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Le “Mamme No Pfas”, premio Argav 2021, lanciano un appello agli agricoltori per collaborare insieme nel trovare una soluzione alla produzione di alimenti privi di Pfas

Da sx Stelluto, Cola, Zamboni e ZuccatoMotivazione premio Argav 2021

(di Marina Meneguzzi, consigliera Argav) “La nostra alimentazione da alcuni anni a questa parte? Non a km zero!” A dirlo, con grande nostalgia per i bei tempi andati, è stata Cristina Cola, che insieme a Michela Zamboni e Patrizia Zuccato, lo scorso 18 dicembre hanno ritirato a nome del comitato “Mamme No Pfas”, acronimo di Sostanze Perfluoro Alchiliche, il Premio Argav 2021, alla presenza dei soci, riuniti nelle sale di Osterie Meccaniche ad Abano Terme (PD) (nella foto in alto, insieme al presidente Argav Fabrizio Stelluto). Le tre “mamme” provengono rispettivamente dalle province di Vicenza, Verona e Padova, territori coinvolti in uno dei più grandi casi di inquinamento da Pfas al mondo, causato da oltre 40 anni, secondo la Relazione del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Treviso (13 giugno 2017) che ha dato il via all’indagine da parte della Procura, dalla ditta Miteni di Trissino (VI), oggi fallita e sotto processo a Vicenza per reati ambientali (prossima udienza il 27 gennaio 2022) e che interessa un’area in cui vivono 350 mila persone. Il loro è un comitato spontaneo e apartitico di genitori, persone normali che hanno messo a disposizione del gruppo la popria esperienza professionale e, con determinazione e tenacia, difendono dal 2017 il diritto ad avere acqua pulita per la salute e il benessere di tutti.

Fiducia tradita. “il problema dell’inquinamento Pfas è emerso nel 2013, in seguito a controlli effettuati dall’Arpav (Agenzia Regionale per la Protezione e prevenzione ambientale del Veneto), che ha agito su indicazioni regionali in base a uno studio dell‘Isra-Cnr sulle acque potabili e sui fiumi Po, Adige e loro affluenti, ma non ci è stato comunicato ufficialmente dalla Regione Veneto fino a quattro anni dopo, è questo è davvero grave. La gran parte delle persone, noi comprese, si sono fidate del fatto che l’acqua è sempre stata dichiarata potabile e sicura, per cui l’abbiamo sempre bevuta e usata per lavare frutta e verdure, cucinare e lavarci i denti. Se fossimo state rese consapevoli del problema, avremmo potuto scegliere come comportarci. La nostra lotta è iniziata quando abbiamo ricevuto le analisi del sangue dei nostri figli, tutti contaminati da Pfas (nel sangue sono state ricercate le concentrazioni dei 12 Pfas più conosciuti, su oltre 4.000/7.000 presenti attualmente in commercio, ndr). Ricordiamo che, una volta entrati nell’organismo, queste sostanze possono provocare gravi problemi ia distanza di molto tempo: da un basso peso alla nascita a malattie della tiroide, dal cancro ai testicoli e ai reni, all’ipertensione all’ipercolesterolemia. Da allora, non ci siamo mai fermate”, hanno spiegato le tre “Mamme No Pfas”. Il loro è stato, e lo è tutt’ora, un lavoro d’inchiesta puntuale e serrato, che ha portato a risultati tangibili, di cui potete leggere nel sito mammenopfas.org, non ultimi i ricorsi accolti lo scorso aprile dal Tar dl Veneto presentati insieme a Greenpeace, che ha obbligato la Regione Veneto a fornire i dati completi relativi alla presenza di Pfas ngli alimenti, fino ad allora forniti parzialmente. Dalle elaborazioni emergono molte criticità: numerosi alimenti risultano infatti contaminati non solo per la presenza di Pfoa e Pfos, ma anche per tanti altri composti di più recente applicazione industriale. “Alla Regione Veneto, abbiamo chiesto e continuamo a chiedere che venga esteso a tutti il diritto di accedere alle analisi del sangue per i Pfas. Attualmente i cittadini residenti in aree contaminate (arancione) non hanno la possibilità di sapere la concentrazione di Pfas nel loro sangue, nemmeno a pagamento”.

