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Estate, tornano le zanzare: i cittadini al fianco dei ricercatori nel tracciamento con l’app Mosquito Alert per un controllo efficace dell’insetto, nell’interesse comune e della salute pubblica. All’iniziativa, partecipano l’IZSVe e il MUSE.

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Mosquito Alert è un’app gratuita per i cittadini che vogliano collaborare al piano nazionale di tracciamento delle zanzare “Mosquito Alert Italia”, in un’ottica di scienza partecipata (citizen science), che affianca i cittadini ai ricercatori. A coordinare il progetto, Sapienza Università di Roma, con il coordinamento da parte del Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive, insieme ad altri enti di ricerca nazionali. quali Istituto Superiore di Sanità, Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, MUSE – Museo delle Scienze di Trento e Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi” dell’Università di Bologna.

Altri partner sono i cittadini, che potranno inviare agli entomologi della task force le loro segnalazioni volontarie, tramite l’app Mosquito Alert: scaricandola gratuitamente, il cittadino potrà inviare sia segnalazioni non fotografiche delle punture, che foto di zanzare o di raccolte di acqua stagnante, che possono rappresentare potenziali siti riproduttivi dell’insetto come, per esempio, i tombini. I cittadini più appassionati potranno inviare agli esperti anche gli esemplari di zanzara che riusciranno a raccogliere. Lanciata in Spagna, l’app Mosquito Alert approda in Italia nel 2020. Interessanti i risultati internazionali raggiunti finora, con oltre 200mila download, ma si può ottenere di più. Lo scopo è quello di raccogliere e validare il maggior numero di fotografie di zanzare per mapparne le specie, con particolare attenzione alla “tigre” (Aedes albopictus) e ad altre specie invasive come la zanzara coreana (Aedes koreicus) e quella giapponese (Aedes japonicus), arrivate recentemente nel nostro paese.

Il nostro paese è uno dei più colpiti dalle zanzare in Europa, sia per numero di specie (65 attualmente conosciute) sia per la loro ampia distribuzione e densità sul territorio, considerando soprattutto le specie invasive: controllarle è importante non solo per le loro fastidiose punture, ma anche perché le zanzare sono potenziali vettori di patogeni per l’essere umano (es., virus Dengue e Chikungunya), che possono rappresentare una minaccia per la salute pubblica. Tra le specie di zanzara più pericolose come vettori c’è Aedes aegypti che, attualmente non presente in Italia, richiede una specifica sorveglianza. Occorre ricordare, inoltre, che una massiva presenza di zanzare può danneggiare importanti settori dell’economia nazionale, come quello turistico.

Usare l’app Mosquito Alert è molto facile: per conoscere la specie in tempo reale, basterà fotografare una zanzara e inviare lo scatto, che deve essere di qualità per consentire una valida identificazione della specie, alla task force degli esperti che, sempre tramite smartphone, informeranno l’utente sulla zanzara fotografata ed elaboreranno mappe delle specie presenti sul territorio, utili a gestire e indirizzare le disinfestazioni. Le segnalazioni dei cittadini, una volta validate, verranno inserite nella mappa interattiva sul sito di Mosquito Alert Italia e potranno aiutare a mirare efficacemente gli interventi di controllo. Per non vanificare i risultati delle disinfestazioni in aree pubbliche condotte dagli enti locali, sarà importante sensibilizzare i cittadini anche rispetto alla gestione delle aree private in cui le zanzare potrebbero svilupparsi, come le raccolte domestiche di acqua stagnante.

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) è un ente sanitario di diritto pubblico che svolge attività di prevenzione, controllo e ricerca nell’ambito della salute animale e della sicurezza alimentare. L’IZSVe è stato di recente insignito del prestigioso riconoscimento internazionale di Laboratorio di referenza WOAH (Organizzazione mondiale della sanità animale) per le micoplasmosi aviarie, che provocano infezioni a carico soprattutto dell’apparato respiratorio e articolare degli animale e possono generare perdite economiche rilevanti per l’industria avicola. Alla direzione del laboratorio è stato nominato il dott. Salvatore Catania, direttore della sezione di Verona dell’IZSVe, che negli anni si è affermata come presidio territoriale per la prevenzione e il controllo delle malattie diffusive del settore avicolo, e ha sviluppato capacità tecniche e scientifiche in grado di far fronte a importanti crisi sanitarie, come nel caso della recente epidemia di influenza aviaria. La nomina, sostenuta dal Ministero della Salute, arriva a pochi giorni dal riconoscimento all’IZSVe del Centro di referenza FAO per i coronavirus zoonotici e porta a 18 il numero dei Centri di referenza nazionali e internazionali che hanno sede all’IZSVe.

