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Museo etnografico delle Dolomiti, una meravigliosa scoperta, a partire dal Giardino delle rose “narranti”, che domenica 29 maggio sarà in festa!

soci argav museo etnografico dolomiti

(di Marina Meneguzzi, consigliera Argav) A Seravella di Cesiomaggiore, paesino tra Belluno e Feltre, c’è una realtà museale che i soci Argav hanno avuto la possibilità di conoscere sabato 21 maggio scorso e di cui raccomandiamo vivamente la visita. Si tratta del Museo Etnografico delle Dolomiti, struttura di riferimento della rete dei musei della Provincia di Belluno, diretta da Cristina Busatta. E’ davvero uno scrigno di tesori della cultura popolare bellunese, con reperti ben esposti, anche con effetti multimediali, nei tre piani dell’edificio, un tempo villa di campagna del conte Alteniero Avogadro degli Azzonia.

Interno museo etnografico Dolomiti

Un’esposizione sorprendente. Parte della ricca collezione è esposta in mostre temporanee nell’annesso rustico, ma la gran parte è allestita in modo permanente in 18 sezione tematiche, i cui contenuti sono arricchiti da interviste raccolte da Daniela Perco, ideatrice ed ex conservatrice del museo: dalle consuetudini alimentari dell’area, dall’emigrazione obbligata per sbarcare il lunario – magnifica la sezione dedicata alle balie da latte, tra cui anche quelle di personaggi noti come il regista Luchino Visconti e casa Savoia –, esperienza dolorose che comunque ha avuto il merito di allargare gli orizzonti della gente del luogo; ed ancora, la sezione dagli attrezzi per cercare di alleviare la fatica di muoversi e lavorare in pendenza,  a quella dedicate alle fiabe, leggende, canti e musiche, alla sezione a tema animali selvatici e domestici (incredibile sentire i tanti e diversi modi con cui le donne chiamavano a sé il pollame) e saperi vegetali.

Daniela Perco Museo Etnografico Dolomiti

Esperienza sensoriale. Altra importante sezione della mostra, in continuo divenire ed in continuo fiorire tra metà maggio a metà giugno, è i Giardino pensile delle rose antiche che si sviluppa intorno al museo circondato da un muro, con un piccolo berceau da cui si spazia con lo sguardo sulla Val Belluna e sulle montagne dolomitiche che la incorniciano. E’ un luogo speciale in cui si possono ammirare oltre 300 rosai, tra cui primeggiano numerose varietà di rose antiche, raccolti a partire dal 1997 nel territorio della provincia di Belluno. Nato da una proposta di Daniela Perco (nella foto in alto), il giardino ha trovato concreta realizzazione attraverso un lavoro certosino di riproduzione, per talea o margotta, di varietà di rose antiche presenti nelle case contadine, nelle ville, nelle canoniche della provincia, grazie anche all’instancabile impegno di Alida Dal Farra, dipendente provinciale nonché appassionata di rose e Renato dal Cin, volontario del Gruppo Folklorico di Cesiomaggiore, associazione la cui collezione di oggetti è divenuta corpus essenziale dell’allestimento museale e che contribuisce attivamente alla manutenzione del giardino, insieme al sostegno tecnico di un’azienda privata locale. Il restauro delle strutture murarie è opera della Comunità Montana Feltrina, con il prezioso apporto dell’Amministrazione Provinciale di Belluno.

Feste delle rose. Nessuno dei rosai presenti è stato comprato: alcuni erano già presenti nella villa, altri provengono da diverse località del Bellunese, altri ancora sono legati a vicende di emigrazione. Tutti celano una storia legati agli abitanti del luogo. Per valorizzare il giardino, vengono organizzate periodicamente delle iniziative, come i corsi di disegno botanico sulle rose antiche, conferenze ed altri eventi. Tra questi, la Festa della rose, in programma domenica 29 maggio, con visite guidate e attività per bambini e adulti (per ulteriori informazioni, potete contattare il numero di telefono 0437/959162, o consultare il sito Internet del Museo). Da non perdere!