Come devono comportarsi i cittadini? Continuano Cola, Zamboni e Zuccato: “Gli enti preposti dovrebbero mettere in atto misure che garantiscano una reale prevenzione, facendo tutto il possibile per azzerare l’esposizione ai Pfas della popolazione già contaminata. Riteniamo insufficiente la soluzione della Regione Veneto di mettere dei filtri negli acquedotti per depurare l’acqua dai Pfas. Con l’esclusione del divieto di consumo del pescato, non ci risulta siano state adottate altre misure di precauzione in seguito ai risultati delle analisi, nemmeno indicazioni ai cittadini per il consumo di prodotti “a km zero” che mostrano i livelli più elevati di contaminazione, come ad esempio uova, etc. La Regione Veneto con DGR n. 854 del 13 giugno 2017 ha stabilito che le acque ad uso zootecnico devono rispettare gli stessi limiti delle acque ad uso umano, indicati dal Ministero della Salute in 1.030 ng/l come somma totale di PFOA (500 ng/l) + Pfos (30 ng/l) + altri Pfas (500 ng/l). Questo valore appare chiaramente troppo elevato per garantire la sicurezza degli alimenti. Il più recente parere Efsa (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) 2020 fissa l’assunzione settimanale tollerabile attraverso la dieta a 4,4 ng/kg di peso corporeo per quattro molecole (Pfoa, Pfos, Pfna, Pfhxs). Non sappiamo, inoltre, se e come vengono effettuati i controlli e le verifiche del rispetto di tale norma. Molti pozzi sono stati fatti chiudere, ma la maggior parte dei pozzi privati non è dichiarata e, di conseguenza, non controllata. Inoltre, le gravi criticità interessano gli alimenti provenienti da tutta l’area attraversata dal fiume Fratta, e non solo dal tratto che ricade nella zona rossa”.

Collaborazione per trovare una soluzione.“La cosa preoccupante è che queste sostanze sono indistruttibili e persistenti e la loro capacità di bioaccumolo l’abbiamo vista direttamente nelle nostre analisi del sangue. Molti dei nostri ragazzi soffrono già di malattie alla tiroide. Il problema è molto grave, quando lo si coglie, capisci che bisogna lottare a livello globale per ottenere limiti zero e fermare le produzioni per salvare il salvabile. Con questo non vogliamo criminalizzare gli agricoltori e gli allevatori, che sono anch’essi vittime di questo grave inquinamento – le concentrazioni più elevate di Pfas nel sangue sono state riscontrate proprio nei dipendenti della Miteni e negli agricoltori – e vogliamo dire loro di non considerarci dei “nemici” ma di combattere insieme a noi nel trovare una soluzione. Intanto, nel chiedere che vengano fissati limiti nazionali il più restrittivi possibile per tutti i Pfas nelle acque ad uso umano, negli alimenti e negli scarichi industriali. All’incontro nella cittadina termale era presente anche il presidente di Cia Veneto, Gianmichele Passarini, che si è dichiarato solidale con loro, essendo gli agricoltori della zona, nonché le loro famiglie, direttamente coinvolti, ma che c’è necessità di riflettere con calma insieme per valutare come attuare la bonifica dell’area del sito industriale “ex Miteni” e della falda sottostante, problema di non facile soluzione.

