tratta di un paese dove l’autosufficienza alimentare non supera il 50% e per tale motivo fortemente dipendente dalle importazioni, in particolare degli (ancora) partner europei, dato che il 70% delle forniture di prodotti alimentari proviene proprio da questi paesi. In tale ambito, l’Italia figura come il sesto fornitore, con una quota a valore vicina al 6% dell’import britannico.

Vista dall’altra sponda, la Gran Bretagna si configura come il nostro quarto mercato di export alimentare più importante, dopo Germania, Francia e Stati Uniti. Un mercato che nell’ultimo decennio ha aumentato i propri acquisti di prodotti del “Made in Italy” del 43%, ben più di quanto fatto nei confronti dei nostri concorrenti francesi o olandesi, ma meno rispetto a quelli spagnoli o tedeschi (+55%). Nei mesi successivi alla dichiarazione di uscita dall’Ue sancita con il referendum e con un sterlina svalutata di oltre il 10% rispetto all’euro, i tassi di crescita delle nostre vendite sul mercato britannico si sono ridotti per poi riprendersi nei primi sette mesi del 2018, quando l’import di prodotti alimentari dal nostro paese ha registrato un quasi +3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Tuttavia, se dal dato dell’export agroalimentare complessivo si passa a considerare quello delle singole produzioni, la rilevanza del Regno Unito assume ben altri contorni.

I prodotti più richiesti in UK. “I casi di prodotti fortemente legati agli acquisti dal Regno Unito sono numerosi. Basti pensare al Prosecco, per il quale la Gran Bretagna assorbe circa il 40% di tutto l’export, oppure ai pelati e alle polpe di pomodoro per le quali l’incidenza di questo mercato arriva al 20%” dichiara Denis Pantini, responsabile dell’Area Agroalimentare di Nomisma. Tra i prodotti che vantano valori di esportazione più contenuti (sotto i 100 milioni di euro in questo mercato) vanno poi segnalati anche le zuppe pronte e i fagioli in scatola per i quali UK assorbe circa un terzo del relativo export. Anche i formaggi grana Dop (Parmigiano Reggiano e Grana Padano) contano sul Regno Unito per il 9% delle proprie vendite oltre frontiera. “E parlando di indicazioni geografiche, non bisogna sottovalutare il fatto che tra vini e prodotti alimentari Dop e Ipg finisce in Gran Bretagna circa un miliardo di euro del nostro export “di eccellenze”, vale a dire quasi un terzo dell’intero valore delle esportazioni italiane di food&beverage in questo mercato”, sottolinea Pantini.

Un Paese importante per l’export veneto. Si tratta di numeri importanti che invitano a prestare attenzione all’evolversi nel negoziato in corso tra Ue e Uk, anche perché da come saranno definiti gli accordi di uscita – e da come questi impatteranno sulla tenuta del potere di acquisto degli inglesi e sul sistema delle tutela delle denominazioni di origine – non dipende solo il futuro di alcuni tra i principali prodotti del food&beverage italiano ma anche delle economie locali collegate: basti pensare che per tre regioni italiane (Campania, Veneto e Basilicata), il Regno Unito arriva a pesare fino al 15% sull’export agroalimentare regionale.

Fonte: Servizio stampa Nomisma e CRIF