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La pratica agricola della piantata veneta resa immortale dall’azione dell’associazione culturale Borgo Baver onlus

Dopo il via libera dell’Osservatorio nazionale del paesaggio rurale, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali ha predisposto i decreti che determinano l’iscrizione nel Registro nazionale dei Paesaggi Rurali e delle Pratiche Agricole della Pratica Agricola Tradizionale Piantata Veneta, la cui candidatura era stata presentata dall’Associazione Culturale Borgo Baver Onlus di Codega di Sant’Urbano (TV).

Ad oggi il registro include 10 paesaggi e due pratiche agricole, distribuiti dal Nord a Sud, a fronte di oltre 80 richieste di candidatura presentate. Nel corso dell’ultima riunione del gennaio scorso, l’Osservatorio nazionale del paesaggio rurale ha espresso parere favorevole all’unanimità rispetto all’iscrizione dei cinque nuovi Paesaggi (Fascia pedemontana olivata fra Assisi e Spoleto, Paesaggio della Pietra a Secco dell’Isola di Pantelleria, Parco regionale Storico agricolo dell’Olivo di Venafro, Paesaggio policolturale di Trequanda e Paesaggio rurale storico di Lamole in Chianti) e della pratica tradizionale veneta.

La piantata veneta è una pratica colturale antichissima di coltivazione della vite testimoniata già in epoca etrusca e romana. Si tratta di una tipica forma di agricoltura promiscua in cui gli appezzamenti coltivati sono delimitati da filari di viti maritate ad alberi d’alto fusto. In passato erano presenti vari tipi di specie arboree (l’olmo, l’acero, il salice, alberi da frutto, ecc.), ma, a seguito della diffusione della bachicoltura, si è affermata la presenza del gelso le cui foglie venivano impiegate per alimentare i bachi. Dal punto di vista colturale, la piantata si associava spesso a peculiari sistemazioni idraulico-agrarie quali, ad esempio, il cavalletto. In questo caso il filare di viti maritate si trova su una porca di larghezza variabile, tenuta a prato e separata dai coltivi da una o due piccole affossature. Come testimoniato da varie ricerche effettuate in provincia di Treviso e nel Veneto, la piantata di vite costituiva la forma quasi esclusiva di gestione delle colture nella pianura veneta fin dai tempi della Serenissima. Presentava il notevole vantaggio di garantire una pluralità di prodotti in aziende che consentivano sia di soddisfare le esigenze dei coltivatori. Con l’avvento della meccanizzazione e il diffondersi del diserbo chimico, questo paesaggio è progressivamente scomparso nel Veneto così come nel resto d’Italia.

Allo stato attuale permangono solo pochi esempi del paesaggio della Piantata Veneta. Tra questi particolare rilevanza assume il piccolo vigneto arborato situato nel Borgo di Baver nel comune di Godega di Sant’Urbano (TV) (che i soci Argav hanno visitato nel 2015)  dove sono state conservate le modalità tradizionali di coltivare la piantata di viti nel Veneto. L’importanza di questa piantata è tale che la Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici delle province di Venezia, Belluno e Treviso ha posto nel 2014 un vincolo di tutela ai sensi dell’art. 10, comma 3, lettera a) del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42 con cui viene tutelato non solo il paesaggio ma in particolar modo la pratica colturale ancora presente per il suo fondamentale valore etnoantropologico.

Fonte: Associazione culturale Borgo Baver onlus

 

 

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17 gennaio 2018, a Riese Pio X (TV) nasce la Confraternita italiana del musetto. Nell’occasione, sarà eletto il miglior musetto 2018. Ricavato della serata pro Norcia, “patria” dei norcini, colpita dal terremoto nel 2016/17

Mercoledì 17 gennaio 2018 a Riese Pio X, nel Trevigiano, viene nobilitata una tradizione contadina. Nasce infatti “L’ingorda confraternita del Musetto”, che mira a tutelare la storia e la tradizione del musetto attraverso eventi, ma anche goliardia  e abbuffate in compagnia.

Con musetto in Veneto si definisce un insaccato simile al cotechino, il nome deriva dai tipi di carne utilizzata per l’impasto da insaccare: il muso del maiale, per l’appunto. L’impasto è fatto macinando assieme cotenna, carne del muso, sale e pepe, insaccato in un budello; in tutto pesa circa mezzo chilo. Nella Pedemontana trevigiana, in particolare, viene ricavato utilizzando per tre quarti da carni suine grasse (tagli di cotenna per il del 40-50%, tagli di gola per circa il 10-20 e spolpo testa dal 15 al 20%) e per il resto da carni suine magre (tagli di spalla).