Una lotta contro il tempo. Un problema di cui le “Mamme No Pfas” sono consce ogni giorno e a cui cercano di porre rimedio chiedendo aiuto alla ricerca scientifica. “Ci siamo impegnate a sostenere i costi per tutti i consulenti che ci aiuteranno a provare la colpevolezza dei responsabili.Per questo abbiamo fondato il Comitato Mamme No Pfas – Raccolta Fondi per Azioni Legali, a cui tutti possono partecipare con donazioni, anche piccole. Insieme al comune di Lonigo, abbiamo ingaggiato il prof. Philippe Grandjean, ricercatore al dipartimento di Salute Ambientale all’Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston, tra i massimi esperti mondiali sulle conseguenze dei Pfas sulla salute, che è stato consulente per lo stato del Minnesota, negli Stati Uniti, nel procedimento contro la 3M per l’inquinamento da Pfas nel 2010 nell’area metroplitana di Twin Cities, e presto verrà da noi. Noi non ci arrenderemo, siamo convinti che la nostra forza di genitori uniti potrà cambiare le cose, è un dovere morale che abbiamo nei confronti dei nostri figli, della nostra terra e delle generazioni future”. Un obiettivo che non possiamo che condividere e supportare, ringraziandole per la tenacia e il coraggio profusi nel perseguirlo.

Smog, scadenza ecobonus slitta al 21 febbraio 2019

Slitta al 21 febbraio 2019 la scadenza finale per la presentazione delle domande per gli incentivi sulla riqualificazione energetica “Ecobonus” e per la ristrutturazione edilizia “Bonus Casa” relativi all’anno precedente fondamentali per la riduzione dell’inquinamento e della spesa energetica. E’ quanto spiega Uecoop, l’Unione europea delle cooperative, in relazione ai provvedimenti anti smog in arrivo in diverse regioni del Nord Italia a causa delle polveri sottili oltre i limiti di legge.

Gli scarichi degli impianti di riscaldamento rappresentano una delle principali fonti di inquinamento – afferma Uecoop – e quindi gli interventi per migliorare l’efficienza energetica sono fondamentali per abbattere i livelli di smog: dalle nuove caldaie a condensazione ai pannelli solari, dalla coibentazione degli edifici ai pannelli solari, dai microgeneratori di calore fino alle finestre ad alto taglio termico, il tutto con detrazioni dal 50% all’85% a seconda della tipologia di spesa e di edificio. Per monitorare e valutare il risparmio energetico conseguito con la realizzazione degli interventi, c’è l’obbligo di trasmettere all’Enea le informazioni sui lavori effettuati attraverso il sito http://ristrutturazioni2018.enea.it. Con un mercato edilizio che negli ultimi dieci anni ha perso oltre 400mila posti di lavoro scendendo a 826mila addetti e con un trend che ha portato anche alla chiusura di quasi 4 mila realtà cooperative edili in Italia – sottolinea Uecoop – è strategico intervenire con misure che facciamo ripartire in modo deciso il comparto favorendo  il recupero strutturale e ambientale degli edifici esistenti con l’adeguamento ai più alti standard strutturali ed energetici per migliorare – conclude Uecoop – la qualità della vita domestica contribuendo al tempo stesso  alla lotta contro l’inquinamento atmosferico.

Fonte: Servizio stampa Uecoop

 

Gli affari sporchi delle mafie a Nordest

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L’ex procuratore Giancarlo Caselli

Gli interessi illeciti nel settore agroalimentare con l’infiltrazione nei mercati ortofrutticoli dei Nord Italia e nel commercio di prodotti oleari da parte di soggetti riconducibili alla cosca Piromalli sono la punta di un iceberg del business della criminalità organizzata nell’agroalimentare che vale 16 miliardi all’anno. E’ quanto afferma Coldiretti nel commentare positivamente il blitz eseguito dai Ros qualche giorno fa contro la potente cosca dell’’ndrangheta con 33 provvedimenti di fermo e di sequestro di beni emessi dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

Prezzi aumentati anche del 300 per cento dal campo alla tavola. “Il fatto che i tentacoli delle agromafie arrivino fino a Nordest non ci stupisce”, commenta Federico Miotto, presidente di Coldiretti Padova. Che aggiunge: “La malavita si appropria di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma compromette in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy. La presenza di attività criminali nella filiera agroindustriale non fa che aggravare gli aspetti patologici dell’indotto agroalimentare, come la lievitazione dei prezzi di frutta e verdura nella filiera che va dal produttore al consumatore. Sono la conseguenza non solo dell’effetto dei monopoli, ma anche delle distorsioni e speculazioni dovute alle infiltrazioni della malavita nelle attività di intermediazione dai mercati ortofrutticoli ai trasporti. L’ortofrutta è sottopagata agli agricoltori su valori che non coprono neanche i costi di produzione, ma i prezzi moltiplicano fino al 300% dal campo alla tavola anche per effetto del controllo monopolistico dei mercati operato dalla malavita in certe realtà territoriali”.