Venerdì 13 maggio 2022, i soci Argav visitano all’M9-Museo del ‘900 di Mestre (VE) la mostra “Gusto: gli italiani a tavola 1970-2050”

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Venerdì 13 maggio i soci Argav visiteranno la mostra: “Gusto: gli italiani a tavola 1970-2050” allestita nell’M9 – Museo del ‘900, a Mestre-Venezia.

La mostra, curata da Massimo Montanari e Laura Lazzaroni e aperta sino al 25 settembre 2022, è la prima di una trilogia di mostre che M9 dedica alle grandi passioni italiane, per un confronto con il passato, il presente e il futuro, tra ricerca scientifica, esperienza pop, gioco e indagine critica. L’esposizione racconterà come la relazione tra gli italiani e il cibo sia profondamente mutata in questi ultimi decenni, con un cambio di paradigma decisivo tra l’immagine tradizionale della cucina nazionale e una relazione sempre più complessa, segmentata e contraddittoria di un Paese che si sta trasformando nelle proprie abitudini, nei propri consumi e nella composizione sociale. Al centro della riflessione, la parola “gusto”, che meglio rappresenta il rapporto tra individuo e società, quell’insieme inscindibile tra piacere individuale e condivisione collettiva, meccanismi nutrizionali e fenomeni culturali, capace di rappresentare la complessità dei temi legati al cibo. La mostra è accompagnata da un calendario di workshop, show cooking, convegni, talk e iniziative che coinvolgeranno il pubblico con il contributo di cuochi, scienziati e artisti.

A Medaglino San Vitale (PD) aperto il museo della canapa

Particolare museo canapa

Fino alla seconda metà del secolo scorso la canapa era una coltivazione assai diffusa nella Bassa Padovana e ora, a Megliadino San Vitale, in provincia di Padova, un museo ne celebra la storia proprio mentre l’agricoltura riscopre questa pianta dai mille usi. Nato da un’idea dell’associazione “Il Ponte” e con l’appoggio dell’amministrazione comunale il museo della canapa raccoglie preziose testimonianze, dagli strumenti agli oggetti della vita quotidiana, di un passato in cui l’uso della canapa era rilevante per tutto il territorio del Montagnanese.

Il museo è allestito nella sala polivalente alla pineta comunale di via 28 Aprile. E un vero e proprio ecomuseo, parte del progetto #tuttamialacittà: le azioni di rigenerazione urbana del Volontariato per le comunità locali di Cavv-Csv di Venezia. L’iniziativa è finanziata dal Comitato di Gestione del Fondo Speciale Regionale per il Volontariato del Veneto. Al taglio del nastro, c’era il sindaco Silvia Mizzon insieme ai partner dell’iniziativa e agli agricoltori di Coldiretti Padova impegnati attivamente nel recupero della coltivazione della canapa insieme ad alcuni imprenditori. Con loro, Arianna Lazzarini, deputato nonché sindaco di Pozzonovo, Albero Zannol, dirigente della sezione agroalimentare della Regione Veneto e Anita Filippi dell’Associazione “Il Ponte” che si occupata dell’allestimento del museo.