L’idea della Confraternita è di Matteo Guidolin, sindaco di Riese Pio X, noto anche come front man della band “Los Massadores”, i “norcini del rock”, che si producono in canzoni in dialetto ispirate alla cultura contadina. “Durante la serata di fondazione verranno presentati logo, statuto e finalità dell’associazione e, naturalmente, si assaggeranno prelibati musetti de casada”, spiega Guidolin. L’intrattenimento sarà affidato alla “Nuova Compagnia del Carateo” con uno spettacolo che mixa teatro a spunti di comicità. Saranno presenti una decina di produttori locali, che si sfideranno a vicenda per la scelta del miglior musetto del 2018: saranno giudicati da una giuria di esperti al motto di “Glutinosum oportet esse”: “bisogna che el pete” (deve essere viscoso). Il ricavato della serata sarà devoluto per la ricostruzione di Norcia, “città santa” dei norcini.Costo della cena, con incluso tesseramento alla Confraternita: 25 euro. Per prenotazioni rivolgersi entro oggi alla Caneva dei Biasio (0423 483153) oppure via email a: confraternitamusetto@gmail.com.

La data scelta per la fondazione è la festa di Sant’Antonio Abate, patrono dei norcini: fino agli anni Settanta era considerato l’unico giorno in cui non si poteva uccidere e mangiare il maiale, altrimenti durante il resto dell’anno non sarebbe stato buono. Il musetto è un tipico piatto invernale veneto, viene accompagnato con purè di patate, lenticchie e salsa di cren; lo si mangia lesso, bollito nell’acqua. Talvolta, viene cotto nella cenere o lo si può trovare cotto anche a bagnomaria oppure affumicato. Dopo la cottura mostra un colorito rosso scuro con la caratteristica irregolare marezzatura bianca dovuta al grasso che avvolge la parte proteica; presenta profumo caratteristico, gusto saporito e leggermente piccante.

Fonte: Confraternita italiana del musetto

Clima, gli agricoltori veneti riscoprono le rogazioni, rito religioso propiziatorio per un buon raccolto

(di Marina Meneguzzi, vicepresidente Argav) Non piove in Veneto oramai da mesi, la Regione stessa ha dichiarato lo stato di crisi idrica, e gli agricoltori che fanno? Per invocare la pioggia, ricorrono anche all’antico rito delle rogazioni. A confermarlo è la Coldiretti, che in una nota annuncia lo svolgimento del rito su gran parte del territorio, rivelando in particolare che si farà questa sera, giovedì 25 maggio, a Grezzana (VR), nei campi di olive del frantoio Redoro ed in un’azienda agricola ad Anconetta (VI).

Tra sacro e profano. Per rogazioni si intendono preghiere di supplica e propiziatorie per ottenere dei buoni raccolti. Il termine prende origine dal verbo latino rogare, ovvero pregare ripetutamente. Il rito stava scomparendo – anche per volontà degli stessi sacerdoti, che vi ravvisavano tratti più profani che sacri – ma le avversità atmosferiche sempre più imprevedibili hanno sollecitato gli agricoltori e i credenti a riscoprire questa usanza. “Oltre alle invocazioni servono dei rami di ontano che, scorticati, diventano legno bianco per fare delle croci da mettere all’inizio di ogni campo – spiega Enzo Gambin, direttore dell’Associazione dei produttori di olio d’oliva, animatore presso il Frantoio Redoro. In questa occasione chiederemo l’intercessione di due Sante – sottolinea Gambin – Santa Reparata di Cesarea e a Santa Caterina d’Alessandria, rispettivamente patrone degli olivicoltori e dei frantoiani.

Un rito che durava tre giorni. “Rispettiamo cosi gli insegnamenti della civiltà contadina per tenere lontano la siccità, la grandine e ogni altro disastro, ma anche come benedizione per le semine  – precisa Paola Ballardin, funzionaria di Coldiretti che sarà presente ad Anconetta nell’azienda agricola di Gaetano Pontarin –  un tempo l’evento durava tre giorni – racconta –  con processioni da un capitello all’altro con la solennità dei paramenti,  il prete in testa, chierichetti, le candele. Venivano recitate le litanee dedicate:” Signore, liberaci dai fulmini e dalla tempesta”. E se le campagne erano secche, il vescovo invitava i sacerdoti ed i fedeli a un pellegrinaggio “ad petendam pluviam”, per invocare la pioggia.

