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Ex discarica di Sant’Elena di Robegano a Salzano (Ve), bonifica entro fine 2019

da sx Piccin, Marcato, Vadalà

Partiranno a giorni i lavori per la messa in sicurezza permanente e di bonifica dell’ex discarica di Sant’Elena di Robegano nel comune di Salzano (Venezia), sito che rientra fra quelli oggetto della procedura di infrazione comunitaria nei confronti dell’Italia sulle discariche abusive. Sono stati presentati ieri a Palazzo Balbi dall’assessore regionale allo sviluppo economico e alla legge speciale per Venezia Roberto Marcato, dal gen. Giuseppe Vadalà nella sua veste di Commissario straordinario nominato dal Consiglio dei Ministri per la realizzazione degli interventi necessari all’adeguamento alla normativa vigente delle discariche abusive presenti sul territorio nazionale e dal col. Alberto Piccin, comandante regionale dei Carabinieri forestali.

Tra febbraio e marzo i lavori saranno avviati e si concluderanno entro l’anno. Erano presenti anche l’assessore regionale all’Ambiente Gianpaolo Bottacin, rappresentanti del comune di Salzano, della Città Metropolitana di Venezia, di Arpav e di Veneto Acque, la società “in house” a cui la Regione ha affidato la gestione dell’intervento di bonifica, con un investimento di 2,5 milioni di fondi della Legge speciale per Venezia. Veneto Acque ha sviluppato il progetto definitivo ed esecutivo e ha esperito le procedure di gara per l’affidamento dei lavori che sono stati assegnati all’Associazione di Imprese composta dalla capogruppo Adriatica Strade Costruzioni generali S.r.l. di Castelfranco Veneto (Treviso) e dalla Cos.Idra S.r.l. di Padova. Il contratto è stato sottoscritto il 28 gennaio scorso.

Lavoro in sinergia. L’assessore Marcato ha sottolineato che la discarica, rimasta in attività dal 1979 al 1985, è “una piaga ereditata da anni” ed uno dei siti per i quali anche il Veneto rientra nella procedura di infrazione comunitaria. “Oggi però – ha detto l’assessore – siamo felici di aver trovato una soluzione che restituirà il terreno bonificato al comune di Salzano. E voglio esprimere la grande soddisfazione per la collaborazione con il Commissario straordinario, il gen. Giuseppe Vadalà, e con il col. Alberto Piccin, con cui abbiamo concordato fin da subito sugli obiettivi e sull’operatività. Lo scorso dicembre abbiamo presentato insieme un analogo intervento per la riqualificazione ambientale dell’ex discarica comunale di Val da Rio a Chioggia (Ve). Stiamo lavorando bene e i risultati si vedono e vanno a beneficio anche del bacino scolante e della laguna di Venezia”. Da parte sua il gen. Vadalà ha messo un evidenza l’accelerazione che è stata data agli interventi di bonifica del territorio che hanno un rilevante significato anche sul fronte della prevenzione dell’inquinamento e della salubrità dell’ambiente. Il Veneto è uno degli obiettivi principali su cui si sta lavorando, con interventi importanti sia dal punto di vista tecnico che economico. Le aziende che hanno vinto l’appalto si sono impegnate anche al rispetto degli oneri per la legalità.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

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16 febbraio 2019, tutti a Bosco Nordio a Sant’Anna di Chioggia (Ve) al calar della sera per la notte della civetta

Si avvicina la Primavera e il regno animale si sveglia! E gufi e civette sono tra i primi a sentire il richiamo della bella stagione! La proposta di Aqua e Veneto Agricoltura è questa: accompagnati da un esperto ornitologo ci si potrà inoltrare tra i sentieri della riserva naturale integrale dell’Agenzia regionale “Bosco Nordio” (Sant’Anna di Chioggia-Venezia) al calar della sera, cercando di cogliere il canto di questi splendidi uccelli e carpirne i segreti e le curiosità.

