• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

Museo etnografico delle Dolomiti, una meravigliosa scoperta, a partire dal Giardino delle rose “narranti”, che domenica 29 maggio sarà in festa!

soci argav museo etnografico dolomiti

(di Marina Meneguzzi, consigliera Argav) A Seravella di Cesiomaggiore, paesino tra Belluno e Feltre, c’è una realtà museale che i soci Argav hanno avuto la possibilità di conoscere sabato 21 maggio scorso e di cui raccomandiamo vivamente la visita. Si tratta del Museo Etnografico delle Dolomiti, struttura di riferimento della rete dei musei della Provincia di Belluno, diretta da Cristina Busatta. E’ davvero uno scrigno di tesori della cultura popolare bellunese, con reperti ben esposti, anche con effetti multimediali, nei tre piani dell’edificio, un tempo villa di campagna del conte Alteniero Avogadro degli Azzonia.

Interno museo etnografico Dolomiti

Un’esposizione sorprendente. Parte della ricca collezione è esposta in mostre temporanee nell’annesso rustico, ma la gran parte è allestita in modo permanente in 18 sezione tematiche, i cui contenuti sono arricchiti da interviste raccolte da Daniela Perco, ideatrice ed ex conservatrice del museo: dalle consuetudini alimentari dell’area, dall’emigrazione obbligata per sbarcare il lunario – magnifica la sezione dedicata alle balie da latte, tra cui anche quelle di personaggi noti come il regista Luchino Visconti e casa Savoia –, esperienza dolorose che comunque ha avuto il merito di allargare gli orizzonti della gente del luogo; ed ancora, la sezione dagli attrezzi per cercare di alleviare la fatica di muoversi e lavorare in pendenza,  a quella dedicate alle fiabe, leggende, canti e musiche, alla sezione a tema animali selvatici e domestici (incredibile sentire i tanti e diversi modi con cui le donne chiamavano a sé il pollame) e saperi vegetali.

Daniela Perco Museo Etnografico Dolomiti

Esperienza sensoriale. Altra importante sezione della mostra, in continuo divenire ed in continuo fiorire tra metà maggio a metà giugno, è i Giardino pensile delle rose antiche che si sviluppa intorno al museo circondato da un muro, con un piccolo berceau da cui si spazia con lo sguardo sulla Val Belluna e sulle montagne dolomitiche che la incorniciano. E’ un luogo speciale in cui si possono ammirare oltre 300 rosai, tra cui primeggiano numerose varietà di rose antiche, raccolti a partire dal 1997 nel territorio della provincia di Belluno. Nato da una proposta di Daniela Perco (nella foto in alto), il giardino ha trovato concreta realizzazione attraverso un lavoro certosino di riproduzione, per talea o margotta, di varietà di rose antiche presenti nelle case contadine, nelle ville, nelle canoniche della provincia, grazie anche all’instancabile impegno di Alida Dal Farra, dipendente provinciale nonché appassionata di rose e Renato dal Cin, volontario del Gruppo Folklorico di Cesiomaggiore, associazione la cui collezione di oggetti è divenuta corpus essenziale dell’allestimento museale e che contribuisce attivamente alla manutenzione del giardino, insieme al sostegno tecnico di un’azienda privata locale. Il restauro delle strutture murarie è opera della Comunità Montana Feltrina, con il prezioso apporto dell’Amministrazione Provinciale di Belluno.

Feste delle rose. Nessuno dei rosai presenti è stato comprato: alcuni erano già presenti nella villa, altri provengono da diverse località del Bellunese, altri ancora sono legati a vicende di emigrazione. Tutti celano una storia legati agli abitanti del luogo. Per valorizzare il giardino, vengono organizzate periodicamente delle iniziative, come i corsi di disegno botanico sulle rose antiche, conferenze ed altri eventi. Tra questi, la Festa della rose, in programma domenica 29 maggio, con visite guidate e attività per bambini e adulti (per ulteriori informazioni, potete contattare il numero di telefono 0437/959162, o consultare il sito Internet del Museo). Da non perdere!

A Medaglino San Vitale (PD) aperto il museo della canapa

Particolare museo canapa

Fino alla seconda metà del secolo scorso la canapa era una coltivazione assai diffusa nella Bassa Padovana e ora, a Megliadino San Vitale, in provincia di Padova, un museo ne celebra la storia proprio mentre l’agricoltura riscopre questa pianta dai mille usi. Nato da un’idea dell’associazione “Il Ponte” e con l’appoggio dell’amministrazione comunale il museo della canapa raccoglie preziose testimonianze, dagli strumenti agli oggetti della vita quotidiana, di un passato in cui l’uso della canapa era rilevante per tutto il territorio del Montagnanese.