 

“Eataly vuole fregare Trump con l’Italian sounding? La vaccata del giorno!” a dirlo Efrem Tassinato, presidente circuito Wigwam e socio Argav

mucche-central-park(di Efrem Tassinato, socio Argav e presidente Circuito Wigwam, rete associativa non profit per lo sviluppo sostenibile delle Comunità Locali, nata in Italia nel 1972 e che oggi connette territori, organizzati in Comunità Locali, di 21 Paesi). Se non fosse che le cronache ci hanno abituati a chi la spara più grossa che poi, si spera, finisca come nella favola di Esopo dell’Al lupo al lupo e quindi non ci creda più nessuno, ci sarebbe da scuotere la testa per l’enorme ed ennesima scemenza lanciata in titoli cubitali per amor del sensazionalismo.

italia-oggiItalian sounding…all’italiana! Mi riferisco a quanto dichiarato da Oscar Farinetti, sì proprio quello che nel mondo sta facendo un gran bel business col Made in Italy alimentare e che a Italia Oggi del 1 febbraio 2017 “svela come intende aggirare il neoprotezionismo USA”. Il titolone recita: “Faremo in USA il made in Italy italiano” e nel sottotitolo “Farinetti: se Trump ci blocca useremo materie prime locali” spiegando poi nel testo che produrrà sul posto, ma all’italiana. Vanta ad esempio che “abbiamo aggirato il divieto d’importazione delle nostre carni negli USA. Approfittando della possibilità d’esportarvi sperma di toro, vi abbiamo portato quello di stalloni di razza piemontese e oggi produciamo là dell’ottima carne che poi utilizziamo e vendiamo nei nostri negozi.” E così via continuando…Insomma, ci chiediamo. Ma quale differenza ci passa tra il prosciutto di Parma fatto in Canada e il Regianito fatto in Argentina, chiaramente evocando la tanto ambita e prestigiosa italianità, da ciò che già ha dichiarato di fare ed ancor più farà Farinetti quanto alle operazioni di taroccamento dell’italian sounding?

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Efrem Tassinato

Agricoltori e artigiani, figure da proteggere e non da immolare. Al di là della sua indiscutibile capacità di businessman, finanche meritevole per certi aspetti, qui ci troviamo di fronte alla più grande minaccia di disastro per le comunità rurali e della montagna italiana, con agricoltori e artigiani alimentaristi che faticano a marginalizzare quel che serve per sopravvivere, ai quali peraltro si chiede anche di essere manutentori del territorio, custodi delle tradizioni ed un’infinità di altre prestazioni, sempre troppo poco riconosciute dall’establishment dei burocrati europei e nostrani delle politiche agricole e falcidiati da una grande distribuzione organizzata che pretende la massima qualità ma funzionale alle operazioni del tre per due e del sottocosto.

Agricultura-spettacolo. Rispetto alla domanda potenziale del mercato globale le nostre possibilità di produzione – quantitativamente parlando – rappresentano davvero poca cosa. Ma quel che finora ci ha in qualche modo salvato è stato il prestigio, la nomea, la tradizione, l’enfatizzazione del legame coi territori che nei secoli hanno cumulato, tutt’altro che gratis, valore aggiunto per le nostre produzioni agro-alimentari. Un valore immateriale di inestimabile quantificazione che si somma a quello materiale di prodotti di assoluta qualità perché frutto di lavoro fatto con il cuore e con teste pensanti che non son più gli zotici Fontamaresi di Silone, per di più garantiti da una tra le più solerti normative igienico-sanitarie al mondo. Non ce l’ho con Farinetti, lui fa il suo business. Quello che deve preoccupare è il messaggio che sta passando con la creazione dei parchi tematici del cibo contadino, dove è tutto finto. Proprio come fantasticava, ma neanche tanto, un bell’articolo di Economist della metà degli anni settanta sull’agricoltura spettacolo: l’operatore alla mattina arrivava, timbrava il cartellino, si vestiva da contadino, prendeva il secchio ed andava mungere la vacca o a svolgere altri mestieri. Il tutto a beneficio di spettatori che vi assistevano meravigliati, avendo prima pagato il biglietto per poi acquistare prodotti, fatti però in grande serie da una super industria, super multinazionale ed ovviamente, super robotizzata.