Servono armi efficaci per combattere criminalità. Il fenomeno non può lasciare indifferenti, tanto che Coldiretti da anni sta tenendo alto il livello di attenzione con l’attività dell’Osservatorio sulla criminalità in agricoltura. E proprio da Padova, l’anno scorso, l’ex procuratore Giancarlo Caselli, alla guida del comitato scientifico dell’Osservatorio, aveva messo in guardia sull’effetto devastante delle agromafie. “Nel Nordest c’è una mafia “silente” – aveva ricordato Caselli – che applica il proprio metodo di assoggettamento senza fare troppo rumore e senza far scorrere sangue. E’ interessata al denaro, alla ricchezza presente in queste terre per realizzare i sui traffici. L’agricoltura è un settore che fa gola alla criminalità perché il made in Italy è conosciuto in tutto il mondo e perché mettere le mani sull’agroalimentare significa assicurarsi ampli margini di guadagno con le contraffazioni, le falsificazioni e ogni genere di frode. Per combattere le agromafie servono delle armi efficaci, per questo l’Osservatorio ha proposto un disegno di legge”. Gli interessi criminali sono rivolti anche alle forme di investimento nelle catene commerciali della grande distribuzione, nella ristorazione e nelle aree agro-turistiche, nella gestione dei circuiti illegali delle importazioni/esportazioni di prodotti agroalimentari sottratti alle indicazioni sull’origine e sulla tracciabilità non curandosi delle gravi conseguenze per la catena agroalimentare, per l’ambiente e la salute.

mafiaanordestUn libro inchiesta. A proposito di malavita organizzata in Veneto, interessante anche la lettura del libro “Mafia a Nordest” (Bur Biblioteca Univ. Rizzoli 2015), in cui gli scrittori Luana de Francisco, Ugo Dinello e Giampiero Rossi squarciano il velo di silenzio interessato che da troppo tempo lascia campo libero all’azione dei clan e dei loro alleati, raccontando senza tabù i loschi interessi che mafia e imprenditori locali condividono: dal riciclaggio di denaro sporco al pericoloso mal costume del “nero”, dal traffico di droga e armi ai disastri ambientali, dall’infiltrazione nelle ditte appaltatrici di Fincantieri al business del tarocco.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Padova/Bur

Pfas: vertice in Giunta Regionale con organizzazioni agricole, concordate analisi sui pozzi e interventi se trovate tracce di inquinamento. Assessori, “limiti nazionali assenti, costi ingenti, lo Stato batta un colpo”.

PFAS VERTICEPremesso che le acque ad uso potabile degli acquedotti pubblici sono state messe in sicurezza con l’installazione di appositi filtri fin dall’agosto 2013; che la sanità regionale sta per avviare un monitoraggio pluriennale su circa 250 mila persone potenzialmente esposte per un costo di circa 150 milioni di euro; e che mancano limiti cogenti fissati dal Governo (che ancora non esistono e che la Regione solleciterà a tutti i livelli), la complessa questione dell’inquinamento da Pfas che è emersa in Veneto da uno studio del Cnr iniziato su vari territori italiani nel 2006 e conclusosi nel 2013, è stata al centro di un vertice tenutosi ieri in Giunta regionale, cui hanno partecipato gli assessori all’Agricoltura, all’Ambiente e alla Sanità, con i rappresentanti del mondo agricolo (Coldiretti, Confagricoltura, Cia e Anpa Veneto).