L’attività inizia alle ore 16.30 e prevede una camminata fino al Centro Visite di Veneto Agricoltura, dove i partecipanti potranno assistere a una proiezione sui rapaci notturni, in attesa che il sole tramonti. Successivamente, verso le 18.00, la guida accompagnerà i partecipanti all’interno del bosco, che nel buio esprime un fascino magico e misterioso. I canti dei rapaci notturni renderanno magica l’atmosfera!Costi: euro 5.00 Cad. Prenotazione Obbligatoria. Info: 345.2518596.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Uragano Vaia, riflettori accesi sulla rinascita della montagna bellunese

Il vento, la pioggia e ora la neve: Santo Stefano di Cadore attende con ansia l’arrivo della Primavera per poter dare il via alla rinascita, alla ricostruzione dopo il passaggio dell’uragano Vaia, che tra fine ottobre e i primi giorni di novembre 2018 ha devastato e trasformato il paesaggio e le montagne bellunesi.

Prioritaria la questione legno e boschi. Una ricostruzione che vedrà “partner” del Comune anche il Sindacato giornalisti Veneto che, oltre alla donazione di mille euro fatta lo scorso 20 dicembre, si è impegnato a mantenere accesi i riflettori sul dopo-disastro. La neve dell’inverno del Comelico sta rallentando i lavori, ma la macchina operativa è sempre in azione: prioritaria resta la questione legno e boschi, vero patrimonio naturale, ambientale, turistico ed economico della montagna comeliana. La sindaca, Alessandra Buzzo, è stata nominata dalla Regione Veneto “soggetto attuatore”, quindi è lei a dover coordinare e monitorare gli interventi: un ruolo fondamentale, il suo, in un territorio che vede anche la presenza importante delle quattro Regole, che detengono le proprietà collettive di boschi e pascoli.

Tante le questioni da chiarire: chi può intervenire nella pulizia dei boschi? Dove stoccare il legname? Come trattarne la vendita? Chi coinvolgere nelle operazioni? Proprio per gestire questo delicato equilibrio, nelle ultime settimane si sono tenuti numerosi incontri che continuano in questi giorni, per farsi trovare pronti all’arrivo della Primavera, che vedrà anche importanti interventi di bonifica su prati a servizio delle aziende agricole.

Ampia mobilitazione. Intanto, anche Veneto Strade ha assicurato il suo impegno per garantire il transito ai mezzi autorizzati che dovranno intervenire sul territorio, a Campolongo e in Val Visdende: la distruzione del bosco tra Santo Stefano e Sappada è uno dei simboli tragici del passaggio di Vaia; le immagini della distesa di alberi schiantati dalla forza del vento hanno fatto il giro del mondo. L’arrivo della bella stagione in Comelico significa anche turismo: tolti gli sci, la primavera porta le due ruote, così anche il Genio Civile si è impegnato per la sistemazione della ciclabile che da Santo Stefano porta a Campitello. A tre mesi dal disastro, l’emergenza non è ancora finita: in attesa della ricostruzione, si lavora “dietro le quinte” e Sgv continuerà a seguire da vicino la rinascita di questo territorio.

Fonte: Sindacato giornalisti del Veneto

Trivellazioni in Alto Adriatico, secondo Anbi “bisogna evitare di ripetere errori che si pagano ancor oggi”

Non si può rifinanziare, grazie ad un impegno politico trasversale da noi sollecitato, la cosiddetta Legge Ravenna, con lo stanziamento di 26 milioni di euro dal 2018 al 2024 per mitigare le conseguenze della subsidenza e contestualmente rischiare di riaccenderne le cause, creando le condizioni per trivellazioni anche nell’Alto Adriatico”: a dichiararlo è Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI), aderendo all’invito dei presidenti dei Consorzi di bonifica rodigini Adige Po e Delta del Po, i cui presidenti, Mauro Visentin e Adriano Tugnolo, dichiarano: “Non vogliamo più alluvioni, non vogliamo più che il territorio si abbassi. Le conseguenze sono state disastrose per il Polesine”.