In gioco la sopravvivenza e lo sviluppo delle Comunità locali rurali. Quel che noi diciamo è che il prodotto tipico è tale perché è intimamente legato al territorio di origine ed espresso, conservato, tramandato da quei microcosmi che sono le Comunità Locali. Ed anzi, il rapporto è così stretto ed interdipendente che la sopravvivenza e lo sviluppo duraturo e sostenibile delle Comunità Locali rurali e della montagna dipende essenzialmente dalla tutela della prerogativa di tale valore immateriale. Perché ciò non accada la soluzione è semplice: incentivare il consumo negli originari luoghi di produzione. La marginalizzazione rimarrebbe al territorio dove si manterrebbero posti di lavoro e risorse per la manutenzione e il miglioramento del territorio stesso. Se il Signor Trump chiude alle importazioni italiane, facciamo venire gli americani a consumare da noi!

 

29 gennaio-5 febbraio 2017, a Baver (TV) storia e tradizioni rurali rivivono in tre incontri

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chiesa di San Biagio, Baver (foto Marina Meneguzzi)

L’Associazione Culturale Borgo Baver onlus, che i soci Argav hanno avuto modo di conoscere e incontrare nel giugno 2015 in occasione della visita al borgo e al vigneto storico di Baver, in occasione del decimo anniversario dell’iniziativa “Alla ricerca delle nostre origini” e della prossima festa di san Biagio, patrono della comunità locale,  propone dal 29 gennaio al 5 febbraio 2017 una serie di incontri legati alla storia e alle tradizioni rurale.

Domenica 29 Gennaio 2017 – ore 15.30, Casa Dal Cin, Baver. Il giornalista Sergio Tazzer, autore di “Grande Guerra Grande Fame” e coautore di “Guerra & Pane”, racconta la storia della Grande Guerra legata, da un lato, all’aspetto del pane e del rancio dei belligeranti, e dall’altro, alla fame in trincea e fra la popolazione civile.

Venerdì 3 Febbraio 2017, Festa secolare di San Biagio, San Biagio-Baver, Pianzano Nel pomeriggio, come avviene da più di ottant’anni, davanti alla chiesa di Baver, verrà distribuito il pane di san Biagio che sarà benedetto durante la Messa (maggiori info http://www.baver.it)

Domenica 5 febbraio 2017 – ore 15.30,  Casa Dal Cin a Baver. Le strade che raccontano la storia: Alpi che uniscono, Alpi che dividono, incontro con lo storico Matteo Melchiorre, autore de “La via di Schenèr”, che racconterà di un’antica strada fra le montagne che collegava due comunità, unite e separate da un passo: lo Schenèr.

Fonte: Associazione Culturale Borgo Baver

La tradizione contadina del filò si fa concerto al Festival di musica e cultura popolare di Rovigo

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La trevigiana Francesca Gallo, unica donna in Italia che costruisce fisarmoniche

Pubblico incollato alle poltrone fino a mezzanotte, nonostante la serata nebbiosa da lupi. Forse proprio l’atmosfera bombata, quasi d’altri tempi, i racconti dei musicisti, l’interpretazione delle “Dodici parole della verità”, il timbro evocativo dell’organetto irlandese o le storie di gente del fiume sottolineate dall’armonica diatonica, hanno creato il giusto mix per il primo concerto-filò del XV Festival di musica e cultura popolare “Ande, bali e cante, che si è svolto lo scorso 9 dicembre al teatro Duomo a Rovigo.

Far filò, socialità naturale. L’introduzione etnografica di Chiara Crepaldi e Paolo Rigoni, che hanno raccontato e interpretato l’antica pratica del filò, lo stare insieme nelle lunghe serate d’inverno, quando non c’erano la tv e l’elettricità, ha dato il là al concerto. “C’era solo la necessità del corpo – ha spiegato Chiara Crepaldi – di superare il grigio, il freddo, la fame, il buio e dipingere con la fantasia delle storie, a puntate, dove vi era di tutto, dissacrazione, terrore, magia, doppi sensi per adulti, oppure rompere il vuoto coi canti. Una socialità naturale. Lo specialista intrattenitore era solitamente un anziano o una persona non produttiva, uno storpio, un cieco. Le donne filavano, da cui il nome. Si riunivano in 30-40 persone di diverse famiglie in una stalla o in una cucina padronale”.