Una pianta versatile. Il museo, aperto al pubblico,  effettua ricerche sulle testimonianze materiali, le acquisisce, le conserva e le espone per promuovere la coltura della canapa anche oggi perché dalla sua lavorazione non si producono solo fibre tessili ma anche farine, olio, prodotti cosmetici, materie prime biodegradabili e molto altro ancora. A questo proposito Coldiretti Padova da anni sta lavorando con un affiatato pool di imprenditori agricoli della zona, in particolare giovani, alla costruzione di una filiera della canapa dal seme ad uno dei tanti prodotti finiti che si ottengono da questa pianta. Una coltivazione, questa, che ben si adatta anche ai cambiamenti climatici degli ultimi anni, non teme la siccità e non richiede numerosi trattamenti. Inoltre, le radici di questa pianta favoriscono la bonifica del terreno perché sono in grado di asportare e trasformare gli elementi inquinanti. Per sfruttarne le potenzialità è necessario costruire una filiera produttiva che consenta anche di ottimizzare i costi di produzione, ha spiegato Paolo Roncon, responsabile ambiente e filiere innovative di Coldiretti Padova: “Con gli agricoltori interessati stiamo lavorando a soluzione che permettano lo sviluppo tecnologico di impianti mobili per la separazione della fibra dal canapulo, per abbattere i costi di lavorazione e favorire l’impiego della materia prima nella bioedilizia e nel settore tessile. La canapa è ideale per la produzione di alimenti e cosmetici, di semilavorati per le industrie e attività artigianali, di materiale organico per bioingegneria e bioedilizia, per la fitodepurazione, coltivazione per attività didattiche e di ricerca, coltivazioni destinate al florovivaismo e usi energetici per autoproduzione. La fibra di canapa può essere usata inoltre nel calzaturiero, nella pelletteria e nella produzione di accessori. Più controverso è l’aspetto che riguarda l’uso delle inflorescenze. La legge 242 infatti non nomina le infiorescenze ma neppure  ne vieta l’utilizzo. Questo fatto ha creato un ambiguità nell’interpretazione della norma dando vita al fenomeno della “cannabis light”, con tutte le contraddizioni del caso. Qualcosa si sta muovendo comunque: nel 2021 l’Ufficio Centrale Stupefacenti della Direzione Generale dei Dispositivi Medici e del Servizio Farmaceutico ha rilasciato le prime autorizzazioni alla coltivazione di Cannabis Sativa da sementi certificate di varietà consentite dalla normativa europea, per la fornitura di foglie e infiorescenze  a officine farmaceutiche autorizzate. Pertanto l’azienda agricola che intenda chiedere l’autorizzazione alla coltivazione deve necessariamente stipulare  un accordo di conferimento del materiale vegetale di partenza, vale a dire foglie e infiorescenze”.

Formazione. Coldiretti ha promosso anche uno specifico percorso formativo per gli agricoltori già impegnati nella coltivazione della canapa o interessati ad intraprendere anche questa strada. “Non un semplice ritorno al passato, – ha aggiunto in conclusione Massimo Bressan,  presidente di Coldiretti Padova- , ma la riscoperta sotto una nuova luce e con una maggiore consapevolezza di una coltivazione che può essere valorizzata sopratutto grazie alle nuove tecniche di coltivazione, all’innovazione tecnologica e ai nuovi sbocchi produttivi. C’è la possibilità di sfruttare il valore aggiunto che ci offre questa coltivazione, finora in gran parte inespresso. Dobbiamo sviluppare proprio il business, attraverso la rete d’impresa fra i produttori interessati. Oltre alle questioni legali dobbiamo lavorare anche al superamento della burocrazia per le imprese“. Prospettive approfondite da due imprenditori presenti all’inaugurazione, Maurizio Poloni, che ha affrontato gli aspetti relativi alla produzione in campo edilizio, e Michele Ruffin, attraverso esempi concreti di utilizzo della canapa nel calzaturiero, nella pelletteria e accessori. Lo storico Gian Antonio Lucca e la docente Alessandra Mistrello hanno ripercorso le vicende storiche della coltivazione della canapa. Nel museo della canapa si possono trovare gli strumenti del mestiere come la gramola, i pettini, la mulinello, il telaio e sono esposte le testimonianze vissute di tutto ciò che riguardava il trattamento di questa fibra naturale, dalle sementi al prodotto finito, dalle matasse alla realizzazione di cordame, tappeti, biancheria. Inoltre sono esposti i pannelli dove si ripercorrono le varie fasi della lavorazione della canapa.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Casa di Matteotti a Fratta Polesine (RO), meta di visita dei soci Argav, tutelata e finanziata dalla regione Veneto

La casa di Giacomo Matteotti a Fratta Polesine è un simbolo per tutta l’Italia. Il nome a cui è legata non può essere inteso come quello di un uomo di parte ma come quello di un simbolo della libertà e della democrazia. Per questo considero come un importante traguardo la legge regionale, approvata nei giorni scorsi in Consiglio, che ne sostiene la conservazione e ne apre un futuro di sempre maggiore valorizzazione”.

