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Dal produttore al consumatore: nuove norme per accelerare l’autorizzazione dei pesticidi biologici

agricoltura

Per sostenere la transizione dell’UE a sistemi alimentari sostenibili e la riduzione dell’uso di pesticidi chimici nell’ambito della strategia “Dal produttore al consumatore”, la Commissione europea ha adottato nuove norme volte ad aumentare la disponibilità e l’accesso ai prodotti fitosanitari biologici da utilizzare negli Stati membri.

Impegno a ridurre l’uso dei pesticidi chimici del 50% entro il 2030. Le nuove norme faciliteranno l’autorizzazione dei microrganismi da usare come sostanze attive nei prodotti fitosanitari e offriranno agli agricoltori dell’UE ulteriori opzioni per sostituire i prodotti fitosanitari chimici con alternative più sostenibili. Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “La transizione a sistemi alimentari più sostenibili implica la necessità di trovare alternative ai pesticidi chimici che rispettino il nostro pianeta e la nostra salute. La Commissione si è impegnata ad agevolare questo processo aumentando il numero di alternative biologiche e a basso rischio sul mercato: dall’inizio del nostro mandato abbiamo già approvato 20 alternative a basso rischio. Grazie a queste nuove norme, faremo sì che le alternative biologiche possano raggiungere i nostri agricoltori ancora più rapidamente. Quanto più investiamo collettivamente risorse nella valutazione dei prodotti fitosanitari, tante più alternative sicure avremo a disposizione per tenere fede al nostro impegno a ridurre l’uso dei pesticidi chimici del 50% entro il 2030.”

Le nuove norme saranno applicate da novembre 2022. porranno le proprietà biologiche ed ecologiche di ciascun microrganismo al centro del processo di valutazione scientifica dei rischi, che deve dimostrare la sicurezza prima che i microrganismi possano essere approvati come sostanze attive nei prodotti fitosanitari. Tali norme dovrebbero accelerare l’autorizzazione dei microrganismi e dei prodotti fitosanitari biologici che li contengono. Già approvate dagli Stati membri nel febbraio 2022, le nuove norme si applicheranno a partire dal novembre 2022. 

Fonte: Commissione europea in Italia

REPowerEu, il piano Ue per ridurre la dipendenza dai combustili fossili russi, parte “azzoppato”

BandiereBruxelles

REPowerEU, il piano dell’UE per ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi per diversificare l’approvvigionamento energetico a livello dell’UE e accelerare la transizione verde, potrebbe trovare notevoli difficoltà pratiche, avverte la Corte dei conti europea. La riuscita del piano REPowerEU dipenderà, infatti, dall’attuazione di azioni complementari a tutti i livelli e dalla disponibilità di finanziamenti per circa 200 miliardi di euro.

Antefatto. A seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il Consiglio europeo ha deciso che l’UE deve gradualmente pervenire ad eliminare del tutto, il prima possibile, la propria dipendenza dalle importazioni di gas, petrolio e carbone russi. La Commissione europea ha quindi presentato il piano REPowerEU, volto ad aumentare la resilienza del sistema energetico dell’UE riducendone la dipendenza dai combustibili fossili e diversificando l’approvvigionamento energetico a livello dell’UE. L’obiettivo verrà realizzato tramite il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF): misure a sostegno dell’obiettivo verranno incluse nei capitoli REPowerEU dei piani nazionali per la ripresa e la resilienza.

Fondi realmente disponibili pari a 20 miliardi di euro. La Commissione ha stimato che gli investimenti aggiuntivi per REPowerEU – e più in particolare per eliminare progressivamente le importazioni di combustibili fossili russi entro il 2027 – ammonterebbero a 210 miliardi di euro. Tuttavia, i finanziamenti aggiuntivi totali resi disponibili ammontano solo a 20 miliardi di euro; le altre fonti di finanziamento sono al di fuori del controllo della Commissione e dipendono dalla volontà degli Stati membri di utilizzare i restanti prestiti dell’RRF o di stornare fondi da altre politiche dell’UE, in particolare da quelle per la coesione e lo sviluppo rurale. Di conseguenza, avverte la Corte, l’importo totale dei finanziamenti effettivamente disponibili potrebbe non essere sufficiente a coprire il fabbisogno d’investimento stimato.