Tra imbiancatura del radicchio e patate americane appese alle travi. “L’inizio ufficiale – ha continuato Paolo Rigoni – era il 25 novembre, giorno di Santa Caterina d’Alessandria, giorno “indicatore” del tempo agrario e decretava la fine dei lavori agricoli. Si iniziava il pasto unico invernale, per ottimizzare le risorse. Ci si alzava tardi e si andava in stalla alle 10 fino alle 16.30, poi si pranzava e si tornava in stalla e in questi tempi si faceva filò. Gli uomini curavano gli attrezzi, ci si dedicava all’imbiancatura del radicchio sotterrandolo, si curavano amorevolmente le patate americane appese alle travi. La chiesa cattolica condannava questo ‘costume pestifero e pernicioso’ perché dava modo agli incontri tra ragazzi e ragazze. Nel 1934 il Delta polesano era il primo territorio in Italia per figli illegittimi. Conseguenza del fatto che i fidanzamenti duravano molto e non c’era la casa disponibile per sposarsi”.

Dalla storia degli uomini alla storia della musica. Gli artisti del Festival erano disposti a semicerchio sul palco e come in un filò si esibivano a turno. Apertura coi polesani Trio Labir, Marco Dainese (viola, voce), Alberto Muneratti (chitarra acustica, bouzouki) e Walter Sigolo (fisarmonica, voce, percussioni. Un tripudio di modernità per chi si attendeva “la solita fisarmonica”. Rock progressive anni ’70 con viola e fisarmonica in un dialogo di respiro europeo con la chitarra a fare da sezione ritmica quasi jazz. Gradevoli e interessanti. “Me lo ricordo al catechismo, questa scatola misteriosa che non si poteva assolutamente toccare”. E’ Francesco Ganassin ad introdurre gli spettatori al misterioso suono dell’armonium, ecclesiale ma morbido e caldo. Altra curiosità: la melodica suonata da Alessandro Tombesi. “Sì, non lo suono tutti i giorni… – sorride. – E’ un aerofono, ma dietro i tasti ci sono le ance libere”. Poi Francesca Gallo, l’unica donna in Italia a costruire fisarmoniche e porta avanti i marchi storici “Galliani&Plonner” nella sua bottega in quel di Treviso. Con la sua simpatica parlata volutamente dialettale ha raccontato di come è cresciuta a sceglier legno per costruire le fisarmoniche del babbo: “Sapete le maestre a scuola che non si fanno i fatti loro? Cosa fa tuo papà? Costruisce fisarmoniche. Eh? Fisarmoniche. Mi son resa conto che quel che per me era normale, per gli altri era strano. E mi sento un animale dello zoo quando vengono e mi intervistano…”. Con la sua dolce voce da soprano (è diplomata in canto lirico ed ha rinunciato ad una carriera con la valigia in mano, come ha detto lei) ha fatto cantare il pubblico accompagnandosi con la sua armonica diatonica.

Cultura popolare che rivive. Canti di italiani emigranti o di fate del Sile, che con ‘orasion foreste’ facevano ritrovare i corpi degli annegati dispersi e di mamme che perduto il figlio, persero la parola. Tutte storie recuperate dai racconti degli anziani. “Merica, Merica… cossa sarà sta Merica?”. Ancora stupenda musica di respiro irlandese con i giovani Seaclaid, organetto, flauto e chitarra lanciati in armonie molto evocative e quasi new age. Infine un duo madre e figlio, Flavia Ferretti (del gruppo padovano Nanabò) e Michele Cavazzini con splendidi e piacevolissimi pezzi eseguiti agli organetti.  Il XV Festival di musica e cultura popolare “Ande, bali e cante” è una creazione dell’Associazione culturale Minelliana di Rovigo, col contributo e patrocinio della Regione Veneto, della Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo ed il patrocinio di Provincia di Rovigo, Comune di Rovigo ed Interporto.

Fonte: Servizio Stampa Festival Ande Bali e Cante

Semplicità la parola chiave del successo di Segusino (TV), territorio ricco di prodotti di qualità

Soci Argav a Segusino 2 gennaio 2016

I soci ARGAV a Segusino (TV) (foto Nadia Donato)

(di Maurizio Drago) Per i giornalisti e i soci ARGAV è  diventata ormai tradizione visitare,  all’inizio di ogni anno,  il Presepio Artistico di Segusino (TV), visibile al pubblico fino al 7 febbraio 2016 e realizzato dall’associazione Amici del Presepio di Segusino. Che lo scorso 2 gennaio ci hanno invitato a passare una giornata nel piccolo paese trevigiano posto ai confini con il bellunese, per vedere il prezioso e artistico presepe, arricchito in ogni nuova edizione di  temi e di contenuti, per conoscere i loro prodotti locali (primo tra tutti il formaggio s’cek) e per visitare alcune aziende, tutte a conduzione familiare: piccoli caseifici, allevamenti di maiali e oche, stalle dove le mucche producono il latte per ottimi formaggi, e poi tartufai nella zona, piccoli salumifici che lavorano ottimi salami e lardi e piccole cantine.