Museo di interesse regionale. Così l’assessore regionale del Veneto alla Cultura, Cristiano Corazzari, esprime la sua grande soddisfazione per la legge regionale che assicura fondi fino a 105.000 euro in tre anni (35.000 annui) alla cura della dimora, meta di una visita dei soci Argav lo scorso maggio, del parlamentare socialista, assassinato nel 1924 nei primi anni del regime fascista. “È fondamentale onorare la memoria di Matteotti per quello che rappresenta per la comunità polesana e per tutta Italia – prosegue Corazzari -. La dimora è già riconosciuta museo di interesse regionale e per la storia che racchiude è meta di molti visitatori, anche da altre regioni. L’intervento della Regione del Veneto è il volano per una ulteriore diffusione della sua conoscenza, una sua ulteriore affermazione in campo culturale come luogo della memoria e come sede di eventi collegati ai valori della nostra storia e della nostra cultura. La figura di Matteotti è una delle più illustri della provincia di Rovigo – conclude l’Assessore -. La casa dove ha vissuto, e che ne conserva il ricordo, con la dovuta valorizzazione può essere una ulteriore perla; un vero gioiello della memoria storica che favorisca la conoscenza di un territorio come quello polesano già così ricco di attrazioni naturalistiche, paesaggistiche, artistiche e architettoniche”.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

 

A Susegana (TV) un nuovo museo dei mestieri e della civiltà contadina

una delle sale del museo

Un migliaio di pezzi di medie e piccole dimensioni, provenienti da tutto il Triveneto, di cui alcuni risalenti all’Ottocento. È un viaggio straordinario che racconta la società rurale veneta quello che si può scoprire nella nuova ala ristrutturata dell’edificio settecentesco di località Mandre, a Susegana (Treviso), dove l’azienda Borgoluce ha allestito il nuovo Museo dei mestieri e della civiltà contadina con l’esposizione della collezione di Barbara Emo Capodilista.

Il percorso va ad arricchire il contesto della fattoria didattica di Borgoluce già operativo da alcuni anni a Mandre Roccagelsa, dove si trovano la moderna stalla delle bufale, il caseificio, l’antico mulino e un museo con le stanze rievocative della casa colonica e della vita contadina di un tempo. La nuova ala, che si sviluppa su un intero piano del grande edificio che sorge sul lato Nord della corte, raccoglie e ordina una raccolta di mezzi di trasporto utilizzati dal mondo agricolo tra Ottocento e Novecento e una collezione di manufatti che raccontano i mestieri lungo l’arco dell’anno. La collezione apparteneva alla contessa Barbara Steven Emo Capodilista, scomparsa nel 2003 a 87 anni, donna che si prodigò tutta la vita per mantenere splendente la villa palladiana di Fanzolo. Lì, nell’annesso fabbricato rurale, inaugurò nel 1992 il Museo della civiltà contadina, con i pezzi pazientemente collezionati, dagli anni Settanta, per mantenere la memoria della società rurale veneta, della sua evoluzione e del suo progresso. Una raccolta svolta con un’impronta scientifica grazie alla collaborazione con la Fondazione Benetton Studi e Ricerche ed Edward F. Tuttle, titolare della cattedra di Linguistica italiana e romanza all’Ucla (Usa). Nel 2015, 12 anni dopo la morte della contessa, la decisione di affidare la collezione alla famiglia Collalto, proprietaria della tenuta Borgoluce, per integrare la sua raccolta di manufatti agricoli e con l’impegno di garantirne la salvaguardia e la manutenzione, valorizzando il patrimonio anche con la promozione di mostre tematiche e convegni.