Primo step: mappatura e prelievo acqua per l’analisi dell’acqua nelle aziende agricole potenzialmente coinvolte nella contaminazione. Sul tavolo la difficile situazione delle imprese agricole e allevatorie che utilizzano grandi quantità di acque superficiali o da pozzo artesiano per le loro attività. I tre assessori, coadiuvati dai rispettivi tecnici, hanno illustrato l’evoluzione della vicenda e lo stato dell’arte, prendendo nota delle preoccupazioni emerse dagli interlocutori. Al termine è stato condiviso un cammino, proposto dall’assessore all’Agricoltura Pan, che prevede in tempi brevi la messa a disposizione da parte delle Organizzazioni Agricole della mappatura delle aziende che utilizzano acque superficiali o pozzi per la loro attività, il prelievo di un campione di acqua e le analisi da parte dell’Arpav, il cui costo potrà essere regolato e “calmierato” mediante un convenzione da sottoscrivere tra la Regione e le Organizzazioni Agricole.

Possibili soluzioni, variazione altezza pozzi o filtraggio. Una volta conosciuti gli esiti, e individuati gli eventuali pozzi che dovessero superare la soglia di accumulo, le due ipotesi d’intervento che sono state avanzate sono la variazione dell’altezza dei pozzi per raggiungere una falda “pulita” o l’apposizione di filtri. Si sta anche valutando la possibilità di deviare verso le zone inquinate parte dell’acqua gestita dal Consorzio di Bonifica di secondo grado Lessino-Euganeo-Berico (LEB) la cui acqua, captata dal fiume Adige, potrebbe contribuire alla diluizione delle sostanze sia sulle falde che sulle acque superficiali. Scartata, invece, l’ipotesi di collegare le aziende alla rete idrica pubblica, sia per gli alti costi, sia per l’impossibilità che l’acqua potabile degli acquedotti sia sufficiente ad rispondere sia alle esigenze della popolazione che a quelle degli agricoltori.

Costi ingenti, lo Stato deve intervenire. “La Regione Veneto non è l’unica in Italia ad avere questo problema – hanno detto gli assessori – ma al momento ci risulta sia l’unica ad averlo affrontato di petto e con trasparenza. Da qualsiasi parte la si affronti si tratta di una situazione di grande impatto sanitario, ambientale, agricolo ed anche emozionale, che comporterà costi ingenti. Lo Stato non può rimanere indifferente. Occorrono finanziamenti straordinari e la fissazione, una volta per tutte, di limiti cogenti sull’accumulo di queste sostanze, delle quali in realtà non si è ancora in grado di conoscere compiutamente la reale pericolosità. Un limite nazionale – hanno concluso gli assessori – è l’unico elemento di chiarezza che ancora manca, ma è fondamentale”.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Inquinamento idrico, per la prima volta in Italia dichiarata ammissibile una “class action” contro i somministratori di servizi pubblici

acqua_rubinetto--400x300Importante ordinanza emessa dal Tribunale di Roma a favore dei consumatori che riconosce il diritto alla collettività dei cittadini di promuovere azioni contro Enti e somministratori di servizi pubblici. Il Collegio del Tribunale di Roma, con due ordinanze gemelle, depositate il 2 maggio 2013, ha dichiarato ammissibile la class action promossa da alcuni cittadini molisani (e sostenuta da Italia dei Valori, Federconsumatori, Arco Consumatori e Lega Consumatori) nei confronti dei Comuni di Petacciato e Montenero di Bisaccia.

Un agente altamente cancerogeno nell’acqua potabile. L’azione, patrocinata dagli avvocati Claudio Belli (presidente nazionale dell’associazione AGIT – Avvocati Giusconsumeristi Italiani), Domenico De Angelis e Carla Biello, era stata avviata a seguito di fenomeni di grave inquinamento da trialometani (agente altamente cancerogeno) presenti nell’acqua potabile dell’area molisana tra il 2010 ed il 2011. Con le suddette ordinanze Il Tribunale di Roma, per la prima volta in Italia, ha ritenuto fondata la domanda di condanna alle restituzioni per tutti gli utenti del servizio non avendo potuto costoro fruire del servizio idrico per i mesi di dicembre 2010 e gennaio 2011 ed ha disposto, inoltre: 1. che devono ritenersi inclusi nella classe e possano aderire all’azione tutti i soggetti titolari di un contratto di somministrazione idrica con i Comuni di Montenero di Bisaccia e Petacciato nel periodo 28.12.2010/3.1.2011;  2. la pubblicazione del provvedimento, a cura e spese delle parti proponenti su “Il Messaggero”, “Corriere della Sera” e “La Repubblica”;  3. la fissazione di un termine per il deposito degli atti di adesione presso la cancelleria del Tribunale; 4. la trasmissione delle ordinanze al Ministero dello Sviluppo Economico per le ulteriori forme di pubblicità di competenza.