Secondo la Corte, anche la prevista ripartizione dei fondi tra gli Stati membri pone problemi. Visto che i fondi verrebbero distribuiti in percentuali basate quelle inizialmente utilizzate per l’RRF, non rifletterebbero né le sfide e gli obiettivi attuali di REPowerEU né i bisogni specifici degli Stati membri. L’assenza di uno specifico termine ultimo per la presentazione dei capitoli REPowerEU riduce la probabilità che vengano individuati e promossi progetti transfrontalieri. La mancanza di qualsivoglia analisi comparativa limita la visione strategica in merito a quali progetti hanno il più alto potenziale per contribuire alla sicurezza e all’indipendenza energetiche dell’UE.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

La Commissione europea sostiene gli agricoltori dell’UE attraverso i fondi per lo sviluppo rurale e intensifica il monitoraggio dei mercati agricoli

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La Commissione europea ha presentato lo scorso 20 maggio una misura eccezionale finanziata dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) per consentire agli Stati membri di versare una somma forfettaria una tantum agli agricoltori e alle imprese agroalimentari colpite da aumenti significativi dei costi dei fattori di produzione. La misura fa seguito al pacchetto di sostegno da 500 milioni di euro per gli agricoltori dell’UE adottato il 23 marzo scorso nel quadro della comunicazione “Proteggere la sicurezza alimentare e rafforzare la resilienza dei sistemi alimentari”.

Una volta adottata dai legislatori, la misura consentirà agli Stati membri di decidere di destinare i fondi disponibili fino al limite del 5% del loro bilancio FEASR per il periodo 2021-2022 al sostegno diretto al reddito degli agricoltori e delle piccole e medie imprese attivi nella trasformazione, nella commercializzazione o nello sviluppo dei prodotti agricoli. Gli Stati membri sono tenuti a destinare questo sostegno ai beneficiari maggiormente colpiti dalla crisi attuale e impegnati nell’economia circolare, nella gestione dei nutrienti, nell’uso efficiente delle risorse o nei metodi di produzione rispettosi dell’ambiente e del clima.

La Commissione sta inoltre intensificando il monitoraggio dei principali mercati agricoli colpiti dall’invasione russa dell’Ucraina. Gli Stati membri dovranno comunicare alla Commissione il loro livello mensile di scorte di cereali, semi oleosi, riso e sementi certificate di tali prodotti detenute da produttori, grossisti e operatori pertinenti. La Commissione ha inoltre presentato un quadro interattivo che fornisce statistiche aggiornate e dettagliate su prezzi, produzione e commercio di frumento da farina, granturco, orzo, colza, olio di girasole e semi di soia a livello dell’UE e mondiale. Questo fornisce agli operatori di mercato un quadro tempestivo e accurato della disponibilità di prodotti essenziali per alimenti e mangimi.

Fonte: Commissione europea rappresentanza in Italia

Azione per il clima: l’UE fallisce l’obiettivo di destinare il 20 per cento del bilancio nel 2014-2020 

BandiereBruxelles

Secondo una relazione speciale pubblicata lo scorso 30 maggio dalla Corte dei conti europea, l’UE ha mancato l’obiettivo perseguito di destinare all’azione per il clima almeno il 20 % della propria dotazione di bilancio per il 2014 2020.

La Commissione europea aveva annunciato di averlo raggiunto con una spesa al riguardo di 216 miliardi di euro. La Corte ha però rilevato che non sempre la spesa rendicontata riguardava l’azione per il clima e che a tale titolo erano stati comunicati importi in eccesso per almeno 72 miliardi di euro. La Corte teme che potrebbero persistere problemi di affidabilità anche nella rendicontazione della Commissione relativa al periodo 2021 2027, il cui valore-obiettivo dell’UE in materia di spesa per il clima salirà al 30%. “La lotta ai cambiamenti climatici rappresenta una priorità chiave per l’UE, che si è prefissata obiettivi climatici ed energetici ambiziosi”, ha dichiarato Joëlle Elvinger, responsabile dell’audit della Corte. “La Corte ha rilevato che, nel periodo 2014 -2020, non tutta la spesa del bilancio dell’UE dichiarata in relazione al clima era effettivamente pertinente all’azione in tale ambito. Per questo motivo, vengono formulate diverse raccomandazioni per collegare meglio la spesa dell’UE agli obiettivi climatici ed energetici perseguiti. Ad esempio, la Corte raccomanda alla Commissione di giustificare la pertinenza al clima dei finanziamenti agricoli”.