Il museo è allestito nella sala polivalente alla pineta comunale di via 28 Aprile. E un vero e proprio ecomuseo, parte del progetto #tuttamialacittà: le azioni di rigenerazione urbana del Volontariato per le comunità locali di Cavv-Csv di Venezia. L’iniziativa è finanziata dal Comitato di Gestione del Fondo Speciale Regionale per il Volontariato del Veneto. Al taglio del nastro, c’era il sindaco Silvia Mizzon insieme ai partner dell’iniziativa e agli agricoltori di Coldiretti Padova impegnati attivamente nel recupero della coltivazione della canapa insieme ad alcuni imprenditori. Con loro, Arianna Lazzarini, deputato nonché sindaco di Pozzonovo, Albero Zannol, dirigente della sezione agroalimentare della Regione Veneto e Anita Filippi dell’Associazione “Il Ponte” che si occupata dell’allestimento del museo.

Una pianta versatile. Il museo, aperto al pubblico,  effettua ricerche sulle testimonianze materiali, le acquisisce, le conserva e le espone per promuovere la coltura della canapa anche oggi perché dalla sua lavorazione non si producono solo fibre tessili ma anche farine, olio, prodotti cosmetici, materie prime biodegradabili e molto altro ancora. A questo proposito Coldiretti Padova da anni sta lavorando con un affiatato pool di imprenditori agricoli della zona, in particolare giovani, alla costruzione di una filiera della canapa dal seme ad uno dei tanti prodotti finiti che si ottengono da questa pianta. Una coltivazione, questa, che ben si adatta anche ai cambiamenti climatici degli ultimi anni, non teme la siccità e non richiede numerosi trattamenti. Inoltre, le radici di questa pianta favoriscono la bonifica del terreno perché sono in grado di asportare e trasformare gli elementi inquinanti. Per sfruttarne le potenzialità è necessario costruire una filiera produttiva che consenta anche di ottimizzare i costi di produzione, ha spiegato Paolo Roncon, responsabile ambiente e filiere innovative di Coldiretti Padova: “Con gli agricoltori interessati stiamo lavorando a soluzione che permettano lo sviluppo tecnologico di impianti mobili per la separazione della fibra dal canapulo, per abbattere i costi di lavorazione e favorire l’impiego della materia prima nella bioedilizia e nel settore tessile. La canapa è ideale per la produzione di alimenti e cosmetici, di semilavorati per le industrie e attività artigianali, di materiale organico per bioingegneria e bioedilizia, per la fitodepurazione, coltivazione per attività didattiche e di ricerca, coltivazioni destinate al florovivaismo e usi energetici per autoproduzione. La fibra di canapa può essere usata inoltre nel calzaturiero, nella pelletteria e nella produzione di accessori. Più controverso è l’aspetto che riguarda l’uso delle inflorescenze. La legge 242 infatti non nomina le infiorescenze ma neppure  ne vieta l’utilizzo. Questo fatto ha creato un ambiguità nell’interpretazione della norma dando vita al fenomeno della “cannabis light”, con tutte le contraddizioni del caso. Qualcosa si sta muovendo comunque: nel 2021 l’Ufficio Centrale Stupefacenti della Direzione Generale dei Dispositivi Medici e del Servizio Farmaceutico ha rilasciato le prime autorizzazioni alla coltivazione di Cannabis Sativa da sementi certificate di varietà consentite dalla normativa europea, per la fornitura di foglie e infiorescenze  a officine farmaceutiche autorizzate. Pertanto l’azienda agricola che intenda chiedere l’autorizzazione alla coltivazione deve necessariamente stipulare  un accordo di conferimento del materiale vegetale di partenza, vale a dire foglie e infiorescenze”.