Aperti spazi di tutela inedita dei cittadini. “Si tratta di una pronuncia di grande rilevanza collettiva i cui principi, in caso di esito positivo del giudizio, potranno essere estesi a tanti casi e situazioni analoghe su tutto il territorio nazionale” – ha affermato Claudio Belli, presidente nazionale AGIT e patrocinatore della controversia – “Le ordinanze del Tribunale di Roma aprono degli spazi di tutela inediti per tanti cittadini che, senza lo strumento della class action, hanno dovuto subire passivamente, in questi anni, fenomeni di inquinamento e pagare egualmente il canone idrico. In ogni caso va rilevato – ha sottolineato Claudio Belli – che, al di là del valore economico della controversia, la forza di questo tipo di azioni è la valenza deterrente che esse assumono in funzione di tutela degli interessi e della salute della generalità dei cittadini”. Per informazioni: AGIT Segreteria generale info@giusconsumeristi.it – Fonte: AGIT – http://www.giusconsumeristi.it

(Fonte: http://www.aeceuropa.eu, associazione che ha nell’avv. Claudio Belli il punto di riferimento per l’azione collettiva a tutela dei cittadini colpiti dalla vendita di latte contaminato da dosi eccessive di aflatossine).

Protocollo d’intesa tra Corpo Forestale e Antimafia

Un momento dell'accordo

“La battaglia principale che dobbiamo affrontare è quella per la legalità nel nostro Paese. Noi siamo attenti agli indicatori economici e alla crescita, ma al tempo stesso dobbiamo alzare il livello dello scontro con le organizzazioni criminali per riportare la legalità nella nostra comunità nazionale. Questo è il nostro dovere, anche nei confronti delle generazioni a cui lasceremo l’Italia. Sono orgoglioso del contributo che il Corpo Forestale dello Stato dà, ha dato e potrà continuare a dare, grazie alla firma di questo protocollo, al raggiungimento di questo obiettivo”.

Obiettivo, contrastare ancor più lo smaltilmento illegale di rifiuti e la sicurezza agroalimentare.  il ruolo di contrasto Lo ha detto il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania, intervenendo alla cerimonia per la firma di un protocollo d’intesa tra il Capo del Corpo forestale dello Stato, Cesare Patrone, ed il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, a seguito del quale verrà rafforzato il ruolo di contrasto svolto dal Corpo forestale dello Stato, all’interno delle Forze di Polizia, in materia di traffici illeciti, smaltimento illegale dei rifiuti e di sicurezza agroalimentare. Alla cerimonia, che si è tenuta presso il Parlamentino delle Foreste del CFS, hanno partecipato anche i Procuratori nazionali Roberto Pennisi, Maurizio De Lucia, Filippo Beatrice, Giovanni Russo e, per la DDA di Napoli e Caserta il Procuratore aggiunto Federico Cafiero De Rhao e il Sostituto Procuratore Giovanni Conzo.

Dietro ai reati ambientali, interessi economici e sodalizi mafiosi. “La sottoscrizione del protocollo d’intesa tra CFS e DNA – ha detto il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso – darà un nuovo impulso al perseguimento dei reati ambientali che sempre più hanno una connotazione criminale di stampo associativo, riconducibili ai cospicui interessi economici perseguiti dai sodalizi mafiosi con particolare riferimento al traffico illecito dei rifiuti. Oggi firmiamo questo documento, ma è da adesso in poi che dovremo mettere sempre maggiore impegno. Sono convinto che grazie alla preziosa collaborazione con il Corpo Forestale riusciremo a ottenere ancora molti risultati”.