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Tra i pezzi clou del museo: un macchinario proveniente da una filanda, carri con sponde e a scale, antiche portantine e slitte in legno, gioghi per i buoi e poi forche, misurini, stadère, sgranapannocchie, zangole, ventilabri e tantissimi altri oggetti che il mondo contemporaneo, sempre più connesso e tecnologico, ha dimenticato.
Presenti anche due laboratori didattici ispirati ai ritmi e alle scansioni delle stagioni nel lavoro agricolo, connesso alla naturale ciclicità della terra, rivolti alle scuole primarie e secondarie di primo grado. Apparsa durante i recenti lavori di restauro c’è anche un’imponente meridiana (18 metri quadrati di superficie), che si presume risalga alla seconda metà del Settecento dato il sistema orario “a ore italiche” rimasto in uso fino alla conquista napoleonica. Il museo sarà visitabile su prenotazione, con una guida di Borgoluce, non solo dalle scuole ma anche dalle altre fasce di visitatori.

Fonte:Servizio stampa Borgoluce

Nel vicentino: da Breganze alla Biblioteca La Vigna, donato l’Archivio Storico Pietro Laverda, la più antica fabbrica europea di macchine agricole

laverdaMercoledì 26 ottobre alle 17.30 sarà ufficalmente donato alla Biblioteca La Vigna il ricchissimo Archivio Storico della Ditta Laverda, storica azienda breganzese di macchine agricole che si impose sul mercato nazionale e internazionale a partire dalla fine del XIX secolo ed è ad oggi la più antica fabbrica europea di macchine agricole tuttora in attività e sempre nel medesimo sito produttivo.

Documenti e fotografie. 35 metri lineari di documenti cartacei (tra cui decine di migliaia di pagine di corrispondenza e di manualistica tecnica, numerosi registri contabili e del personale), e un ricchissimo archivio fotografico (con circa 50.000 soggetti riguardanti sia le macchine prodotte sia gli stabilimenti, la vita di fabbrica e le attività sociali collaterali) compongono l’archivio che, dopo un necessario riordino e un’adeguata catalogazione, sarà messo a disposizione non solo degli studiosi, ma dei molti appassionati e cultori della storia della meccanizzazione agricola in Italia. Grazie a questa donazione, esempio encomiabile per altri imprenditori privati, la Biblioteca La Vigna potrà sempre più favorire lo sviluppo del settore agronomico a livello nazionale e internazionale. Oltre che ai generosi eredi, a Piergiorgio Laverda in particolare, che hanno donato l’eccezionale Archivio, un particolare riconoscimento spetta anche alla Cassa di Risparmio del Veneto, che ha finanziato i primi impegni di una sua valorizzazione.

Fonte: Biblioteca La Vigna

A Conegliano (TV) inaugurato il museo dedicato a Luigi Manzoni, pioniere anche nella metodologia di ricerca in viticoltura

interno_museo

interno museo

Nasce dalla caparbia volontà di un gruppo di insegnanti e dal sostegno corale di aziende, enti pubblici, ma anche di piccoli e grandi contributi economici di centinaia di ex allievi della Scuola Enologica Cerletti, il Museo Luigi Manzoni, inagurato lo scorso 14 maggio, e intitolato all’illustre scienziato che per quasi 50 anni lavorò a Conegliano (1912-1958) e fu preside della più antica scuola enologica d’Italia.

macchina fotografica manzoni

macchina fotografica Manzoni

La raccolta. “Nell’ambito di un lavoro di catalogazione iniziato alcuni anni fa, ci siamo imbattuti in alcuni tesori nascosti nei magazzini e nei laboratori della nostra antica scuola – spiega Giuliano Mocchi, che con la collega Beatrice Raco, affiancati da Giovanni Follador, hanno curato la raccolta – pezzi di macchine fotografiche dei primi del ‘900, microscopi, vetrini originali, collezioni botaniche vastissime. Un materiale prezioso poiché testimonia la visione pionieristica di Luigi Manzoni nella conduzione delle sue ricerche”.