Formazione. Coldiretti ha promosso anche uno specifico percorso formativo per gli agricoltori già impegnati nella coltivazione della canapa o interessati ad intraprendere anche questa strada. “Non un semplice ritorno al passato, – ha aggiunto in conclusione Massimo Bressan,  presidente di Coldiretti Padova- , ma la riscoperta sotto una nuova luce e con una maggiore consapevolezza di una coltivazione che può essere valorizzata sopratutto grazie alle nuove tecniche di coltivazione, all’innovazione tecnologica e ai nuovi sbocchi produttivi. C’è la possibilità di sfruttare il valore aggiunto che ci offre questa coltivazione, finora in gran parte inespresso. Dobbiamo sviluppare proprio il business, attraverso la rete d’impresa fra i produttori interessati. Oltre alle questioni legali dobbiamo lavorare anche al superamento della burocrazia per le imprese“. Prospettive approfondite da due imprenditori presenti all’inaugurazione, Maurizio Poloni, che ha affrontato gli aspetti relativi alla produzione in campo edilizio, e Michele Ruffin, attraverso esempi concreti di utilizzo della canapa nel calzaturiero, nella pelletteria e accessori. Lo storico Gian Antonio Lucca e la docente Alessandra Mistrello hanno ripercorso le vicende storiche della coltivazione della canapa. Nel museo della canapa si possono trovare gli strumenti del mestiere come la gramola, i pettini, la mulinello, il telaio e sono esposte le testimonianze vissute di tutto ciò che riguardava il trattamento di questa fibra naturale, dalle sementi al prodotto finito, dalle matasse alla realizzazione di cordame, tappeti, biancheria. Inoltre sono esposti i pannelli dove si ripercorrono le varie fasi della lavorazione della canapa.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

In occasione dell’apertura del Museo di Storia della Fisica dell’Università di Padova, stasera rievocazione storica della prima illuminazione elettrica del Veneto

Lampada ad arco - Tecnomasio italiano - metà '800I

l MUMEC Museo dei Mezzi di Comunicazione di Arezzo vola a Padova per una due giorni dedicata alla Storia della Fisica. Una preziosa nuova collaborazione si apre infatti per il museo aretino con il Museo di Storia della Fisica dell’Università di Padova. Caratterizzato quest’ultimo da pezzi di grande valore spesso unici o rarissimi, rappresenta una preziosa testimonianza delle attività di ricerca e didattica svolte allUniversita di Padova nel campo della fisica; una fra queste è stata la presenza dello Scienziato Galileo Galilei che con il suo cannocchiale, il compasso geometrico e militare ed il giovilabio vi ha insegnato per alcuni anni. Gli strumenti stessi narrano infatti le vicende degli scienziati, le loro idee, lo svolgersi dei loro esperimenti e Iintrecciarsi dei contatti che si stabilirono nelle varie epoche fra l’Universita di Padova e la comunità scientifica italiana ed internazionale. L’occasione che ha visto entrare fra le collaborazioni principi quella del MUMEC Museo dei Mezzi di Comunicazione di Arezzo è quella del 31 agosto e 1 settembre 2021 quando il Museo padovano riaprirà le porte al pubblico, alla fine di una complessa operazione di riallestimento.

L’evento. La serata si aprirà con i saluti istituzionali del rettore Unipd Rosario Rizzuto, del sindaco di Padova Sergio Giordani, del direttore del Dipartimento di Fisica e Astronomia Flavio Seno, della direttrice Valentina Casi del MUMEC  e del curatore scientifico del MUMEC, Fausto Casi. A seguire, la conferenza ‘Lilluminazione elettrica nell800‘ con la partecipazione di Paolo Brenni (Museo Galileo di Firenze) e, alle 21.45, lo spettacolo teatrale ‘Il 31 Agosto 1853 a Padova‘ con Lorenzo Maragoni e accompagnamento musicale di Annamaria Moro e Francesco Rocco. L’evento si concluderà con l’accensione, curata dall’aretino Fausto Casi, della lampada ad arco voltaico ottocentesca prestata dal MUMEC stesso. Per loccasione, grazie alla collaborazione con il comune di Padova, verranno spente le luci della città sul “Liston” nei pressi di Palazzo Bo facendo di quella creata dal MUMEC l’unica illuminazione della zona così come fu alla metà del 1800 ad opera del Prof. Zantedeschi.