Nei programmi di spesa pubblica dell’UE, i principali settori dichiarati come connessi al clima sono agricoltura, infrastrutture e coesione; la Commissione assegna coefficienti alle varie componenti dei programmi a seconda del rispettivo contributo atteso all’azione per il clima. Secondo la Corte, la rendicontazione sulla spesa per il clima presenta punti deboli che la rendono generalmente inattendibile. L’attuale metodo di monitoraggio si basa su ipotesi: non valuta il contributo finale al conseguimento degli obiettivi climatici dell’UE e non vi è alcun sistema per tenere sotto osservazione i risultati raggiunti al riguardo. I coefficienti non sono sempre realistici: in alcuni casi la spesa è considerata pertinente al clima, nonostante i progetti e i regimi sostenuti abbiano su quest’ultimo un impatto scarso o nullo (ad esempio, le infrastrutture nelle aree rurali). In altri casi, non si tiene conto dei potenziali effetti negativi (ad esempio, l’impatto nocivo delle emissioni di carbonio).

È nei finanziamenti agricoli che la spesa per il clima risulta particolarmente sovrastimata, di quasi 60 miliardi di euro, secondo la Corte. Stando ai dati comunicati dalla Commissione, il 26 % dei finanziamenti agricoli dell’UE riguardava il clima, ossia circa la metà delle spese totali dell’UE in questo ambito. Eppure, è dal 2010 che le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura non diminuiscono. Analogamente, la Corte ritiene che la Commissione abbia sovrastimato il contributo fornito all’azione per il clima da altri finanziamenti per la coesione e le infrastrutture, quali per il trasporto ferroviario, l’energia elettrica e le biomasse. Applicando coefficienti più ragionevoli, la Corte calcola che la quota della spesa per il clima a valere sul bilancio dell’UE si aggiri più probabilmente intorno al 13 % (pari a circa 144 miliardi di euro), anziché al 20 % comunicato. La Corte segnala inoltre il rischio che gli importi pianificati o impegnati non siano spesi, il che potrebbe tradursi in un’ulteriore sovrastima della spesa per il clima.

La Corte ha inoltre esaminato i cambiamenti attesi nel monitoraggio della spesa per il clima dopo il 2020, per aiutare la Commissione a migliorare la futura rendicontazione in materia. La Corte nutre dubbi sull’affidabilità della rendicontazione sulla spesa relativa al clima per il periodo 2021 2027. Nonostante i miglioramenti proposti a livello dei metodi di rendicontazione, persistono in gran parte i problemi rilevati per il periodo 2014 2020. Lo strumento di finanziamento Next Generation EU, istituito nel 2020, contempla il principio fondamentale di “non arrecare un danno significativo”, ossia le attività economiche non devono costituire una minaccia per gli obiettivi ambientali o climatici. La Corte ha tuttavia rilevato che lo strumento pone ulteriori problemi a causa di collegamenti poco chiari tra pagamenti e obiettivi climatici.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Da gennaio 2022 stop all’importazione e da giugno alla vendita di prodotti alimentari contenenti l’additivo E171 (biossido di titanio), in quanto a rischio effetto cancerogeno

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Dall’inizio del 2022, la Commissione Europea ha vietato in Europa l’uso del biossido di titanio come additivo alimentare, concedendo un periodo di transizione massimo di sei mesi cosicché il divieto diventerà assoluto e totale nei prodotti alimentari a partire da giugno. Per i consumatori, il biossido di titanio è configurato in etichetta come additivo alimentare dalla siglatura E171: questo additivo è utilizzato in una varietà di prodotti alimentari, tra cui gomme da masticare, dolciumi, pasticcini, zuppe e piatti pronti, grazie alla sua capacità di opacizzare e conferire il colore bianco a molti prodotti.

La decisione della Commissione si basa sul parere scientifico espresso a maggio 2021 dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa): «Tenuto conto di tutti gli studi e i dati scientifici disponibili – aveva affermato Maged Younes, presidente del panel di esperti Efsa sugli additivi e aromatizzanti alimentari (Faf) – il gruppo scientifico ha concluso che il biossido di titanio non può più essere considerato sicuro come additivo alimentare. Un elemento fondamentale per giungere a tale conclusione è che non abbiamo potuto escludere timori in termini di genotossicità, connessi all’ingestione di particelle di biossido di titanio. Dopo l’ingestione, l’assorbimento di particelle di biossido di titanio è basso, tuttavia esse possono accumularsi nell’organismo umano. E questa azione potrebbe avere effetti cancerogeni».

Al momento esclusi i prodotti cosmetici e medicinali. A seguito del regolamento comunitario per l’eliminazione del biossido di titanio dall’elenco degli additivi alimentari autorizzati, alle aziende del settore alimentare sarà vietato importare prodotti contenenti E171 in Europa, ma anche produrre prodotti contenenti E171 nell’UE o venderli nell’UE. Il biossido di titanio è anche un ingrediente centrale di un gran numero di medicinali e prodotti cosmetici, ma per il momento, le industrie farmaceutiche e cosmetiche non saranno interessate dal divieto.

Fonte: Garanitaly.it

Economia circolare: la Commissione europea estende il marchio di qualità ecologica dell’UE a tutti i prodotti cosmetici e per la cura degli animali

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La Commissione europea ha adottato i nuovi criteri del marchio di qualità ecologica dell’UE (Ecolabel UE) per i prodotti cosmetici e per i prodotti per la cura degli animali, offrendo così ai consumatori di tutta l’Unione la convenienza di una prova affidabile per quanto riguarda i marchi veramente ecologici.

I criteri del marchio di qualità ecologica dell’UE permettono di ridurre l’impatto ambientale dei prodotti sull’acqua, sul terreno e sulla biodiversità, contribuendo in questo modo a un’economia pulita e circolare e a un ambiente privo di sostanze tossiche. L’Ecolabel UE è un marchio di eccellenza ambientale affidabile, verificato da un soggetto terzo, che tiene conto dell’impatto ambientale di un prodotto nel corso del suo ciclo di vita completo, dall’estrazione delle materie prime fino allo smaltimento finale.

Il Commissario per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, Virginijus Sinkevičius, ha dichiarato: “Da oggi i prodotti cosmetici e per gli animali da compagnia che rispettano maggiormente l’ambiente possono essere premiati con l’Ecolabel UE: si tratta di un ulteriore successo per questo marchio creato nel 1992. Esorto le imprese a richiedere il marchio di qualità ecologica dell’UE e a beneficiare della sua indiscutibile reputazione. L’Ecolabel UE permette di indirizzare i consumatori verso prodotti ecologici affidabili e certificati, e sostiene la transizione a un’economia pulita e circolare.”

I criteri aggiornati dell’Ecolabel UE saranno da oggi applicati a tutti i prodotti cosmetici, quali definiti nel relativo regolamento. I requisiti per l’assegnazione del marchio di qualità ecologica dell’UE ai cosmetici riguardavano in precedenza una gamma limitata di prodotti detti “da sciacquare”, come gel doccia, shampoo e balsami. Le norme aggiornate comprendono i cosmetici “da non sciacquare”, come creme, oli, lozioni per la cura della pelle, deodoranti e antitraspiranti, protezioni solari, ma anche i prodotti per i capelli e per il trucco. Nel settore della cura degli animali, il marchio di qualità ecologica dell’UE può ora essere assegnato ai prodotti da sciacquare. L’Ecolabel UE sostiene la transizione ecologica e la strategia in materia di inquinamento zero, fornendo migliori alternative ai consumatori in cerca di opzioni sane e sostenibili.

Fonte: Rappresentanza in Italia Commissione europea

Asiago DOP dice no al Nutri-score. Prosegue poi fino al 30 agosto la raccolta fondi per la ricostruzione di Malga Pian di Granezza.

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Il Consorzio Tutela Formaggio Asiago non autorizzerà richieste di modifica dell’etichettatura dell’Asiago DOP che contemplino la presenza di indicazioni a semaforo o sistemi equivalenti. Applicando i compiti conferitigli dal Reg. (UE) 1151/2012, in base al quale – tra le varie misure – i consorzi di tutela hanno facoltà di “adottare provvedimenti volti a impedire o contrastare misure che sono o rischiano di essere svalorizzanti per l’immagine dei prodotti”, il Consorzio Tutela Formaggio Asiago sceglie questo provvedimento a contrasto di una misura che considera svalorizzante per l’immagine del formaggio Asiago e invita l’Unione Europea a rispettare i propri trattati e regolamenti a partire proprio dal più volte enunciato riconoscimento e tutela del valore della qualità e diversità delle produzioni agricole.

Semafori in etichetta. Una scelta che implicherebbe, per il formaggio Asiago, classificazioni o pagelle di discutibile natura – emesse a prescindere dal suo valore alimentare e culturale – ed in contrasto con i compiti attribuiti ai consorzi di tutela dalla stesso Regolamento, tra cui quello di “sviluppare attività di informazione e di promozione miranti a comunicare ai consumatori le proprietà che conferiscono valore aggiunto ai prodotti”. “Questa nostra presa di posizione” – afferma il presidente del Consorzio, Fiorenzo Rigoni – “vuol essere un forte richiamo all’Unione Europea che, fin dai suoi trattati e regolamenti, riconosce la produzione agricola come patrimonio vivente dal valore culturale e gastronomico da preservare. Per questo chiediamo con forza di non mettere a rischio quella tipicità e diversità che è parte della nostra storia e senza la quale tutti, produttori e consumatori, rischiamo di perdere un patrimonio comune.” In questa decisione, il Consorzio Tutela Formaggio Asiago è a fianco di OriGIn Italia, l’associazione che rappresenta circa il 95% delle produzioni del sistema dei Consorzi di tutela italiani, recentemente espressasi a favore di un’azione compatta di tutto il sistema DOP e IGP per rafforzare le posizioni politiche portate avanti dal nostro Paese, da sempre contrario all’introduzione del Nutri-score, come più volte espresso dal Ministro delle politiche agricole, Stefano Patuanelli.

Continua invece fino al 30 agosto la gara di solidarietà per la ricostruzione di Malga Pian di Granezza, storica malga produttrice di Asiago DOP a Lusiana Conco, nell’Altopiano dei 7 Comuni, che, l’8 luglio scorso, è stata colpita da una violenta e distruttiva tromba d’aria. Oltre 270 donatori, dalla Sicilia al Trentino, hanno già risposto all’appello del Consorzio Tutela Formaggio Asiago per sostenere la sua rinascita e, a un mese dall’evento, il presidente Rigoni, insieme alla consigliera Lorella Frigo, hanno consegnato al Sindaco del Comune di Lusiana Conco, proprietario della malga, e a Mario Basso, gestore, la prima tranche di 15.000 euro frutto dello stanziamento straordinario del Consorzio e della raccolta fondi per la ricostruzione avviata sulla piattaforma di crowdfunding https://buonacausa.org/cause/salviamomalgagranezza. “Ringrazio di cuore tutti i sostenitori per l’affetto e il sostegno ricevuto, ha detto commosso Basso, i vostri messaggi mi hanno fatto reagire e spinto a non perdermi d’animo. Grazie all’aiuto di tanti amici di questa malga e del suo territorio, nonostante questo evento, la produzione del formaggio non si ferma”. Nell’Altopiano dei 7 Comuni le malghe sono il presidio di un’agricoltura di montagna che rappresenta il simbolo vivente della millenaria storia della produzione casearia del formaggio Asiago DOP. Di proprietà collettiva, le malghe vengono assegnate attraverso una gara a gestori che si impegnano a preservare e migliorare il bene loro temporaneamente assegnato dalla comunità. Per questo, parte del devoluto è stato consegnato al sindaco di Lusiana Conco, Antonella Corradin, comune proprietario della malga.

Fonte: Servizio stampa Consorzio tutela Asiago DOP

La spesa agricola dell’UE non ha reso l’agricoltura più rispettosa del clima

BandiereBruxelles

Secondo una relazione della Corte dei conti europea, i finanziamenti agricoli dell’UE per l’azione per il clima non hanno contribuito a ridurre le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura. Benché oltre un quarto di tutta la spesa agricola dell’UE nel periodo 2014 2020 (più di 100 miliardi di euro) sia stata destinata alla mitigazione dei cambiamenti climatici, è dal 2010 che le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura non diminuiscono. La maggior parte delle misure finanziate dalla politica agricola comune (PAC) ha infatti limitate potenzialità ai fini della mitigazione dei cambiamenti climatici, e la PAC non incentiva l’adozione di pratiche efficaci rispettose dell’ambiente.

Monito. “L’UE svolge un ruolo fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici nel settore agricolo, dal momento che elabora normativa in materia di ambiente e cofinanzia la maggior parte della spesa agricola degli Stati membri”, ha dichiarato Viorel Ștefan, responsabile della relazione all’interno della Corte dei conti europea. “Le nostre constatazioni dovrebbero essere utili per raggiungere l’obiettivo UE della neutralità climatica entro il 2050. La nuova politica agricola comune deve concentrarsi di più sulla riduzione delle emissioni prodotte dall’agricoltura, deve essere più trasparente e rendere meglio conto del contributo fornito alla mitigazione dei cambiamenti climatici”.

La verifica. La Corte ha esaminato se le pratiche per la mitigazione dei cambiamenti climatici sostenute dalla PAC nel periodo 2014 2020 abbiano le potenzialità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra prodotte da tre fonti fondamentali: zootecnia, fertilizzanti chimici e letame e uso dei terreni (terre coltivate e pascoli). Ha analizzato inoltre se, nel periodo 2014 2020, la PAC abbia incentivato l’adozione di efficaci pratiche di mitigazione meglio che nel periodo precedente (2007 2013).

Le emissioni prodotte dall’allevamento del bestiame rappresentano circa metà delle emissioni in agricoltura ed è dal 2010 che non diminuiscono. Tali emissioni sono direttamente collegate alle dimensioni delle mandrie, e i bovini ne causano i due terzi. La quota di emissioni riconducibile alla zootecnia aumenta ulteriormente se si tiene conto delle emissioni connesse alla produzione di mangimi animali (comprese le importazioni). La PAC non cerca però di limitare il numero di capi di bestiame, né fornisce incentivi per una loro riduzione. Le misure di mercato della PAC includono la promozione dei prodotti di origine animale, il cui consumo non diminuisce dal 2014: contribuiscono così a mantenere le emissioni di gas a effetto serra invece che a ridurle.

Le emissioni dovute ai fertilizzanti chimici e al letame, che rappresentano quasi un terzo delle emissioni prodotte dall’agricoltura, sono aumentate tra il 2010 e il 2018. La PAC ha sostenuto pratiche che potrebbero ridurre l’uso di fertilizzanti, come l’agricoltura biologica e la coltivazione di legumi da granella. Tali pratiche, secondo la Corte, non hanno tuttavia un effetto certo sulle emissioni di gas a effetto serra. Pratiche di provata efficacia, come i metodi dell’agricoltura di precisione che regolano l’applicazione di fertilizzanti in base alle necessità delle colture, ricevono invece meno finanziamenti.

La PAC finanzia pratiche non rispettose dell’ambiente, sovvenzionando, ad esempio, gli agricoltori che coltivano le torbiere drenate, che rappresentano meno del 2 % delle superfici agricole dell’UE ma rilasciano il 20 % delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE prodotte dall’agricoltura. I fondi per lo sviluppo rurale avrebbero potuto essere utilizzati per il ripristino di queste torbiere, ma ciò è avvenuto di rado. Il sostegno a misure della PAC per il sequestro del carbonio, quali l’imboschimento, i sistemi agroforestali e la conversione di seminativi in prato, non è aumentato rispetto al periodo 2007 2013. La normativa dell’UE attualmente non applica il principio “chi inquina paga” alle emissioni di gas a effetto serra del settore agricolo.

Infine, la Corte ha rilevato che le norme di condizionalità e le misure di sviluppo rurale sono cambiate poco rispetto al periodo precedente, nonostante le maggiori ambizioni dell’UE in materia di clima. Il regime di inverdimento avrebbe dovuto rafforzare la performance ambientale della PAC: invece, non ha incentivato gli agricoltori ad adottare misure efficaci rispettose dell’ambiente, e l’impatto prodotto sul clima è stato marginale.

Il contesto . La produzione alimentare è responsabile del 26 % delle emissioni mondiali di gas a effetto serra e l’agricoltura, soprattutto il settore zootecnico, è responsabile della maggior parte di tali emissioni. Attualmente a livello dell’UE si sta negoziando la politica agricola comune per il periodo 2021 2027, che disporrà di una dotazione di circa 387 miliardi di euro. Quando verrà raggiunto un accordo sulle nuove regole, gli Stati membri le attueranno attraverso i “piani strategici della PAC” elaborati a livello nazionale e soggetti al monitoraggio della Commissione europea. In base alle norme attuali, ogni Stato membro decide se il proprio settore agricolo debba contribuire alla riduzione delle emissioni prodotte dall’agricoltura.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Norme UE più rigide a protezione dei propri prodotti

Sono entrate in vigore nuove e rigide norme UE (Reg. 167/2021 che modifica il Reg. 654/2014) in materia di scambi commerciali tra l’Unione e gli altri Paesi del mondo. Obiettivo: rafforzare il pacchetto di strumenti a disposizione dell’UE per difendere i propri interessi nel mercato globale. Con l’aggiornamento di questo importante regolamento sarà ora possibile, tra l’altro, conferire all’Unione il potere di agire con più forza nella protezione dei propri interessi commerciali in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).  Qui il nuovo regolamento: https://bit.ly/3b3qmLW  

Fonte: Veneto Agricoltura Europa

Brexit: raggiunto l’accordo commerciale tra UE e UK, ripristinati i controlli di frontiera ma no a tariffe doganali

Dalla mezzanotte del 1 gennaio 2021 è scaduto il periodo di transizione concesso al Regno Unito per i negoziati per l’uscita dall’Unione europea.

La necessità di cercare un accordo su “come lasciarsi” ha portato ad un’accelerazione delle trattative che si è concretizzata nel raggiungimento di un’intesa comune coronata dall’aggiunta degli ultimi elementi mancanti, arrivati ed approvati da Westminster proprio nella giornata del 30 dicembre 2020: il trattato di commercio e cooperazione, l’accordo che riguarda le procedure di sicurezza per lo scambio e la protezione delle informazioni classificate e l’accordo tra il governo del Regno Unito e la Comunità Europea dell’Energia Atomica per la cooperazione sugli usi sicuri e pacifici dell’energia nucleare.

Entrambe le parti hanno lavorato per scongiurare un’uscita “no deal” (senza accordo). Dopo aver raggiunto un’intesa su questioni come l’abbandono dell’UK al programma Erasmus+, la libertà di circolazione dei cittadini europei nel paese (dal 2021 sarà necessario il passaporto), la condizione di permanenza dei cittadini europei e quelle di arrivo per i nuovi lavoratori, l’abolizione del free roaming, è stato raggiunto un accordo sulle questioni commerciali, le più spinose. Il Regno Unito lascerà infatti il mercato unico europeo ma i commerci con i paesi UE non vedranno l’introduzione di tariffe doganali mentre saranno ripristinati i controlli di frontiera. L’accordo complessivo e definitivo approvato entrato in vigore in modo temporaneo dal 1 gennaio 2021 è in attesa della votazione formale del Parlamento europeo che si riunirà in plenaria a inizio marzo.

Fonte: Europe Direct Comune di Venezia