Il Museo delle Scienze di Trento (MUSE) svolge attività di ricerca e monitoraggio ambientale, divulgazione e formazione sui temi della natura, società e sviluppo sostenibile. Dal 2010 svolge il monitoraggio della zanzara tigre e altre specie di zanzara nella città di Trento in collaborazione con l’amministrazione comunale e mantiene un allevamento di zanzara tigre in laboratorio aperto al pubblico, usato anche per divulgare le attività di Mosquito Alert. Fin dalle fasi iniziali ha partecipato allo sviluppo dell’app Mosquito Alert, in particolare gli entomologi dell’unità di zoologia degli invertebrati e idrobiologia hanno contribuito allo sviluppo dei contenuti dell’app e al riconoscimento delle specie di zanzare a partire dalle foto scattate dai cittadini e inviate con la app. Il MUSE è impegnato inoltre nello sviluppare, assieme a Sapienza Università di Roma, la parte educativa del progetto proponendo ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado corsi di formazione su biologia, ecologia delle zanzare e sull’uso dell’App Mosquito Alert coinvolgendo gli studenti con appositi percorsi didattici che il docente può sviluppare in autonomia o con il supporto degli esperti.

Fonte: servizio stampa IZSVe

 

Pandemia Coronavirus (Covid-19), dal Veneto l’annuncio che in Cina riapre la prima azienda sanificata con macchinari italiani che guardano alla tecnologia aerospaziale

Arriva dall’Italia il primo macchinario esportato in Cina per la sanificazione degli ambienti dal coronavirus, denominato dall‘Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) Covid-19: l’importante notizia arriva da Idrobase Group, azienda con sede a Borgoricco, in provincia di Padova ed unità produttiva anche a Ningbo, città di quasi 8 milioni di abitanti nella provincia dello Zhejiang; lo stabilimento nell’Estremo Oriente riaprirà grazie ad una validata (Istituto Zooprofilattico delle Venezie) innovazione italiana che, applicando la tecnologia “state-of-the-art” utilizzata nelle stazioni aerospaziali statunitensi, ha creato un’unità di sanificazione superfici, capace di eliminare, già nei primi 90 minuti di utilizzo, il 95% dei virus presenti nell’ambiente.

Come funziona. “L’innovativo macchinario – annuncia Giovanni Mastrovito, fisico con specializzazione in nanotecnologie e direttore Scientifico di “Pure Air Ion” – non si limita a purificare l’aria, che attraversa il catalizzatore, ma grazie ad un semiconduttore costituito da un materiale a base di particelle di biossido di titanio (di dimensioni inferiori a 100 miliardesimi di metro) genera, a seguito di esposizione alla radiazione luminosa (UV- VIS), coppie elettrone-lacuna (uno dei due portatori di carica, che contribuiscono al passaggio di corrente elettrica nei semiconduttori), che danno luogo a reazioni di ossido-riduzione indotte dal contatto l’acqua (umidità dell’aria) per creare radicali ossidrili e con l’ossigeno per creare anioni superossido. Miliardi di queste specie altamente ossidanti – prosegue Mastrovito – vengono create in miliardesimi di secondo, producendo una cascata di reazioni di ossidazione e diffondendo una fitta rete di molecole (ROS – Reactive Oxygen Species), che sanificano superfici ed ambiente. Attraverso la nuova tecnologia AHMPP (Photo Promotore Molecolare Avanzato Idratato) viene prodotta una coltre di ossidanti che, grazie all’azione di luce ed umidità dell’aria, attiva la decomposizione delle sostanze organiche ed inorganiche nocive: è un fenomeno assolutamente naturale, simile a quanto si verifica durante un temporale.”

Con una ricerca, durata un decennio in aerobiologia ed in biotecnologia, si è sviluppato un sistema di purificazione dell’aria, che utilizza una avanzata foto ossidazione idrata catalitica, che utilizza una tecnologia di nuova generazione (AHMPP), che non si basa su filtri od attraversamento dell’aria attraverso purificatori, ma assorbe e converte la parte dell’energia luminosa in elettroni e lacune di elettroni. La fotocatalisi è il fenomeno naturale, per cui una sostanza, detta fotocatalizzatore, modifica, attraverso l’azione della luce (naturale o artificiale), la velocità di una reazione chimica, imitando la fotosintesi clorofilliana: il suo processo chimico, infatti, è un’ossidazione, che induce la decomposizione delle sostanze organiche e inorganiche.  Gli ossidanti prodotti dal sistema AHMPP sono mortali anche per il coronavirus, ma non danneggiano nè le persone, nè gli animali domestici.