Un po’ di storia. “I territori delle province di Rovigo, Ferrara e del comune di Ravenna – ricorda Giancarlo Mantovani, direttore dei Consorzi di bonifica polesani – sono stati interessati dallo sfruttamento di giacimenti metaniferi dal 1938 al 1964; l’emungimento di acque metanifere innescò un’accelerazione, nell’abbassamento del suolo, decine di volte superiore ai livelli normali: agli inizi degli anni ‘60 raggiunse punte di 2 metri ed oltre, con una velocità stimabile fra i 10 ed i 25 centimetri all’anno; misure successive hanno dimostrato che l’abbassamento del territorio ha avuto punte massime di oltre 3 metri dal 1950 al 1980. Successivi rilievi effettuati dall’Università di Padova hanno evidenziato un ulteriore abbassamento di 50 centimetri nel periodo 1983-2008 nelle zone interne del Delta del Po”.

Il Polesine ha già dato. L’ “affondamento” del Polesine e del Delta Padano ha causato un grave dissesto idraulico e idrogeologico, nonchè ripercussioni sull’economia e la vita sociale dell’area; il sistema di bonifica è attualmente costituito da un numero importante di centrali idrovore, che continuano a garantire l’indispensabile pompaggio per “sollevare” l’acqua verso il mare: 201 nel rodigino, 170 nel ferrarese e 144 impianti nel ravennate. La conseguenza dell’alterazione dell’equilibrio idraulico fu lo sconvolgimento del sistema di bonifica. Tutti i corsi d’acqua si trovarono in uno stato di piena apparente, perché gli alvei e le sommità arginali si erano abbassate, aumentando la pressione idraulica sulle sponde ed esponendo il territorio a frequenti esondazioni. Gli impianti idrovori cominciarono a funzionare per un numero di ore di gran lunga superiore a quello precedente (addirittura il triplo od il quadruplo), con maggior consumo di energia e conseguente aumento delle spese di esercizio a carico dei Consorzi di bonifica. Si è reso inoltre indispensabile il riordino di tutta la rete scolante così come degli argini a mare.“I territori del delta del fiume Po – concludono all’unisono i presidenti di ANBI e dei Consorzi di bonifica polesani – da oltre mezzo secolo stanno subendo le conseguenze di una scelta sbagliata; il Polesine ha già dato e le conseguenze sono note a tutti”.

Fonte: Servizio stampa Anbi

11 febbraio 2019, incontro serale a Battaglia Terme (Pd) aperto alla cittadinanza, al centro del dibattito il futuro prossimo del Parco regionale dei colli Euganei

Lunedì 11 febbraio alle 20.45 nel centro Bachelet in via A. Manzoni 19 a Battaglia Terme (PD), il Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Parco Colli invita la cittadinanza a partecipare all’incontro “Il Parco deve ripartire, ma quale Parco?“.  Alla domanda sono stati chiamati a rispondere Cristiano Corazzari, assessore regionale al Territorio, i rappresentanti di Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Strada del vino Colli Euganei, i rappresentanti dell’Odg Terme-Colli, Ascom e Confesercenti. A coordinare l’incontro sarà il giornalista Nicola Cestaro. Precisa in una nota il Coordinamento: “Dopo oramai quasi 30 anni dalla sua istituzione, 7 anni dalla proposta regionale di riorganizzazione dei parchi, 3 anni dal suo commissariamento sono necessarie risposte concrete”.

Fonte: Coordinamento Associazioni Ambientaliste Parco Colli

Dissesto idrogeologico: oltre una frana su quattro colpisce i terreni agricoli. La Provincia autonoma di Trento tra le aree più a rischio per le frane, peggiora anche quella di Bolzano. Veneto tra le regioni più soggette al rischio idraulico.

Il dissesto idrogeologico è in crescita, rispetto alla precedente rilevazione del 2015: i Comuni italiani a rischio frane e alluvioni sono passati dall’88% al 91%, la superficie territoriale a rischio frane e alluvioni è cresciuta del 2,9%. Le frane registrate in Italia rappresentano circa i due terzi delle frane registrate in Europa. Le frane e le alluvioni, oltre a costituire un grave rischio per l’incolumità dei cittadini italiani (1.850 morti, 2000 feriti, 318 mila senzatetto negli ultimi cinquant’anni, dati Cnr luglio 2018), appesantiscono la finanza pubblica di un notevole onere per la riparazione dei danni (3 miliardi solo per le alluvioni dell’autunno 2018), che costa da tre a quattro volte più della prevenzione. E’ quanto emerge dal rapporto elaborato dal Centro Studi Confragricoltura, di cui pubblichiamo di seguito un estratto.