La messa a punto del manufatto spiega Casi – ha comportato un complesso lavoro durato settimane ed iniziato con il completamento della lampada ad arco Tecnomasio italiano – Longoni Luigi con regolatore di tipo Victor Serrin con nuovi carboni presenti in magazzino ed usati per l’accensione di lampade ad arco simili, già impiegate nelle macchine da cinema muto con le quali ho dimestichezza perché usate, negli anni passati, per le proiezioni di intere pellicole dei film muti degli anni 1900 – 1920. Messa in funzione tutta lapparecchiatura di alimentazione, in collaborazione con il team tecnico del Museo (Alfio Peruzzi e Bruno Bruni) e del prof. Paolo Brenni, presidente della S.I.S. Scientific Instrument Society con sede a Londra , siamo passati quindi alla fase definitiva di collaudo della nostra lampada: abbiamo collegato lo strumento di misura della tensione alluscita dellalimentatore per controllare in tempi reali i valori determinati dallassorbimento dellarco durante laccensione. Allacciati infine i due fili di alimentazione, stando attenti alle polarità positivo e negativo, come segnato nei due morsetti della lampada, e chiuso il circuito con linterruttore posto nella rete a 220 Volt abbiamo ottenuto un primo rossore tra le punte che in pochi attimi si è trasformato in un arco luminoso a luce bianca accecante capace di illuminare a giorno tutto il laboratorio”. Un’immensa luce, quella descritta da Casi; un’eccellente operazione di restauro e rimessa in funzione dell’apparato ottocentesco; ma soprattutto un’enorme orgoglio del MUMEC Museo dei Mezzi di Comunicazione per esser fra i protagonisti dell’evento Padovano.

Fonte: MUMEC Museo dei Mezzi di Comunicazione

Fino al 30 settembre 2021, a Rovereto (TN) la mostra itinerante “Binario 1 – biodiversità in transito”

20210815_163946

(di Alessandro Bedin, consigliere Argav) Fino al 30 settembre 2021, dal martedì alla domenica, sarà aperta presso il Museo della Città a Rovereto (TN) la mostra itinerante sulla flora ferroviaria nata da un progetto della Fondazione Museo Civico di Rovereto con il Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige e l’Università di Innsbruck, grazie a un finanziamento EUREGIO.

Sono stati studiati gli effetti sulla biodiversità floristica presente nella tratta di linea ferroviaria del Brennero, nata tra il 1859 e il 1867, che ha collegato Verona con Innsbruck. Le piante si spostano e per farlo sfruttano sia gli animali che l’uomo. E’ il meccanismo di diffusione dei semi indicato con il termine zoocoro; al di là del tramite svolto dagli animali, l’uomo non è per niente da meno e i tratti ferroviari, in particolare, si sono dimostrati delle vere e proprie “autostrade di Biodiversità”.

Molte le possibili applicazioni di questo progetto, non solo nel campo della ricerca. “Lo studio ha infatti permesso di comprendere le dinamiche di diffusione di molte specie, anche in rapporto ai cambiamenti climatici in atto e alle ricadute in termini di modificazione della biodiversità autoctona sulla salute umana (allergie) e su aspetti gestionali (sfalci, diserbi), anche in conseguenza alla globalizzazione”.

Andare a Rovereto può essere l’occasione per scoprire la “città della Quercia” nella quale è possibile trovare due corposi tomi sulla “Flora del Trentino” o la “Flora illustrata del Monte Baldo”; il massiccio montuoso conosciuto come il “giardino d’Italia” grazie alla sua ricchezza floristica caratterizzata anche da molti endemismi (ovvero specie che esistono solo sul Monte Baldo). Può essere un modo per fare scoperte inusuali e magari anche trovare spunti per quell’ideale di umanità che Henry David Thoreau proponeva di realizzare simboleggiato da una figura d’uomo capace di misurarsi con la Natura, nato da essa e fedele alla sua logica.

L’idrovora di Santa Margherita di Codevigo (Pd) nella Rete Mondiale dei Musei dell’Acqua

Già inserita nel progetto Water Museum of Venice, l’idrovora di Santa Margherita di Codevigo, in provincia di Padova, fiore all’occhiello del Consorzio di bonifica Bacchiglione, sarà uno dei portabandiera a livello internazionale del patrimonio idraulico italiano.

Sviluppare una coscienza dell’acqua. Lo scorso 15 giugno, si è tenuto infatti a Parigi il 23° consiglio intergovernativo IHP dell’Unesco che ha accolto la proposta italiana di creare una Rete Mondiale dei Musei dell’Acqua. Il progetto, nato nel 2017 grazie alla collaborazione tra Centro internazionale Civiltà dell’Acqua Onlus, Università Ca’ Foscari di Venezia e l’Ufficio Regionale Unesco per la Scienza e la Cultura in Europa di Venezia, ha ottenuto l’approvazione votata da 36 Stati. Questo risultato è molto significativo in quanto sottolinea la volontà di diversi paesi di sviluppare una coscienza dell’acqua, quale patrimonio inestimabile dell’umanità, affinché si possa costruire un futuro migliore e sostenibile.