LUIGI MANZONI in bibliotecaFotografia, balzo in avanti per la scienza naturale. Fino a quegli anni, infatti, lo studio e la didattica della botanica si erano sviluppati attraverso il disegno. Manzoni intuisce le straordinarie potenzialità della fotografia applicata alla scienza e progetta e si fa costruire da artigiani locali nuove strumentazioni. “Come un banco ottico lungo più di due metri, visibile nel museo, grazie al quale le immagini visualizzate al microscopio potevano essere trasformate in fotografie”, aggiunge Mochi. Uno straordinario balzo in avanti per la scienza naturale che Manzoni applica anzitutto allo studio degli apparati radicali delle piante di vite: tra i suoi studi infatti vi sono ricerche dedicati ai fabbisogni idrici dei vigneti. Il suo obiettivo, che culminò nella genetica, era infatti di realizzare vigneti più resistenti, senza rinunciare però alla personalità di un grande vino. Fu così che nacquero i celebri Incroci Manzoni, il più apprezzato forse il Bianco 6.0.13, frutto dell’incrocio di Riesling Ramato e Pinot Bianco.

Fonte: Servizio Stampa Latteria di Soligo

25 maggio 2016, a Vicenza si tiene “Il rancio in prima linea”, conferenza dedicata alla Grande Guerra sul Fronte Vicentino

Rancio GrandeGuerra

foto Museo Civico del Risorgimento di Bologna tratta dal

Il Bacalà Club Palladio, in collaborazione con la Biblioteca Internazionale “La Vigna”, propone per mercoledì 25 maggio 2016 alle ore 18.00 la seconda conferenza dedicata alla Grande Guerra sul Fronte Vicentino, avente per tema: Il rancio in prima Linea.

Dalle cucine da campo al fronte, rifornimenti alle truppe sotto il fuoco nemico. Il 15 maggio 1916, appena le condizioni del tempo lo permisero, scattò la cosiddetta Strafexpedition e l’11ª Armata austro-ungarica passò all’attacco fra la Val d’Adige e la Valsugana e l’offensiva non fu una sorpresa per Cadorna, lo fu invece per l’opinione pubblica: improvvisamente l’Italia scoprì, dopo un anno di sole offensive, di trovarsi in grave pericolo. L’avanzata austro-ungarica travolse il fronte italiano per una lunghezza di 20 chilometri, avanzando a fondo nella zona dell’Altopiano dei Sette Comuni. Il 27 maggio gli Austro-Ungarici presero Arsiero, seguita il 28 da Asiago. Gli abitanti dell’Altopiano furono sfollati nei comuni del Basso Vicentino, mentre la pianura diventava l’immediata retrovia del nostro esercito. Al seguito dei reggimenti si trovavano i parchi degli animali vivi destinati ad assicurare i rifornimenti alle truppe in prima linea e vedremo come dalle cucine da campo il cibo arrivasse al fronte, spesso sotto il fuoco nemico.

Incontro aperto al pubblico. Dopo l’introduzione del presidente della Biblioteca Mario Bagnara, la relazione sarà tenuta dal prof. Galliano Rosset, Priore della Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina e appassionato storico delle vicende della città di Vicenza, il quale sottolineerà le gravi difficoltà che i nostri soldati al fronte dovevano sopportare, non solo per gli scontri a fuoco, ma anche per la propria alimentazione. Le cartoline originali della collezione del prof. Rosset documenteranno le attrezzature e l’equipaggiamento di cucina. L’invito è rivolto ai soci e simpatizzanti sia del Bacalà Club Palladio sia della Biblioteca “La Vigna” e a tutte le persone interessate all’argomento: in questo modo si vuole dare un piccolo contributo nel ricordare la Prima Guerra Mondiale che ha visto Vicenza in prima linea per un lungo periodo del conflitto.

Fonte: Biblioteca La Vigna

A Baver, nell’alto Trevigiano, un borgo e un vigneto storico tutelati dalla legge e dal cuore

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vigneto storico di Baver, Zhercol (foto Ass.ne Culturale Borgo Baver)

(di Marina Meneguzzi) Nonostante Giove Pluvio, lo scorso 18 aprile i soci ARGAV hanno visitato il borgo e il vigneto storico di Baver a Pianzano, nel comune di Codega di Sant’Urbano (TV). Si trattava di un’occasione imperdibile, offertaci dall’Associazione Culturale Borgo Baver onlus: vedere un vero e proprio museo vivente dell’antica viticoltura veneta che, da febbraio 2014, è stato posto sotto tutela – primo esempio in Italia – dalla Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso come bene culturale di natura etnoantropologica (inerente alla storia sociale e culturale dell’uomo).