(Fonte: Asterisconet.it)

Presenza diossine nei pesci del lago di Garda, verifca della Regione Veneto di qualità acque e sedimenti

Nell’ambito delle azioni conseguenti al rilevamento di alcune specie ittiche del lago di Garda, risultate contaminate da diossine, furani e policlorobifenili (PCB), tra cui dioxin-like, la Regione Veneto ha ritenuto opportuno valutare se ci siano state alterazioni dello stato ambientale del lago e ha realizzato una prima campagna di rilevamento ambientale delle matrici acqua e sedimento che sarà utile anche per indagare sulle possibili cause del fenomeno.

Indagini affidate ad ARPA Veneto. Le analisi preliminari e funzionali anche all’elaborazione di un piano più dettagliato di controlli, qualora si rendesse necessario, sono state affidate ad ARPA Veneto e hanno interessato la sponda veneta del lago e in particolare i comuni di Bardolino, Brenzone, Torri del Benaco e Garda per l’acqua, e anche Peschiera e Lazise per i sedimenti. I prelievi di acqua sono stati effettuati in tre stazioni, di cui una in corrispondenza dell’acquedotto in località Cavalla a Garda. I prelievi di sedimenti hanno interessato uno strato di circa 20 cm, con quattro-cinque ripetizioni per sito, e sono stati effettuati in 10 stazioni lungo tutta la costa veneta del lago.

L’ARPAV ha già fornito i primi risultati: in tutti i campioni di acqua fino ad ora analizzati non si è riscontrata presenza di diossine e furani al di sopra del limite di quantificazione. Per i PCB, in assenza di una normativa sanitaria nazionale di riferimento, si può osservare che le concentrazioni finora misurate in acqua, variabili tra 0,431 e 0,520 nanogrammi/litro, risultano molto al di sotto dei limiti previsti, per esempio, dalla normativa statunitense. Per quanto attiene ai sedimenti le concentrazioni di Diossine e Furani, variabili tra 0,12 e 6,31 nanogrammi/chilogrammo (espresse come I-TE, indice di tossicità equivalente) risultano paragonabili a quelle riscontrate in ambienti lacustri non soggetti a pressioni antropiche connesse con scarichi di attività industriali. Le concentrazioni di PCB risultano variabili tra 1,9 e 20,2 nanogrammi/chilogrammo; per confronto, in mancanza di riferimenti nazionali, si precisa che i valori risultano inferiori al limite più cautelativo della normativa canadese.

Un tavolo tecnico ambientale con Lombardia e provincia di Trento. “Considerato che sul Lago di Garda si affacciano anche la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di Trento – afferma l’assessore all’ambiente Maurizio Conte – abbiamo ritenuto opportuno costituire con queste un tavolo tecnico ambientale dove nei prossimi giorni presenteremo i risultati delle analisi fin qui disponibili per valutarli congiuntamente e individuare le eventuali ulteriori azioni da avviare per la protezione dell’ambiente e del lago”.

(fonte Regione Veneto)

Mobilità dolce, entro il 23 maggio p.v. le Pubbliche Amministrazioni possono candidarsi per la miglior “Greenway d’Europa”

L’Associazione Europea Greenways ha bandito la quinta edizione del prestigioso premio per la migliore “Greenway d’Europa 2011”. Si tratta di un evento che vede la partecipazione di moltissime amministrazioni ed enti locali di tutta Europa con l’obiettivo di veder premiati i loro sforzi per migliorare la loro rete di mobilità dolce. Nelle precedenti edizioni sono state premiate o segnalate diversi Comuni e Provincie italiane, è quindi un’occasione da perdere, anche per il prestigio internazionale che il premio conferisce: un vero marchio di qualità!

L’assegnazione del premio sarà fatta a Èpinal, in Francia, l’8 settembre 2011, sulla base del verdetto predisposto da una Giuria di qualità, composta da esperti del settore, amministratori, giornalisti, utenti della mobilità dolc. La scadenza per presentare le proprie candidature è il 23 maggio 2011. Info: http://www.aevv-egwa.org oppure Fundación de los Ferrocarriles Españoles  C/Santa Isabel, 44 · E – 28012 – Madrid · Telf.+34 91 151 10 98 / 56· Fax.+34 91 151 10 95.