Primato italiano. Tale tecnologia, basata sull’immissione di particelle disgreganti nell’aria, è anche “green”, perché permette un forte risparmio energetico, non utilizzando gli energivori filtri ad alta efficienza. “Come italiani siano orgogliosi di poter annunciare di essere i primi ad avere affinato un know-how, che può rivelarsi determinante nel contenere il diffondersi del pericoloso virus, permettendo un normale ritorno alle quotidiane attività: da quelle lavorative alle domestiche, a quelle scolastiche – commenta Bruno Ferrarese, presidente di Idrobase Group – Il nostro è un tassello di concreta speranza nella lotta mondiale al diffondersi dell’epidemia, permettendo un facile accesso alle necessità di igiene pubblica e diffusa, evidenziate dalla globalizzazione anche delle malattie.”

Fonte: Servizio stampa Idrobase Group

Wuhan novel Coronavirus: come nasce un’emergenza epidemica

L’esistenza di mercati di animali vivi simili a questo in altri paesi asiatici e africani è da lungo tempo riconosciuto come un fattore di rischio per la sanità globale

Erano i primi giorni di gennaio quando hanno iniziato a circolare le prime voci relative ad un cluster di casi di polmonite in Cina. Le somiglianze con il caso SARS sono state lampanti da subito: stessi sintomi, stesso decorso della malattia, stessa correlazione con un mercato di animali vivi. A differenza di quanto successo nel 2002, quando ci vollero mesi prima di identificare la causa dell’epidemia, nel 2020 la scienza ha impiegato solamente 8 giorni a fornire nome, cognome e carta d’identità completa del virus.

Sebbene questo risultato abbia permesso di confermare in tempi record i sospetti degli esperti, la sequenza genetica di quello che oggi è conosciuto come Wuhan novel Coronavirus (nCoV) lascia ancora molti dubbi sull’origine dell’epidemia. Infatti, in natura esiste un’enorme diversità di coronavirus in molte specie di mammiferi ed uccelli. In particolare, ad oggi si conoscono almeno 50 virus appartenenti allo stesso cluster di SARS e di questo nuovo coronavirus che circolano nei pipistrelli rinolofi ma sono considerati innocui per l’uomo.

Perché Wuhan nCoV sta infettando l’uomo? Sebbene non esista ancora una risposta definitiva a questa domanda, i 18 anni intercorsi tra l’emergenza della SARS e oggi ci hanno insegnato diverse lezioni, che hanno sì a che fare con lo studio dei coronavirus ma riguardano anche la dimensione umana delle malattie infettive emergenti. Dal punto di vista virologico, oggi sappiamo che la capacità di infettare l’uomo dipende dalla compatibilità tra le proteine di superficie di un virus e i recettori umani. In parole semplici, un dato coronavirus deve avere la chiave giusta per aprire la serratura presente sulle cellule umane. Da qualche giorno i ricercatori hanno dimostrato come il Wuhan nCoV utilizzi efficacemente lo stesso recettore cellulare umano riconosciuto dal SARS CoV, spiegando quindi come sia stato in grado di infettare l’uomo. Tuttavia, la sorveglianza estensiva nei pipistrelli dal 2005 ad oggi non ha mai identificato virus con capacità simili nel pipistrello, ad eccezione di una sola variante considerata in grado di legarsi debolmente ai recettori umani. Ciò suggerisce che il passaggio diretto da pipistrello a uomo non sia sufficiente a scatenare l’epidemia nell’uomo, sia in passato, sia adesso.

Fattori sociali e culturali: da SARS a Wuhan nCOV. Diversi studi hanno tentato di ricostruire le cause scatenanti l’epidemia di SARS. Tra queste, non sono da dimenticare i fattori sociali e culturali, che si traducono in comportamenti umani profondamente radicati quali la caccia, il commercio e il consumo di animali selvatici, le scarse condizioni igienico-sanitarie dei mercati, la deforestazione e l’urbanizzazione spinta. Tutte queste condizioni, tipiche dei paesi tropicali, contribuiscono ad aumentare di molto i contatti tra diverse specie selvatiche, animali domestici e uomo, fornendo maggiori chances di trasmissione. Inoltre, la commistione innaturale di animali diversi in condizioni di forte stress tipiche dei mercati di animali vivi possono portare alla “creazione” di nuove varianti del tutto inaspettate, come se si trattasse di veri e propri laboratori di virologia. Il fatto che Wuhan nCoV somigli a un virus di pipistrello ma sia, a differenza della maggior parte di questi, in grado di infettare l’uomo è quindi probabilmente dovuto all’infezione accidentale di un ospite intermedio che ha fornito al virus la chiave giusta per entrare. Il passaggio potrebbe quindi essere ancora una volta lo stesso, dal pipistrello ad un altro animale all’uomo. Se il passaggio dai pipistrelli ai dromedari si stima essere avvenuto almeno una ventina d’anni prima dell’emergenza nell’uomo di un altro coronavirus epidemico, agente eziologico della sindrome detta MERS, ad oggi è ancora troppo presto per sapere da quanto Wuhan CoV circolasse e in quali ospiti. La scatola nera potrebbe essere nel mercato del pesce di Wuhan e saranno necessari campionamenti estensivi negli animali presenti per arrivare al nocciolo della questione. Nonostante il nome, è noto come in questo mercato fossero venduti moltissimi animali vivi, appartenenti a specie allevate ma anche catturate dal loro ambiente naturale. Sebbene la Cina abbia oggi bandito temporaneamente questo tipo di attività in risposta all’epidemia, è probabile che i mercati verranno nuovamente aperti una volta calato il silenzio, esattamente come successo nel 2003 a pochi mesi dall’ultimo caso di SARS. L’esistenza di mercati di animali vivi simili a questo in altri paesi asiatici e africani è da lungo tempo riconosciuto come un fattore di rischio per la sanità globale. Come visto, l’emergenza di malattie dal serbatoio animale è per lo più dettata dai numeri, dalla probabilità, ed è pertanto un rischio difficilmente calcolabile e prevedibile. Quindi, puntare il dito contro i pipistrelli e i virus che convivono in equilibrio con i loro ospiti naturali è non solo inutile ma anche dannoso perché distoglie la nostra attenzione dalle uniche cause di queste emergenze sulle quali l’uomo possa intervenire.

Fonte: IZSVe

La rucola protegge dagli additivi chimici delle bottigliette di plastica, a rivelarlo uno studio sperimentale italo-tusino presentato il 2 marzo ad Abano Terme (PD) al convegno di Medicina della Riproduzione

Il problema è noto: è l’utilizzo del bisfenolo-A (BPA), un additivo chimico di origine sintetica che migliora le caratteristiche meccaniche dei materiali che le aziende usano per le bottigliette di plastica, le capsule da caffè, i rivestimenti per alimenti. Dopo un lungo contatto o a seguito di alte temperature il BPA può essere rilasciato nell’alimento ed assunto per ingestione. Gli effetti di questo inquinante ambientale sull’uomo sono studiati da anni. Ad esempio, nel maschio adulto il BPA sembrerebbe capace di compromettere la vitalità degli spermatozoi e di rallentare la loro motilità. Tale evidenze hanno spinto numerose istituzioni di nazioni europee a bandire il BPA dai prodotti per uso pediatrico.

Di fatto, quasi tutti siamo stati esposti a questa contaminazione. Di qui lo studio congiunto che ha visto la collaborazione tra il gruppo del professor Carlo Foresta dell’Università degli Studi di Padova, e quello del professor Kais Rtibi del dipartimento di Fisiologia funzionale e valorizzazione delle risorse biologiche dell’università di Jendouba, in Tunisia. I ricercatori italo-tunisini, coordinati dal professor Carlo Foresta e dai dottori Luca De Toni e Iva Sabović, dopo una analisi chimica molto precisa dei composti contenuti nell’Eruca sativa (quella che tutti conosciamo come “rucola”), condotta nei laboratori dell’università di Jendouba, hanno riscontrato che in questa pianta sono contenute quantità molto elevate di antiossidanti capaci di inattivare i, che alterano le più importanti funzioni cellulari inducendone la morte (apoptosi). Il BPA influenza negativamente le funzioni cellulari, inducendo un’incrementata produzione di “radicali liberi”.

Il convegno aponense. I ricercatori hanno eseguito sperimentazioni su spermatozoi umani esponendoli dapprima a dosi tossiche di BPA, e successivamente al trattamento con l’estratto di rucola a concentrazioni crescenti. L’estratto di rucola si è dimostrato capace di contrastare già a bassissimi dosaggi gli effetti tossici del BPA sulle cellule spermatiche, proprio attraverso l’azione antiossidante. Lo studio sperimentale sarà presentato ad Abano Terme (PD) nel corso del trentaquattresimo convegno di Medicina della Riproduzione, sabato 2 marzo alle ore 16.30, ed è stato recentemente pubblicato dalla prestigiosa rivista internazionale di tossicologia sperimentale “Reproductive Toxicology”, una bibbia per gli addetti ai lavori.

Una ricerca destinata a generare anche importanti ricadute cliniche. Le evidenza il gruppo di studiosi: “Prima fra tutte, ricordiamo l’importanza di una dieta ricca di vegetali nella prevenzione delle patologie del tratto riproduttivo maschile e, a tale proposito, sono in corso studi volti ad identificare la corretta dose giornaliera di rucola”, spiegano. “Inoltre, l’estratto di rucola può rappresentare un vero e proprio presidio nutraceutico per il trattamento dell’infertilità maschile o nella preparazione degli spermatozoi durante le tecniche di procreazione medicalmente assistita: stiamo definendo i quantitativi e le percentuali specifiche”.

Fonte: servizio stampa convegno Medicina della Riproduzione

Influenza dell’alimentazione sulla salute di onnivori, vegetariani e vegani, nessuna differenza se la dieta è ipercalorica e ricca di grassi

Il microbiota intestinale di vegani, vegetariani e onnivori è identico se la dieta è ricca in grassi. È questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) e finanziato dal Ministero della Salute. La ricerca, pubblicata su Frontiers in Microbiology, aveva l’obiettivo di valutare l’impatto sul microbiota intestinale (l’insieme di tutti batteri presenti nell’intestino) derivante dal consumo di alimenti di origine animale.

Nessuna netta differenza. Sono stati coinvolti 101 volontari normopeso, che seguivano una dieta onnivora, vegetariana o vegana, a cui è stato chiesto di fornire il proprio diario alimentare, per la valutazione della composizione della dieta, e un campione fecale, per lo studio della composizione del microbiota. “Lo scenario osservato è stato sorprendente, in quanto ci aspettavamo di vedere delle differenze nette fra persone che si alimentano in modo così diverso. È apparso evidente invece che l’”etichetta” di vegano, vegetariano o onnivoro non è sufficiente a dare conto dell’impatto della dieta sulla salute”, ha dichiarato Antonia Ricci, direttore sanitario dell’IZSVe e responsabile scientifico della ricerca.

Dieta tipica dell’Occidente. I ricercatori, infatti, utilizzando diverse metodologie hanno provato a differenziare il microbiota degli onnivori da quello dei vegetariani e dei vegani senza ottenere risultati statisticamente significativi. I tre gruppi erano perfettamente sovrapponibili e tra i vegani e i vegetariani non si evidenziava prevalenza di popolazioni microbiche tipiche di un’alimentazione ricca in fibra. L’analisi dei diari alimentari ha rivelato la soluzione del caso. Tutti i partecipanti, indipendentemente dagli alimenti consumati (di origine animale o vegetale), presentavano una dieta ricca in grassi e povera in carboidrati e proteine. Questa tipologia di dieta, tipica dell’Occidente e ritenuta responsabile della planetaria pandemia di obesità, da quanto emerge dalla ricerca provoca cambiamenti del microbiota intestinale che fanno assomigliare i vegani e i vegetariani agli onnivori. Nessuna delle tre tipologie di dieta, per il momento, ha vinto la sfida della salute.

Fonte: Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

La sicurezza del cibo inizia già da un buon imballo

cibo-imballaggiNel corso della seduta plenaria di ottobre, il Parlamento Europeo ha approvato a nettissima maggioranza, 559 voti favorevoli, 31 contrari e 26 astensioni, una risoluzione con la quale si chiede che vengano applicate nuove e più severe norme per i materiali che vengono a contatto con gli alimenti, in particolare facendo riferimento agli imballaggi, agli utensili da cucina e alle stoviglie.

Solo 4 su 27 sostanze sono armonizzate a livello UE. Attualmente solo alcuni di questi materiali, come le materie plastiche e le ceramiche, sono stati completamente testati per la sicurezza e la salute pubblica, mentre vernici, smalti, inchiostri e adesivi non sono coperti dalle norme UE e devono ancora essere sottoposti a test. «Il regolamento attuale – spiega la relatrice, Christel Schaldemose (S&D, DK) – permette accordi su 17 sostanze, ma solo quattro di queste, al momento, sono armonizzate a livello UE. Il resto è di competenza degli Stati membri. Solo che la mancanza di regole armonizzate provoca problemi per i consumatori, per le aziende e per le autorità”.

Mercato unico solo nel nome. “In realtà, ciò significa che il mercato unico non è un mercato unico: alcuni paesi hanno standard elevati, altri standard bassi. Sappiamo da vari studi che ciò che si trova nella confezione sta causando problemi di salute. L’UE dovrebbe pertanto rivedere la legislazione vigente. La sicurezza alimentare – conlcude Schaldemose – dovrebbe avere lo stesso significato in tutta l’UE”. Da qui la richiesta del Parlamento alla Commissione Europea di specifiche misure comunitarie anche per carta e cartone, vernici e smalti, metalli e leghe, inchiostri da stampa e adesivi.

Fonte: Asterisco Informazioni

Trattamenti illeciti nei bovini da carne: l’IzsVe trova un metodo indiretto e più efficace per rintracciarli

mucche in stallaNegli alimenti di origine animale si possono ritrovare residui di farmaci potenzialmente pericolosi sia per la salute degli animali che per quella umana. Ebbene, l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie ha sviluppato un metodo indiretto e più efficace per rintracciarli. Un metodo che potrebbe rappresentare un approccio diagnostico valido e riproducibile, applicabile ai programmi di screening.

Che cosa succede con i bovini da carne? “Per curare gli stati infiammatori è consentito usare farmaci ad azione antiinfiammatoria. Purtroppo però a volte queste sostanze sono usate illegalmente anche come anabolizzanti o promotori della crescita, magari in combinazione con altre tipologie di farmaci, in modo così da migliorare le resa e la qualità delle carni. L’assunzione prolungata anche di piccole dosi di queste sostanze può avere conseguenze dirette sulla salute del consumatore. È importante quindi che i trattamenti farmacologici siano eseguiti secondo le regole, ma anche che i metodi di controllo contro gli illeciti siano efficaci”. Marta Vascellari, veterinario al Laboratorio di istopatologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, ha coordinato un progetto di ricerca che ha avuto l’obiettivo di sviluppare un metodo istopatologico per valutare le modificazioni causate dall’uso di alcune sostanze sul timo degli animali, un organo particolarmente importante per il funzionamento del sistema immunitario.

Lo studio. Condotto dai ricercatori dell’IZSVe (RC 15/12, finanziamento Ministero della Salute) prendendo in esame le alterazioni del timo di vitelli e vitelloni, a cui sono state somministrate piccole dosi di desametasone, una sostanza dalle proprietà antiinfiammatorie che viene anche usata come promotore della crescita. I risultati ottenuti dallo studio hanno dimostrato che il desametasone, anche in piccole dosi, porta a modificazioni istologiche rilevabili nel timo sia nei vitelli che nei vitelloni. Il metodo di analisi del campione era basato sull’associazione tra infiltrazione di grasso e alterazione del rapporto corticale-midollare delle cellule del timo, e le osservazioni hanno confermato un aumento di infiltrazione di grasso all’interno del timo e una significativa diminuzione del rapporto tra corticale e midollare del timo. Le alterazioni non erano presenti invece negli animali non trattati con le sostanze anabolizzanti. Lo studio è stato effettuato in doppio cieco da due diversi Istituti Zooprofilattici, evidenziando soddisfacenti livelli di concordanza e accuratezza.

I controlli sui residui di farmaci. La progressiva perdita di massa del timo e l’infiltrazione di grasso dell’organo sono indicatori indiretti dell’utilizzo di corticosteroidi. Dal 2008 all’interno del Piano nazionale di sorveglianza dei residui è stato introdotto un metodo basato sull’analisi di tessuti specifici degli animali regolarmente macellati, partendo dal presupposto che le molecole utilizzate illegalmente causano un’alterazione nella forma di alcuni organi. Il timo è uno degli organi che si prestano a questo tipo di valutazione. Questa ghiandola del sistema linfatico è essenziale per il sistema immunitario: la progressiva perdita di massa di questo organo e la conseguente infiltrazione di grasso sono indicatori indiretti dell’utilizzo di corticosteroidi, e sono inoltre alterazioni rilevabili anche a distanza di giorni dall’ultimo trattamento farmacologico. Già l’Unione Europea ha disciplinato l’utilizzo di queste sostanze (Direttiva del Consiglio 96/23/EC, Regolamento CE 37/2010) e pianificato i controlli sia degli animali che delle carni fresche.

I metodi tradizionali si sono rivelati non sempre efficaci, con costi molto elevati e tempi lunghi di esecuzione. Il metodo sviluppato dalla ricerca potrebbe quindi rappresentare un approccio diagnostico valido e riproducibile, applicabile ai programmi di screening, utile ad affiancare e indirizzare le indagini ufficiali per i trattamenti illeciti nei bovini da carne.

Fonte: Servizio Comunicazione IszVe

L’Oms lancia l’allarme sulle carni lavorate, dannose per la salute. Coldiretti: no a terrorismo alimentare, carni italiane tra le più sane

SausagesChe alcune carni come quelle rosse o quelle più grasse siano da mangiare con parsimonia non è una novità, ma a certificare la poca salubrità di certe tipologie di carne  arriva l’International Agency for Research on Cancer (IARC) dell’Oms, che inserisce nel gruppo 1 delle sostanze che causano il cancro a pericolosità più alta, come il fumo e il benzene, anche le carni lavorate. Meno a rischio quelle rosse non lavorate, inserite fra le “probabilmente cancerogene”.

La lista Oms delle carni “cancerogene”. Le carni lavorate, spiega l’Oms, includono le carni che sono state trasformate ”attraverso processi di salatura, polimerizzazione fermentazione, affumicatura, o sottoposte ad altri processi per aumentare il sapore o migliorare la conservazione”. La maggior parte delle carni lavorate contiene maiale o manzo, ma le carni lavorate è possono anche contenere altri tipi di carni rosse, pollame, frattaglie o prodotti derivati dalla carne come il sangue. Esempi di carni lavorate includono, avverte l’Oms, gli hot dogs, prosciutto, salsicce, carne in scatola, preparazioni e salse a base di carne. Sono invece considerate “probabilmente cancerogene” le carni rosse: questa categoria, spiega l’Oms, ”si riferisce a tutti i tipi di carne di muscolo di mammifero, come ad esempio manzo, vitello, maiale, agnello, montone, cavallo e capra”. La decisione è stata presa, si legge nel documento, dopo aver revisionato tutti gli studi in letteratura sul tema. “Il gruppo di lavoro ha classificato il consumo di carne lavorata nel gruppo 1 in base a una evidenza sufficiente per il tumore colorettale. Inoltre è stata trovata una associazione tra consumo e tumore allo stomaco. La possibilità di errore non può invece essere esclusa con lo stesso grado di confidenza per il consumo di carne rossa”.

Coldiretti, no a terrorismo alimentare. Le carni Made in Italy sono piu sane, perché magre, non trattate con ormoni e ottenute nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione “Doc” che assicurano il benessere e la qualità dell’alimentazione degli animali tanto da garantire agli italiani una longevità da primato con 84,6 anni per le donne e i 79,8 anni per gli uomini. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che il rapporto Oms è stato eseguito su scala globale su abitudini alimentari molto diverse come quelle statunitensi che consumano il 60 per cento di carne in più degli italiani. Non si tiene peraltro conto – sottolinea la Coldiretti – che gli animali allevati in Italia non sono uguali a quelli allevati in altri Paesi e che i cibi sotto accusa come hot dog, bacon e affumicati non fanno parte della tradizione italiana. Il consumo di carne degli italiani con 78 chili a testa – precisa la Coldiretti – è ben al di sotto di quelli di Paesi come gli Stati Uniti con 125 chili a persona o degli australiani con 120 chili, ma anche dei cugini francesi con 87 chili a testa. E dal punto di vista qualitativo la carne italiana – continua la Coldiretti –  è meno grassa e la trasformazione in salumi avviene naturalmente solo con il sale senza l’uso dell’affumicatura messa sotto accusa dall’Oms. Proprio quest’anno peraltro – precisa la Coldiretti – la carne ed è diventata la seconda voce del budget alimentare delle famiglie italiane dopo l’ortofrutta con una rivoluzione epocale per le tavole nazionali che non era mai avvenuta in questo secolo. La spesa degli italiani per gli acquisti è scesa a 97 euro al mese per la carne che, con una incidenza del 22 per cento sul totale, perde per la prima volta il primato, secondo l’analisi della Coldiretti.

Fonte: Ansa.it/Coldiretti Veneto

Allergie e intolleranze alimentari: la dieta giusta è strategica

cerealiOggi oltre il 36% della popolazione è colpita da ipersensibilità alimentare, una tendenza in crescita; non bisogna però confondere allergie e intolleranze, causa questa, di numerosi errori diagnostici che alla lunga possono generare danni all’organismo e al sistema immunitario. A parlarne, in un ampio e partecipato incontro alla Fiera di Vita in Campagna, svoltasi lo scorso marzo, Alessandro Formenti, medico nutrizionista, fitoterapeuta e autore del libro “La Medicina dei semplici” (Edizioni L’Informatore Agrario).

Le cause. “Nella moderna società l’abuso di cibo senza rispettare la varietà di alimenti e la stagionalità e la presenza di allergeni ambientali e industriali tende a generare ipersensibilità alimentari, spesso concausa di allergie respiratorie che si sviluppano dal 10 al 30% a seconda del grado di industrializzazione” ha introdotto l’esperto, che da 40 anni si occupa di medicina naturale e per la terza volta partecipa come relatore alla Fiera di Vita in Campagna. Teniamo presente che allergie e pseudo-allergie  possono avere concatenazioni psico-neuro-immunologiche (es: tensione nervosa) compromettendo le difese immunitarie e favorendo, tra le altre, l’insorgenza di congiuntiviti, tiroiditi di Hashimoto, diabete, insonnia, asma, attacchi di panico e ipertensione. Mentre le allergie alimentari coinvolgono lo 0,5% della popolazione, le intolleranze alimentari raggiungono oltre il 30%. Tra gli alimenti responsabili di intolleranze alimentari in Italia al primo posto si candida il latte vaccino, seguono frumento, latte, pomodoro e olio di oliva, mentre negli Stati Uniti al primo posto si pone l’arachide. Le intolleranze alimentari sono reazioni croniche ad alimenti spesso usuali e ad accumulo che intossicano l’organismo e provocano reazioni che sono spesso confuse con quelle provocate dalle allergie.

La cura. L’approccio convenzionale alle allergie è l’inibizione sistematica con cortisonici, antistaminici e antiinfiammatori che funzionano in caso di emergenza perché bloccano i sintomi ma mascherano il problema e alla lunga provocano effetti indesiderati. Quello alle intolleranze è spesso erroneamente autogestito. E’ tuttavia possibile una modulazione alimentare delle sindromi alimentari reattive. “Il primo passo è curare la mucosa intestinale attraverso una alimentazione corretta (dieta funzionale in primis) e con la fitoterapia – ha detto Alessandro Formenti. Tra le piante utili ad azioni lenitiva e antiinfiammatoria rientrano malva, salice, ribes nero e gingko biloba che vanno però valutate in base a eventuale cura farmacologica”.

Coniugare salute e gusto. All’incontro è intervenuta anche Cristina Mazzi, coautrice del libro “La Salute in cucina”, che ha offerto consigli preziosi sulle tecniche culinarie e sugli ingredienti sostitutivi utili alla preparazione di piatti nutrienti e appetitosi anche nel caso delle più comuni allergie e intolleranze alimentari. “Quando si deve eliminare per un certo periodo un alimento molti non sanno che si possono  realizzare ottime ricette anche con ingredienti alternativi –  ha detto Cristina Mazzi. Il latte può essere ad esempio sostituito con latte di mandorle, miglio o soia. L’utilizzo del rosmarino e di erbe aromatiche permette di insaporire i piatti e favorisce la digestione. In generale la radice di zenzero è un toccasana che in frigo non deve mancare mai”. Numerosi sono però gli accorgimenti che possono essere adottati, a seconda dei casi, per coniugare salute e gusto.

Fonte: Edizioni L’Informatore Agrario

Arriva Cladis, il pecorino senza colesterolo

Le pecore di Onna (AQ)

Si chiama ‘Cladis’, ha lo stesso sapore di quello originale ma, in piu’, e’ ricco di acido linoleico coniugato (CLA), un acido grasso polinsaturo che contribuisce a proteggere l’organismo dalle malattie cardiovascolari. E’ il formaggio pecorino messo a punto dal team del professor Pierlorenzo Secchiari della Facolta’ di Agraria dell’Universita’ di Pisa. E’ stato ottenuto nutrendo le pecore con uno speciale mangime ricco di semi di lino estrusi – una fonte naturale di precursori di acido linoleico coniugato (CLA) – che gli stessi sperimentatori hanno gia’ dimostrato portare alla produzione di un latte particolarmente ricco di CLA.

Benefici testate su 100 donne over 60 per trenta mesi. Il nuovo formaggio sara’ presto allo studio dei ricercatori del Policlinico di Abano Terme – Fondazione Leonardo che ne vogliono testare gli effetti protettivi: il trial durera’ trenta mesi e coinvolgera’ una popolazione di 100 donne over 60 con sindrome metabolica. Questo tipo di pazienti potrebbe ottenere un doppio beneficio dal CLA: prevenzione di malattie cardiovascolari e di osteoporosi. Il pecorino Cladis, se inserito nell’ambito di una dieta equilibrata, potrebbe infatti non aumentare (e probabilmente abbassare) i livelli di colesterolo, contribuendo alla prevenzione di alcune delle principali patologie croniche debilitanti, come quelle cardiovascolari.

Altre benefiche ricadute. Inoltre, poiche’ il formaggio come e’ noto e’ un’ottima fonte di calcio, il suo effetto protettivo potrebbe estendersi anche contro l’osteoporosi. Infatti comunemente il formaggio tradizionale, per l’alto contenuto di grassi saturi, e’ controindicato per pazienti a rischio cardiovascolare. E per questo motivo non e’ utilizzabile quale fonte di calcio in un’alta percentuale di over 50, soprattutto nella donna in post menopausa, ad alto rischio di malattia cardiovascolare, ma anche purtroppo di osteoporosi. La sperimentazione avverra’ grazie ad un finanziamento di 276 mila euro concesso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Il pecorino sara’ somministrato ad un campione di ospiti dell’Opera Immacolata Concezione (OIC) di Padova. In caso di successo, si prevede di allargare la produzione di latte ricco in acido linoleico coniugato anche alle pecore di Onna, in provincia de L’Aquila, una delle zone piu’ colpite dal terremoto dello scorso anno.

(fonte Asca)