Soci Argav nel vigneto di Baver insieme a Roberto Netto_Augusto Fabris_Remigio Possamai

Soci Argav nel vigneto di Baver insieme a Roberto Netto, Augusto Fabris, Remigio Possamai (foto Marina Meneguzzi)

A vincere, l’impegno civile. Il vincolo emesso sancisce in maniera definitiva il valore dell’area ravvisando nel vigneto di Baver un bene che può essere classificato come uno degli ultimi residui di un’antica forma di conduzione agricola, la piantata padana, dove i vitigni tradizionali vengono fatti crescere sposandoli ad un albero come sostegno. La tutela è stata resa possibile grazie al lavoro di numerosi funzionari degli Organi periferici del Ministero dei Beni Culturali, tra cui la storica dell’arte Marta Mazza, che segue per la Soprintendenza del Veneto la tutela e la valorizzazione dei beni storici, artistici ed etnoantropologici; ma soprattutto grazie all’amore per il patrimonio storico-culturale e ambientale del borgo  – che risale all’epoca Longobarda ed è a sua volta posto sotto tutela –, dimostrato tenacemente da persone nate e cresciute a Baver e riunitesi nell’Associazione per difenderne le sorti.

Augusto Fabris, il maestro contadino

Augusto Fabris, il maesto contadino (foto Marina Meneguzzi)

Augusto Fabris_Fabrizio Stelluto

Augusto Fabris riceve la penna ricordo ARGAV dal presidente Fabrizio Stelluto

Abbiamo vinto perché crediamo nei valori da cui proveniamo, ci hanno detto Daniele Botteon e Roberto Netto, rispettivamente presidente e segretario dell’Associazione, insieme ad Augusto Fabris, il maestro-contadino (da una citazione dell’editore trevigiano Ferruccio Mazzariol), che segue insieme ai figli ventenni Marco e Luca i lavori nel vigneto tramandati di generazione in generazione. Con loro, anche  Luisa Botteon, che ci ha illustrato con dovizia di particolari i preziosi affreschi del ‘400 della chiesetta di San Biagio, di proprietà della famiglia Dal Cin, e Tiziana Covre, che ci ha aperto con grande simpatia le porte di casa per l’assaggio dei vini prodotti nel vigneto di Baver.

A delimitare il terreno, antichi toponimi. L’antico vigneto si estende su circa un ettaro e mezzo di terreno ed è suddiviso in tre appezzamenti contigui: il vigneto storico è nel Zhercol (da cerchio in dialetto), qui ci sono le viti risalenti ad inizio Novecento – Merlot, Tocai, Verdiso, Verdicchio, Pignolo Nero Clinto – e altri vitigni reimpiantati di recente (Marzemina bianca e bastarda), maritati al gelso, all’olmo e all’acero campestre. Nel secondo appezzamento, il Talpon (da pioppo in dialetto), ci sono tre filari di viti di Merlot impiantati a fine anni Cinquanta del secolo scorso, uno dei quali maritato ai gelsi. C’è anche un filare risalente al 1921, sempre maritato ai gelsi, con viti di Verdiso, Bianchetta, Merlot e Riesling italico. Infine, nel Talponet (piccolo pioppo in dialetto), c’è un vigneto sperimentale progettato in collaborazione con il Cra-Vit di Conegliano e la Regione Veneto, in cui sono state impiantate varietà locali – Bianchetta, Turchetta, Recantina, Incrocio Manzoni 1.50 – sostenute da pali di castagno. In tutti e tre gli appezzamenti Augusto non impiega cemento o plastica, lega i tralci a mano con vimini e rami leggeri, fa trattamenti a base d rame e zolfo, senza usare diserbanti e in caso di malattie particolari, impiega prodotti ammessi in agricoltura biologica. “Il lavoro è molto faticoso – raccontano Augusto, Marco e Luca – ma siamo ripagati dal pensiero che stiamo tramandando la memoria delle persone che ci hanno affidato questo patrimonio“.