Dopo strade e ferrovie, aree agricole quelle più danneggiate. Per effetto dei mutamenti climatici, dell’abbandono di molti terreni agricoli e della maggiore impermeabilizzazione del suolo (urbanizzazione), gli effetti distruttivi conseguenti al dissesto idrogeologico del territorio tendono ad aggravarsi, in un contesto generale già precedentemente critico per l’insufficienza degli interventi di prevenzione. Secondo una stima del Ministero dell’Ambiente (2014), le zone agricole sono, dopo strade e ferrovie, maggiormente colpite dai danni da frane provocati dall’intensità delle precipitazioni meteoriche. Sono conseguentemente, fra le vittime, molti gli agricoltori, sorpresi da temporali e fenomeni alluvionali mentre cercavano di mettere in sicurezza gli animali e i beni strumentali delle proprie aziende, sul posto o in strada per raggiungere l’azienda.

Riparare i danni costa molto di più che investire nella prevenzione. Nel dibattito politico sugli investimenti in “grandi opere”, particolarmente vivace in questo periodo, domina la realizzazione di nuove infrastrutture stradali e ferroviarie per il trasferimento veloce di persone e merci; i danni a tali infrastrutture per effetto del dissesto idrogeologico si tratta con attenzione molto inferiore. E’ tuttavia ampiamente dimostrato che riparare i danni di frane e alluvioni costa da tre a quattro volte più degli investimenti necessari per la prevenzione. Secondo un’elaborazione di Legambiente, fra il 1991 e il 2010, a fronte di un investimento per prevenzione di 8,4 miliardi di euro, sono state sostenute spese di riparazione dei danni per 22 miliardi.

Finanziati solo in parte i progetti regionali per la mitigazione del dissesto idrogeologico. Attualmente, nel quadro del progetto Italia Sicura avviato dal Governo Renzi nel 2014 (ora cancellato dal Governo Conte), le Regioni hanno elaborato circa 8.700 progetti per la mitigazione del dissesto idrogeologico che richiedono complessivamente investimenti per 24,3 miliardi, di cui poco meno di 10 sono stati già effettivamente finanziati.Con la manovra finanziaria 2019 sono stati stanziati ulteriori 900 milioni l’anno per il triennio 2019-2021, nel quadro di un investimento complessivo di più lungo periodo di 6 miliardi. Al finanziamento statale si aggiungerà quello delle Regioni. Tuttavia, se l’attuale andamento meteoclimatico si confermerà nei prossimi anni, è prevedibile che la spesa per riparare i danni continuerà ad essere largamente superiore agli  investimenti destinati alla prevenzione. Intanto, le sole alluvioni dell’autunno 2018 hanno colpito 11 Regioni per danni stimati in circa 3 miliardi di euro. Negli ultimi 18 anni (2000-2018), in Italia, le alluvioni catastrofiche sono state, in media due l’anno; nel periodo precedente (1900-1999) erano state sempre inferiori a una per anno. In particolare, fra il 2000 e il 2009, la frequenza annua delle alluvioni catastrofiche è stata di 1,4, mentre fra il 2010 e il 2018 è salita a 2,6.

Le superfici a rischio. A fronte dell’inasprimento delle manifestazioni pluviometriche estreme, d’altra parte, il territorio ha evidenziato un’ulteriore esposizione al rischio idraulico, come si evince dal confronto delle stime di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nell’arco dei ultimi tre anni di rilevamento (2015-2017): la superficie nazionale a rischio idraulico è passata dal 22,7% al 23,4%, pari ad un incremento di circa duemila chilometri quadrati, ovvero 200 mila ettari. E’ sostanzialmente della stessa misura, sia pure per superfici inferiori, l’incremento della superficie a rischio di frana. In questo caso, è evidente come diminuiscano le superfici a rischio più basso (aree di attenzione), mentre crescono le superfici a rischio più consistente, in particolare medio e alto.