(fonte CoMoDo)

Ambiente: C02, Provincia Trento verso emissione zero

La Provincia di Trento finanzia cinque progetti di forestazione e di lotta alla deforestazione come forma di compenso del proprio debito ambientale di emissioni di CO2. Il finanziamento provinciale ammonta a 369.871, 60 euro ed è stato approvato con delibera nel 2008 per sostenere ‘progetti compensativi, volontari e aggiuntivi’ per la realizzazione del Protocollo di Kyoto attraverso interventi forestali nei Paesi in via di sviluppo.

I primi cinque progetti finanziati dalla provincia sono relativi alla forestazione di 200 boschi in Uganda, alle misure di prevenzione della deforestazione in Tanzania e Amazzonia, alla riforestazione in Kenya attraverso la piantagione di 290.000 giovani piante indigene, alla forestazione di alberi di acacia in 30 ettari di terreno in Uganda e alla riforestazione di 25 ettari di terreni salati in Somalia.

(fonte Ansa.it)

Nuove regole europee sui rifiuti elettronici

Dai frigoriferi rotti ai telefoni indesiderati, il volume di rifiuti elettrici ed elettronici in Europa sta crescendo rapidamente. Il Parlamento europeo vuole regole più stringenti a livello europeo per la gestione dei rifiuti elettrici ed elettronici, in forte crescita nel continente, e allo stesso tempo una semplificazione degli obblighi amministrativi per le imprese. I deputati hanno approvato nuovi target per la raccolta, il riciclo e il riutilizzo dei rifiuti e misure più dure contro l’esportazione illegale verso i paesi in via di sviluppo.

Secondo la risoluzione del Parlamento, approvata a larga maggioranza, gli Stati membri dell’UE dovrebbero, dal 2016, raccogliere l’85% dei rifiuti elettronici che producono. Per il 2012, i deputati propongono un obiettivo di 4 kg per abitante, già previsto dalle regole in vigore, o in alternativa la quantità di rifiuti raccolta nel 2010, a seconda di quale delle due opzioni prevede la maggior quantità. Ogni anno in Europa si raccolgono oltre 50.000 di tonnellate di rifiuti elettrici, che sono difficili da smaltire e incidono pesantemente sull’ambiente. Oltre a portare a vantaggi in termine di salute e per l’ambiente, il trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici può garantire anche la raccolta di materiali di valore. I deputati europei chiedono un obiettivo di riciclo compreso fra il 50 e il 75% e uno di riutilizzazione del 5%.

Quali tipi di rifiuti sono inclusi nelle nuove regole? Tutti i tipi di rifiuti elettrici ed elettronici dovrebbero essere inclusi nella nuova normativa con poche eccezioni, come le grandi istallazioni, l’equipaggiamento militare e i veicoli. Anche le apparecchiature fotovoltaiche saranno esentate da questi obiettivi, poiché la loro gestione è affidata a professionisti ed è già regolata da target specifici. Inoltre il Parlamento propone di ridurre il numero delle categorie delle apparecchiature elettriche per semplificare gli obblighi che gravano sulle imprese, cosi come dovrebbero essere semplificate le procedure di registrazione. I consumatori dovrebbero avere il diritto di disporre i rifiuti elettrici ed elettronici senza alcuna spesa in centri di raccolta appositi e quello di restituire, nel caso di oggetti non ingombranti, il rifiuto al punto di vendita.

Infine, la questione dell’esportazione illegale di rifiuti. Grandi quantità di rifiuti elettrici ed elettronici, dichiarati illecitamente come riutilizzabili, sono esportati nei paesi in via di sviluppo, dove spesso sono processati in condizioni pericolose, anche con la partecipazione di bambini. Oltre a sostenere la proposta della Commissione europea per ispezioni più severe sule navi, il Parlamento chiede inoltre che l’esportatore abbia il peso della prova che i beni sono effettivamente riutilizzabili.

(fonte Asterisco Informazioni)