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particolare presepio artistico di Segusino, foto Nadia Donato

Dal presepe, un successo anche economico per l’interno borgo. Un paese, quello di Segusino, non facile da raggiungere, “dimenticato” per anni, dove la civiltà contadina ha continuato a vivere nella semplicità. E proprio grazie a ciò, partendo da una intuitiva idea di un gruppo di giovani nel formare un’associazione con il compito di fare un bellissimo presepe e diffonderlo a livello comunicativo attraverso  i giornali, la televisione e la radio, il paese è cresciuto anche sotto l’aspetto economico. Il gruppo è formato da una decina di giovani uomini e da Anna, confezionatrice delle statuette, simpaticamente chiamata la “badante”, tutti capeggiati dall’ormai storico – anche se giovane – Carlo Stramare. 20 mila persone passano per Segusino a visitare il presepio e, contemporaneamente, si fermano in uno spaccio o in un altro per acquistare i prodotti locali. La gente locale è ospitale, i giovani continuano e valorizzano il lavoro dei loro padri e nonni, i ristoranti e i posti di ristoro preparano degli ottimi piatti a prezzi buoni. Questo è il punto di forza di un paese che, valorizzando solo quello che di  buono può dare,  è andato nei giornali nazionali, nelle tv, nelle radio e nelle trasmissioni RAI.

Natività Presepe Segusino 2015

Natività presepio artistico Segusino 2015, foto Nadia Donato

Quest’anno il tema del presepio è basato sulla “smonticazione” , descargar montagna, ovvero il ritorno delle mucche  dai pascoli della montagna.  Conosciamo il termine “transumanza” , ma questo è legato soprattutto alle pecore. Per le mucche il termine esatto è “monticazione” (a primavera quando i bovini si portano all’alpeggio) e  “smonticazione” (quando in autunno scendono dalla montagna per ritirarsi nelle stalle): il presepio segusinese vede, in una rappresentazione simbolica,  Maria e Giuseppe dare alla luce il piccolo Gesù bambino in una grotta naturale di mezza costa, quand’erano di ritorno dalla stagione di lavoro in malga.

Cristina e Michele Coppe Locanda Caravaggio

Cristina e Michele Coppe Locanda Caravaggio (foto Marina Meneguzzi)

Scrigno di tesori. Il Gruppo giornalisti Argav, dopo aver visitato il presepio, ha potuto visitare l’azienda agricola Stramare Giulio, la “stalla antica” e degustare i prodotti  tipici del paese alla presenza di altre aziende produttrici,  accompagnato dallo storico e scrittore segusinese Mariano Lio, autore del libro “Vivere sull’ért (Vivere il pendio), che parla di com’era un tempo la vita di montagna e mezzacosta. Ottimo il pranzo presso il ristorante “Locanda Caravaggio” a San Vito di Valdobbiadene,  preparato con piatti semplici e locali, un tripudio di sapori che vale la pena provare! Presenti anche il sindaco di Segusino Guido Lio, altre autorità cittadine e alcuni produttori.  Al termine del pranzo è stata visitata la cantina Riva Cironel di Guia di Valdobbiadene per il vino Prosecco.

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da sx Carlo Stramare, il sindaco di Segusino Guido Lio, Fabrizio Stelluto e Roberto Zalambani, foto Nadia Donato

Successo nazionale. Il presidente ARGAV Fabrizio Stelluto, nel ringraziare a nome dell’Associazione, ha fatto dono di un portablocco a Carlo Stramare.  Tra gli ospiti ARGAV anche il segretario nazionale Unaga Roberto Zalambani di Bologna che, entusiasta, ha già fissato la visita con un pullman di bolognesi per il 19 dicembre 2016.  La scrittrice Marilena Lelli ha inoltre presentato l’ultimo suo libro “Presepi di Gusto” (www.persianieditore.com) dove parla anche dell’ormai famoso presepio di Segusino.