Brindisi vini vigneto Baver

brindisi tra soci ARGAV e Ass.ne Culturale Borgo Baver con i vini del vigneto di Baver

In alto i calici. Come accennavo prima, a fine visita abbiamo brindato con i vini del vigneto coltivato da Augusto – tre vini a bacca rossa, Recantina, Turchetta e Merlot ed uno a bacca bianca, Verdiso fatto rifermentare in bottiglia con il metodo surly – e da lui prodotti con l’aiuto dall’amico enologo Remigio Possamai. Tutti vini dai sentori sinceri, che mi viene facile associare ai vini genuini descritti negli anni ’70 del secolo scorso da Mario Soldati nel suo libro di viaggi attraverso l’Italia “Vino al Vino”.

Chi fosse interessato a visitare il vigneto, insieme alla chiesa di S. Biagio, puo scrivere all’indirizzo email info@baver.it

Trento. Fino all’8 giugno 2014, aperta al pubblico la mostra “Terre coltivate. Storiea dei paesaggi agrari in Trentino”.

Terre-coltivate_2_largeFino all’8 giugno 2014, presso le Gallerie di Piedicastello (Trento), è aperta al pubblico la mostra “Terre coltivate. Storia dei paesaggi agrari in Trentino” realizzata dalla Fondazione Museo storico del Trentino con la supervisione tecnica-scientifica della Fondazione Edmund Mach e con il patrocino della Provincia autonoma di Trento. Partners dell’iniziativa sono la Fondazione Edmund Mach, Trentino Sviluppo (Divisione Turismo e Promozione) e la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Trento. Il gruppo di curatela della mostra è composto da Alessandro de Bertolini, Giuseppe Ferrandi, il socio ARGAV Sergio Ferrari, Annibale Salsa e Roberta Tait.

Ingresso libero. Il percorso espositivo si articola su una superficie di oltre 3.500 metri quadrati in tutta la Galleria Nera e in parte della Galleria Bianca. La rappresentazione del paesaggio si intreccia con la storia dell’alimentazione, dell’agroalimentare e dei sapori, con una particolare attenzione alle colture vitivinicole. Nella Galleria Nera sono raccontate la unità paesaggistiche che compongono oggi le “terre coltivate” del Trentino: il vitigno, il meleto, la cerealicoltura, l’orticoltura, la castanicoltura, il noceto, l’oliveto, l’alpicoltura, la selvicoltura, le unità paesaggistiche scomparse (gelsicoltura, grano saraceno, tabacchicoltura) e le coltivazione residuali (ciliegia, susina, piccoli frutti, kiwi, pera, apicoltura). Seguono degli approfondimenti sui temi del lavoro e del viaggio. Una cronologia invita inoltre a seguire le date principali della storia mentre al centro della galleria sono poste le casette dei prodotti. La Galleria Bianca ospita invece una parte dedicata alla fiera dei sapori e alle ricette della storia.

Paesaggio, storia e sapori. In linea con gli spazi de Le Gallerie, l’allestimento di “Terre coltivate” è scenografico, ricco di elementi video e di videoinstallazioni, immagini di ieri e immagini di oggi, videointerviste e postazioni interattive. Nella ricerca dei materiali video e fotografici ci si è avvalsi di fondi istituzionali, privati e della Fondazione Museo storico. Durante il periodo di apertura della mostra, la Galleria Bianca ospiterà iniziative, presentazioni, degustazioni, laboratori e altre attività dedicate alle principali filiere agroalimentari e vinicole del Trentino coinvolgendo soggetti e referenti rappresentativi per dare evidenza alle eccellenze del nostro territorio e al grande tema culturale del rapporto tra paesaggio, storia e sapori.

(Fonte: Fondazione Edmund Mach)