Una rete di 60 musei. Il percorso parte proprio dalla conservazione e valorizzazione dei Musei dell’Acqua, quali luoghi significativi del patrimonio idraulico, in una rete che ne coinvolge ad oggi 60. “Siamo orgogliosi di poter contribuire ad un progetto così lungimirante per le sfide future. Il sito di Santa Margherita è un museo vivo e in continua evoluzione, nonché uno dei più antichi testimoni della bonifica meccanica in Italia. Non solo, quindi, una valenza tecnica ma anche storica è racchiusa nella nostra idrovora. Speriamo che questa iniziativa di respiro internazionale porti a una maggiore conoscenza e consapevolezza dell’importanza di rispettare e valorizzare l’acqua dei nostri territori”, ha affermato il presidente del Consorzio Bacchiglione, Paolo Ferraresso.

Museo “vivente”. Il museo di Santa Margherita testimonia il lavoro svolto dall’idrovora nella storia di ieri e di oggi, con lo scopo di educare al rispetto e alla valorizzazione di questo patrimonio. L’impianto, oggi, è costituito da sei pompe centrifughe, quattro motori elettrici e due motori diesel è in grado di sollevare 13.500 litri al secondo. L’idrovora, un museo “vivente”, svolge ancora oggi un ruolo fondamentale per l’equilibrio tra terra e acqua, per garantire il benessere e l’esistenza del territorio in cui viviamo.

Fonte: Servizio Stampa Consorzio di bonifica Bacchiglione

A Chioggia (VE) inaugurato il Museo di Zoologia Adriatica

“Un’istituzione di tale rilevanza trova finalmente una sede prestigiosa nella città della pesca adriatica per eccellenza. Chioggia, dove ha sede anche uno dei maggiori mercati ittici del mediterraneo, potrà trovare in questo museo anche lo spirito per guardare al futuro, suo e del settore, con rinnovata volontà”. Lo ha detto l’assessore alla pesca del Veneto Franco Manzato, che proprio a Chioggia ha inaugurato a Palazzo Grassi, assieme al Rettore dell’Università di Padova Giuseppe Zaccaria e al Commissario del Comune, il Museo di Zoologia Adriatica dedicato a Giuseppe Olivi, clodiense, uno dei maggiori naturalisti del ‘700.

L’allestimento museale, basato sull’unica collezione storica esistente di organismi marini dell’Adriatico (i reperti sono stati raccolti tra la seconda metà dell’Ottocento e la seconda Guerra Mondiale), è stato sostenuto con il finanziamento accordato dalla Regione al Progetto Clodia, iniziativa triennale presentata dal Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova e sostenuto esternamente dal Comune di Chioggia e da Legapesca. Il progetto propone interventi di ricerca e di formazione. Nell’ambito delle attività mirate all’educazione e alla divulgazione ambientale, “Clodia” ha previsto appunto l’allestimento del museo, a partire dalla collezione storica di Zoologia Marina dell’Università di Padova.

La collezione è composta da oltre un migliaio di preparati, rappresentativi dei diversi raggruppamenti di organismi animali presenti negli ambienti lagunari e marini dell’Alto Adriatico, cui si è aggiunto nel 2004 uno splendido esemplare di squalo elefante pescato dalla marineria clodiense. Si tratta della più completa esposizione sulla fauna e sugli ecosistemi dell’Alto Adriatico, che propone anche tecnologie multimediali e postazioni interattive per conoscere l’ambiente marino e i problemi della sua tutela. Sono previste l’organizzazione di visite guidate e attività didattiche, sezioni speciali sulla storia degli studi naturalistici e sulle tradizioni legate alla pesca, mostre tematiche per l’approfondimento di argomenti specifici.

La realizzazione del museo è stata curata dalla prof. Maria Rasotto, affiancata da Nicole Chimento e Elisa Cenci, laureate in Biologia Marina proprio a Chioggia e oggi borsiste nell’ambito del progetto. Le strutture museali sono state progettate da Annabianca Compostella, dello Studio Architetti Veneti di Bassano del Grappa, mentre l’allestimento grafico (pannelli espositivi, postazioni interattive, libri, depliant, ecc.) è stato ideato e realizzato dall’Ufficio Relazioni Pubbliche dell’Università di Padova.

(fonte Regione Veneto)