Comuni a rischio, urbanizzazione e presidio agricolo. Se le superfici a rischio di frana e idraulico si attestano fra il 20% e il 23% del territorio nazionale, l’incidenza dei Comuni soggetti agli stessi rischi è molto superiore (88-91%), a conferma che le conseguenze di alluvioni e frane si sentono maggiormente nei tanti piccoli Comuni rurali del nostro Paese. All’aggravarsi del dissesto idrogeologico contribuisce la crescita dell’urbanizzazione e quindi del suolo denaturalizzato e “impermeabilizzato”, ovvero del cosiddetto consumo di suolo. Dalla metà degli anni ’50, l’incremento del suolo urbanizzato è stato pressoché costante, attestandosi intorno a +164% nel 2017, con la superficie nazionale interessata che è passata dal 2,9% al 7,6%. Le conseguenze di frane e alluvioni sono più gravi anche per la riduzione della superficie territoriale destinata all’uso agricolo, conseguente in parte all’urbanizzazione, e in parte all’abbandono della coltivazione delle zone meno produttive, rimaste senza il presidio degli agricoltori e delle relative sistemazioni idraulico-agrarie del suolo.

Il rischio idrogeologico nelle Regioni. Per quanto ancora influenzati da alcuni adattamenti e incompletezze del rilevamento, i dati sul dissesto
idrogeologico a livello regionale già evidenziano differenze significative. Le Regioni dove la superficie a rischio per frane (tutti i livelli di rischio) è più rilevante sono: la Valle d’Aosta (95% della superficie), seguita dalla Provincia Autonoma di Trento (87%) e dalla Campania (60%); seguono, oltre il
20%, Liguria (58%), Toscana (47%), Molise (30%), Abruzzo (23%), Sardegna (22%). A parte i rilevamenti non aggiornati, fra il 2015 e il 2017 migliorano significativamente solo il Piemonte (-19% della superficie a rischio) e l’Emilia Romagna (-1,3%); peggiorano soprattutto Bolzano (+132%), Sardegna (+34%) e Calabria (+28%). Il dato nazionale complessivo segna +2,9% pari ad un incremento della superficie a rischio frane di 1.706 Kmq, ovvero circa 171 mila ettari. Per quanto riguarda la percentuale di superficie regionale a rischio idraulico, si evidenziano ai primi posti: l’Emilia Romagna (92%) e il Veneto (41%); seguono Toscana (39%), Lombardia (37%) e Piemonte (25%).

Fonte: Centro studi Confragricoltura

 

 

 

Parco Colli Euganei, Regione Veneto risponde agli ambientalisti: “Nessun ritardo, osservati tempi tecnici”

“Non stiamo impiegando né più né meno del tempo necessario per fare le cose come debbono essere fatte, per bene, nel rispetto della normativa e con la consapevolezza di porre delle basi solidi su cui poi costruire un sistema gestionale del Parco dei Colli Euganei solido ed efficiente”. L’assessore al Territorio e ai parchi, Cristiano Corazzari, interviene a difesa dell’operato della Regione del Veneto, a cui alcune associazioni ambientaliste euganee (vedi notizia a questo link, ndr) attribuiscono la responsabilità di aver accumulato ritardi per la definizione della governance del Parco e il superamento della fase commissariale dello stesso.

Nominati gli esperti. “La costruzione della nuova governance dei parchi – spiega l’assessore – ha comportato la verifica puntuale e scrupolosa dei requisiti di oltre un centinaio di candidati che hanno risposto all’avviso per l’individuazione dei tre esperti che entreranno a far parte delle Comunità dei parchi. E lo stesso sta avvenendo con le associazioni di categoria che esprimeranno i loro candidati per le Consulte. Segnalo che abbiamo già provveduto un paio di settimane fa a nominare gli esperti con apposita deliberazione della Giunta regionale e che per la formazione della Consulta i termini erano stati brevemente riaperti su esplicita richiesta di alcune associazioni. I supposti ritardi, pertanto, dipendono esclusivamente da tutti questi motivi e non dalla volontà di prorogare i commissariamenti o che altro. Sono il primo a essere interessato a concludere al più presto questa fase e a ridare ai territori dei Parchi Regionali un presidente, un Consiglio direttivo, una Comunità e una Consulta nel pieno dei loro poteri”, conclude Corazzari.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto