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Acquacoltura, la regione in Italia con il maggior numero di impianti è il Veneto, ma il Bel Paese importa il 40 per cento del fabbisogno nazionale

pesca vongole

La produzione dell’acquacoltura è in crescita molto forte nel Mondo, più contenuta in Europa. L’Italia, dopo un avvio promettente negli anni ’90 e successivi andamenti altalenanti, oggi ricorre a massicce importazioni per soddisfare il fabbisogno interno. Di seguito, i dati del report redatto dal centro studi di Confagricoltura.

Che cos’è. L’acquacoltura consiste nell’allevamento di animali e piante acquatici, in acque dolci, salmastre o marine. In Italia si allevano soprattutto tre specie di pesci (trote, spigole e orate) e molluschi (mitili e vongole veraci) che nell’insieme rappresentano (2013) poco meno del 98% della produzione. Nel periodo 2002-2013 si evidenziano sensibili flessioni della quota di produzione (% sulla produzione nazionale complessiva) di mitili e vongole (-10 punti percentuali) e un incremento soprattutto della produzione di trote (+7 punti percentuali).

Le aziende che svolgono attività di acquacoltura (vivai, incubatoi, laghetti di pesca sportiva, moltiplicazione di riproduttori, ingrasso per il consumo finale) sono in costante crescita. Nel 2017 hanno superato le 3000 unità, con un incremento di circa il 60% rispetto al 2012. L’incremento più rilevante, sia pure per ridotti valori assoluti, si è registrato negli allevamenti di crostacei, pressoché triplicati. La regione con il maggior numero di impianti di acquacoltura è il Veneto (829); seguono, notevolmente distanziate, l’Emilia Romagna (469) e il Piemonte (367). Fra le Regioni meridionali, superano i cento impianti solo Puglia (131) e Campania (123). Gli allevamenti finalizzati all’ingrasso per il consumo finale sono 1.346, con netta prevalenza in Veneto (617) e poi in Puglia (126), Emilia Romagna (118) e Friuli Venezia Giulia (104).

Produzione. Nel 2014 e nel 2015, la produzione complessiva dell’acquacoltura italiana si è attestata intorno a 149 mila tonnellate, con una flessione di circa il 3% rispetto al 2010. La produzione di pesci è diminuita del 7,7%, quella di molluschi è rimasta pressoché invariata (-0,7%), i crostacei hanno segnato -38,5% ma per volumi assoluti molto ridotti. Circa il 70% della produzione complessiva dell’acquacoltura proviene da quattro regioni: Emilia Romagna (42,3 migliaia di tonnellate nel 2014), Veneto (31,2), Friuli Venezia Giulia (17,4) e Puglia (11,6). La più elevata produzione di pesci si realizza in Friuli Venezia Giulia (13,5 migliaia di tonnellate), seguita dal Veneto (5,4) e dalla Lombardia (4,3); nella produzione di molluschi, prevale l’Emilia Romagna (41,9 migliaia di tonnellate) seguita da Veneto (25,8) e Puglia (10,6). La produzione di crostacei, peraltro limitata a 15-16 tonnellate, interessa solo 4 regioni, con Umbria e Puglia a quota sei tonnellate ciascuna, e Veneto ed Emilia Romagna al disotto delle due tonnellate.

L’Italia, nel periodo 2010-2013, ha importato prodotti dell’acquacoltura per quantitativi crescenti dalle 104,7 (2010) alle 112,4 (2013) migliaia di tonnellate, a fronte di una produzione decrescente dalle 153,6 (2010) alle 140,8 (2013) migliaia di tonnellate. Il grado di autoapprovvigionamento di settore, strutturalmente deficitario, ha segnato il miglior risultato nel 2011 con il 65,8% (quando la produzione ha segnato il massimo di 164,5 migliaia di tonnellate), per poi scendere al 59,9% nel 2012 (quando la produzione ha segnato il minimo di 137,2 migliaia di tonnellate), cui è seguita una lieve ripresa nel 2013 (61,8%).

La produzione mondiale ed europea.La produzione mondiale dell’acquacoltura ha segnato, fra il 1990 e il 2015, una crescita del 629%, passando da 16,8 a 106 milioni di tonnellate. La produzione in Africa è aumentata di quasi 22 volte, in Asia di 7 volte, in America di 6 volte, in Oceania di 4 volte, in Europa dell’85%. Nello stesso periodo, la produzione italiana ha segnato una flessione del 3%. L’incidenza della produzione italiana sulla produzione mondiale è passata dallo 0,91% allo 0,14%; e sulla produzione europea, dal 9,5% al 5%. La produzione europea, nel 1990, rappresentava il 9,6% della produzione mondiale; nel 2015, è scesa al 2,8%. Agli incrementi del volume della produzione dell’acquacoltura mondiale corrispondono incrementi del valore inferiori per Africa e Asia e superiori per America, Europa e Oceania. Il peso del valore della produzione italiana sul valore della produzione mondiale è sceso dal 1,26% del 1990 allo 0,25% del 2015; sul valore della produzione europea, dal 8,4% del 1990 al 3,5% del 2015.

In Europa (2015), l’Italia è al sesto posto per volume e all’ottavo per valore della produzione dell’acquacoltura. Tutti i principali paesi produttori europei segnano nel 2015 una sensibile flessione del valore della produzione rispetto all’anno precedente, mentre i volumi decrescono solo nel Regno Unito, in Russia e nelle Isole Faroe. Nel 2015 rispetto al 2014, l’Italia, a fronte di volumi di produzione pressoché costanti, ha registrato una perdita di valore del 16,4%. Fra i primi dieci paesi produttori del settore dell’acquacoltura, sette sono asiatici e solo uno di Europa (Norvegia), America (Ecuador) e Africa (Egitto). I “Top 10” rappresentano, nel 2015, il 90% in volume e l’80% in valore, della produzione acquicola mondiale; entrambi questi valori sono cresciuti di circa due punti percentuali rispetto al 2010.

Conclusioni. In un quadro mondiale di forte crescita della produzione dell’acquacoltura (+629% in volume nel 2015 rispetto al 1990), l’Europa segna gli incrementi più contenuti (+285%). L’Italia presenta andamenti dei volumi produttivi sensibilmente contrastati (154 mila tonnellate nel 1990, 217 mila nel 2000, 149 mila nel 2015) rappresentando comunque quote notevolmente decrescenti della produzione mondiale e continentale (nel 1990 l’1,26%, nel 2015 lo 0,25%). Considerando che nel nostro paese le aziende che svolgono attività di acquacoltura sono in costante crescita (+59,6% a luglio 2017 rispetto al 2012), mentre la produzione, pur con alti e bassi, resta sostanzialmente invariata, si evidenzia la notevole instabilità del settore, peraltro confermata nelle premesse del vigente Piano strategico per l’acquacoltura in Italia 2014-2020 elaborato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Il grado di autoapprovvigionamento nazionale del settore è strutturalmente basso e risente delle fluttuazioni della produzione e dell’incremento della domanda interna, attestandosi attualmente intorno al 60%. Ciò significa che importiamo (soprattutto pesci) per circa il 40% del fabbisogno nazionale (circa 110 mila tonnellate), a fronte di esportazioni che negli ultimi anni variano fra le 20 e le 25 mila tonnellate.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

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Pesca in Veneto, decennio 2006-2016 “in gondola”

Nel decennio 2006-2016, il settore della pesca nel Veneto ha avuto un andamento altalenante. Lo conferma il Rapporto strutturale sul comparto ittico regionale pubblicato da Veneto Agricoltura che registra una riduzione (-23%) del numero di pescherecci che nel 2016 erano 659. Fa da contraltare però l’incremento (+23,8%) del numero delle aziende ittiche attive nel settore risultanti ben 3.752 nel 2016, mentre nel decennio considerato il numero di occupati (6.937 unità) si è ridotto del -1,3%. Tra il 2006-2016 si registra anche una forte perdita di forza lavoro dal settore delle pesca (-57,4%), mentre risulta in crescita esponenziale l’occupazione nel comparto dell’allevamento (+1843,5%).

Flotta peschereccia ridotta di un quarto (-23%) e di oltre metà la forza lavoro, stabile la produzione. In lieve calo (-3,9%) la produzione locale regionale come pure il fatturato (-3%), che giornalmente viene sbarcata nei sei mercati ittici regionali (Venezia, Caorle, Chioggia, Pila, Scardovari e Porto Viro), con i primi due in forte perdita nel periodo considerato. A tenere, rispetto al 2006, sono solo i quantitativi di pesce azzurro (+15%), mentre sono tutte in diminuzione le altre tipologie di pesce, i molluschi e i crostacei. Se si considerano i transiti complessivi, ossia anche i prodotti di provenienza nazionale ed estera che arrivano a Chioggia e Venezia, risultano in perdita i quantitativi di entrambi (-6,8% Chioggia, -13,4% a Venezia), mentre al mercato ittico di Venezia tiene il fatturato (+5,3%) grazie al prodotto estero.

Allevamento, bene occupazione e mitilicoltura. Male i mercati, specie Venezia e Caorle. In forte salita i prezzi medi di quasi tutte le specie analizzate, che portano a un +26,8% del prezzo medio generale. In calo del -19,6% la produzione complessiva dei molluschi bivalve di mare operata dai Co.Ge.Vo. (Consorzi di Gestione e Valorizzazione dei Molluschi) veneti, diminuzione dovuta sia alle vongole di mare (-14,2%) e ancor più, ai fasolari (-36,0%). Per quanto riguarda gli allevamenti, si registrano diminuzioni di produzione della venericoltura (-11,1% sempre nel periodo 2006-2016) e della piscicoltura (-17,7%), mentre è la sola mitilicoltura a presentare un lusinghiero +68,9%, rialzo dovuto in gran parte agli impianti longline in mare aperto.

In rialzo il numero delle imprese (+23,8%) e le importazioni ittiche. Brutte notizie arrivano anche dalla bilancia commerciale estera, dato che nel decennio 2006-2016 il Veneto risulta ampiamente deficitario di prodotto ittico: infatti, a fronte del calo delle esportazioni del -9,4%, fa eco una forte crescita delle importazioni (+45,5%). Il valore complessivo del settore ittico veneto, riferito alla produzione complessiva della pesca marittima e dell’acquacoltura, dopo un periodo di lento ma costante calo, negli ultimi tre anni si mostra in salita, assestandosi su un valore di circa 200 milioni di euro, un aumento del +3,1% rispetto all’anno precedente. Confrontando questo valore, registrato nel 2016, con il picco massimo rilevato nel 2006 (242,1 milioni di euro), ne risulta però un calo produttivo in termini di valore del -17,8%.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Pesca, andamento del comparto ittico Veneto nel 2016 in chiaro-scuro

Luci ed ombre per il comparto ittico veneto nel 2016. Tanti infatti i segni negativi dal lato produttivo, ma fortunatamente cresce il numero delle aziende e degli occupati e rimane stabile la consistenza della flotta marittima. È questa la fotografia che emerge dal Report annuale di Veneto Agricoltura che analizza gli ultimi dati disponibili (2016) riguardanti il comparto ittico regionale.

Nel dettaglio. La produzione locale veneta, giornalmente sbarcata nei sei mercati ittici regionali (Venezia, Chioggia, Caorle, Pila, Scardovari e Porto Viro), ha registrato nel 2016 una perdita produttiva del -15,5% (20.149 t di prodotto), mentre ha tenuto il fatturato con un +5,1% (54,8 milioni di euro). Ad incidere maggiormente sulla diminuzione dei quantitativi pescati è stata la produzione di pesce azzurro (alici e sardine), calata del -21% netto, con i mercati di Chioggia e Pila fortemente penalizzati. Bene la flotta peschereccia veneta che nel 2016, con 659 unità rilevate, è rimasta invariata rispetto all’anno precedente, interrompendo così la contrazione del numero delle imbarcazioni che aveva caratterizzato una lunga fase precedente.

L’allevamento ittico ha registrato delle perdite. Nel 2016 la produzione regionale della venericoltura è stata infatti pari a 13.030 t, con un calo del -17% netto rispetto all’anno precedente. Buona, invece, la ripresa della produzione della mitilicoltura veneta, dopo il deciso calo registrato nel 2015 causato da una fortissima mareggiata verificatasi durante l’inverno: la produzione complessiva è stata di 20.561 t segnando un rialzo del +191,1%. Con 4.864 t. registrate nel 2016, i Co.Ge.Vo. (Consorzi di Gestione e Valorizzazione dei Molluschi) vedono salire la propria produzione del +16,3% rispetto al 2015, con le vongole di mare in aumento del +22,1%. Il buon rialzo produttivo è dovuto all’oculato prelievo della risorsa da parte dei due Co.Ge.Vo. veneti, che nel corso dell’anno si sono autoimposti ben quattro mesi di fermo biologico. Anche nel 2016 è risultata in perdita la produzione di fasolari (-5,2%), conseguenza della volontà da parte della O.P. I Fasolari di non eccedere coi prelievi, per una chiara politica di stabilizzazione del prezzo.

Buone notizie arrivano dal fronte delle imprese della filiera ittica veneta che nel 2016 hanno segnato un leggero aumento (+1,5%), pari a 3.752 unità, come pure il numero degli occupati che sale del +4,4%. Il dossier “La pesca in numeri”, curato dall’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura dell’Agenzia regionale, può essere scaricato a questo link,  

Fonte: Servizio Stampa Veneto Agricoltura

Pesca in Unione Europea, la Corte dei conti europea richiede maggiori controlli

Secondo una relazione della Corte dei conti europea, occorrono maggiori sforzi affinché l’UE disponga di un sistema di controllo della pesca efficace. A giudizio della Corte, gli Stati membri e la Commissione europea hanno compiuto progressi nell’ultimo decennio; tuttavia, l’UE non dispone ancora di un sistema di controllo della pesca sufficientemente efficace a supporto della politica comune della pesca.

La politica comune della pesca (PCP) mira a garantire la sostenibilità a lungo termine degli stock ittici e del settore della pesca. Molti stock sono ancora oggetto di pesca eccessiva per cui occorrono sforzi costanti per un’efficace gestione della pesca. La PCP comprende perciò misure tese a limitare la capacità delle flotte pescherecce e a gestire la pesca con l’imposizione di limiti alle catture, come i contingenti, e all’attività di pesca, come le restrizioni allo sforzo di pesca o le norme tecniche per talune attività di pesca. Il successo della PCP richiede la definizione e l’applicazione di un sistema di controllo efficace. Il regime di controllo è stato riformato l’ultima volta nel 2009 per ovviare alle gravi debolezze rilevate dalla Corte dei conti europea nella relazione speciale n.7/2007.

Gli auditor hanno visitato quattro Stati membri: Spagna, Francia, Italia e Regno Unito (Scozia). Nessuno di questi quattro paesi aveva verificato a sufficienza l’esattezza dei dati relativi alla capacità della propria flotta peschereccia né delle informazioni sui pescherecci contenute nei rispettivi registri delle flotte. Nessuno aveva verificato il tonnellaggio dei pescherecci e due non avevano verificato la potenza motrice. Inoltre, la Corte ha rilevato significative discrepanze tra i dettagli relativi ai pescherecci riportati nei registri delle flotte e quelli contenuti nei documenti giustificativi.

A giudizio della Corte, nel complesso gli Stati membri esaminati hanno adeguatamente attuato le misure di gestione della pesca. I sistemi di controllo dei pescherecci via satellite hanno fornito informazioni utilissime per il monitoraggio ed il controllo delle attività di pesca. Tuttavia, per effetto delle esenzioni previste dal regolamento sul controllo, l’89% della flotta UE non è stato monitorato, impedendo così una gestione efficace della pesca in alcuni settori e per talune specie. “Gli Stati membri non hanno ancora dato piena attuazione al regolamento sul controllo della pesca nell’UE“ ha affermato Janusz Wojciechowski, il Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione, “ed occorre modificare alcune disposizioni normative se si vuole che gli Stati membri attuino un controllo efficace delle attività di pesca”.

Scarsa trasparenza. Gli Stati membri hanno gestito in modo soddisfacente l’utilizzo dei contingenti di pesca. Tuttavia, quando hanno affidato alle organizzazioni di produttori la gestione della distribuzione dei contingenti, non sempre erano a conoscenza dei criteri da queste utilizzati. Questa scarsa trasparenza ha reso difficile individuare i reali beneficiari delle possibilità di pesca, valutare eventuali potenziali impatti negativi sull’ambiente e sulle economie locali, nonché adottare, ove necessario, misure correttive. La Corte ha rilevato anche esempi di buone pratiche, in cui le organizzazioni professionali di pescatori hanno chiesto ai propri membri di osservare misure di conservazione supplementari, ma più mirate rispetto a quelle previste dalla politica comune della pesca.

I dati sulle attività di pesca raccolti nel quadro del regolamento sul controllo non erano sufficientemente completi ed attendibili. Secondo la Corte, i dati sulle catture relativi ai pescherecci che compilano dichiarazioni in formato cartaceo, una quota significativa della flotta dell’UE, erano incompleti e spesso registrati in maniera non corretta. Esistevano significative discrepanze tra gli sbarchi dichiarati e le successive note di prima vendita. Due dei quattro Stati membri visitati non hanno condiviso e tracciato in misura sufficiente le informazioni sulle attività svolte dai pescherecci di uno Stato membro di bandiera nelle acque di un altro. I processi di convalida dei dati applicati dagli Stati membri erano insufficienti. Inoltre, vi erano significative differenze tra i dati sulle catture totali registrati dagli Stati membri e quelli di cui disponeva la Commissione.

In generale, gli Stati membri visitati hanno pianificato e condotto le ispezioni sulle attività di pesca in modo soddisfacente. Gli ispettori non avevano però un accesso in tempo reale alle informazioni sui pescherecci, il che riduceva l’efficacia delle ispezioni e, anche se erano state definite procedure standard per le ispezioni, queste non venivano sempre applicate. I risultati delle ispezioni non erano sempre correttamente comunicati e le sanzioni applicate non fungevano sempre da efficace deterrente. Il sistema a punti, un’innovazione fondamentale per garantire un trattamento equo degli operatori di pesca, non era applicato in modo uniforme nei diversi Stati membri e persino all’interno di uno stesso Stato membro.

Fonte: Servizio Stampa Corte dei conti europea

 

Stock ittici del Mediterraneo, il 90 per cento di essi è sovrasfruttato, gli impegni di tutela per i prossimi 10 anni

Con la dichiarazione “MedFish4Ever” di Malta, la Commissione europea ha ottenuto un impegno per i prossimi 10 anni a tutela degli stock ittici del Mediterraneo. Il documento fissa chiaramente gli obiettivi che gli Stati firmatari dovranno perseguire.

Gli impegni. L’argomento è di quelli importanti, non solo perché si parla di tutela del patrimonio ittico del Mar Mediterraneo, ma anche perché i posti di lavoro diretti sui pescherecci operanti in queste acque sono oltre 300mila e molti di più quelli indiretti. Le firme apportate sulla dichiarazione di Malta sanciscono dunque una importante titolarità politica ad una questione che in precedenza era solo tecnica. Più specificatamente, i firmatari si sono impegnati a garantire un’adeguata raccolta dati e una valutazione scientifica periodica per gli stock ittici principali del Mediterraneo entro il 2020, elaborare piani di gestione pluriennali per le attività di pesca principali (questo era già stato avviato con la proposta relativa ad un piano di pesca pluriennale per i piccoli pelagici dell’Adriatico con la raccolta dati dei tassi di mortalità di alcuni stock), sradicare la pesca illegale entro il 2020 con la coordinazione e collaborazione della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo, aiutare le piccole attività di pesca sostenibili semplificando i meccanismi di finanziamento dei progetti locali per l’ammodernamento della flotta.

Sinergia e collaborazione. Affinché vi sia un’effettiva attuazione di questi intenti, è necessaria una sinergia tra tutte le parti interessate e coinvolte: in primis risulta fondamentale la collaborazione degli stessi pescatori che hanno, per ovvie ragioni, un ruolo attivo. La dichiarazione di Malta si aggiunge perfettamente agli impegni internazionali assunti dall’Unione Europea nel quadro degli obiettivi di sviluppo sostenibile, pensati nell’ottica di uno sviluppo internazionale. Proprio l’obiettivo 14 è quello relativo alla conservazione e sfruttamento sostenibile degli oceani, del mare e delle risorse marine. Il tema dello sviluppo sostenibile è il cuore della dichiarazione poiché si è stimato che circa il 90% degli stock ittici è sovrasfruttato e questo mette a repentaglio la sicurezza alimentare, la sussistenza e la stabilità della regione del Mediterraneo.

Fonte: Europe Direct Veneto

Consumo prodotti ittici, sondaggio UE

dicono-di-noi_il-pesce-si-compra-via-web-con-i-server-fujitsu-siemensDa un sondaggio di Eurobarometro sulle scelte dei consumatori emerge che gli europei consumano prodotti ittici abbastanza regolarmente, il 42% almeno una volta la settimana a casa, anche se la distanza dal mare influenza l’acquisto.

Risultati. Gli intervistati hanno espresso una forte preferenza per l’origine regionale, nazionale ed europea (80%). Hanno anche ribadito l’esigenza di ridurre la dipendenza dalle importazioni attraverso lo sviluppo di una pesca e di un’acquacoltura sostenibili. Il 66% ritiene che le informazioni riportate sui prodotti
siano chiare e di facile comprensione, il che dimostra che le norme UE in materia di etichettatura funzionano.

Per quanto riguarda gli italiani, il 30% degli intervistati ha dichiarato di mangiare prodotti della pesca almeno una volta la settimana a casa. Il 59% li acquista in pescheria e l’82% sostiene che ne acquisterebbe di più se il prezzo non fosse così alto. Il 43% preferisce acquistare pro dotti nazionali e solo il 9% predilige i prodotti di allevamento.

Fonte: Europe Direct Veneto ufficio stampa di Veneto Agricoltura

Pesca in Alto Adriatico, continua la crisi, meglio il settore acquicolo (fuorchè i mitili)

pesca-300x300L’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura di Veneto Agricoltura nel suo annuale Report ha analizzato l’intera filiera del comparto dell’acquacoltura nell’area Alto Adriatico, dando uno sguardo anche a quanto accade nelle vicine Slovenia e, soprattutto, Croazia.

In crescita la produzione di vongole filippine. Dall’analisi dei dati 2015, il settore acquicolo sembra in salute, eccezion fatta per i mitili, in quanto alcuni casi di avversità metereologiche (febbraio 2015) ne hanno decimato la produzione (-41,4%). Il risultato di queste infauste condizioni meteo marine è stata una produzione totale di circa 25.000 tonnellate. La produzione complessiva di vongole filippine di Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia-Romagna nel 2015 ha sfiorato le 36.000 tonnellate, +0,9% sul 2014.

Settore pesca in crisi a vantaggio di quello acquicolo. In calo nell’ultimo anno anche la produzione da piscicoltura d’acqua dolce per le regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia con la trota, che da sola rappresenta il 77% del totale, a tenere bassa la produzione complessiva.  Nell’ultimo decennio crescono le imprese, anche se in maniera meno marcata negli ultimi anni. Motivo? Un probabile riversamento delle attività dal settore della pesca, in crisi, verso quello acquicolo (mitilicoltura, etc.). Infatti, l’analisi dei dati delle tre regioni dell’Alto Adriatico, indica un aumento medio del +75% delle imprese dedite all’allevamento ittico negli ultimi 12 anni. I dati completi riportati del Report dell’Osservatorio pesca/acquacoltura di Veneto Agricoltura sono visibili attraverso il seguente link: http://bit.ly/2ktmzvW

Fonte: Servizio Stampa Veneto Agricoltura