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Scatta l’obbligo di indicazione dell’origine in etichetta per il riso e la pasta

Da oggi, 17 febbraio 2018 scatta l’obbligo di indicazione dell’origine della materia prima in etichetta per il riso e per la pasta. Sono entrati pienamente in vigore, infatti, i decreti firmati dai Ministri Maurizio Martina (Agricoltura) e Carlo Calenda (Sviluppo Economico) che consentono ai consumatori di conoscere il luogo di coltivazione del grano e del riso in modo chiaro sulle confezioni. Nel solco di quanto fatto per latte e derivati, la sperimentazione è prevista per due anni.

Cosa cambia. Il decreto grano/pasta prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia dovranno avere obbligatoriamente indicate in etichetta le seguenti diciture: a) Paese di coltivazione del grano; b) Paese di molitura (in cui il grano è stato macinato); se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE; c) se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”. Il provvedimento prevede che sull‘etichetta del riso devono essere indicati: a) “Paese di coltivazione del riso”; b) “Paese di lavorazione”; c) “Paese di confezionamento”. Se le tre fasi avvengono nello stesso Paese è possibile utilizzare la dicitura “Origine del riso: Italia”. Anche per il riso, se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE.

Origine visibile in etichetta. Le indicazioni sull’origine dovranno essere apposte in etichetta in un punto evidente e nello stesso campo visivo in modo da essere facilmente riconoscibili, chiaramente leggibili ed indelebili. I decreti restano in vigore fino alla piena attuazione dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011, che prevede i casi in cui debba essere indicato il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario utilizzato nella preparazione degli alimenti, subordinandone l’applicazione all’adozione di atti di esecuzione da parte della Commissione, che ad oggi non sono stati ancora emanati.

L’Italia e la UE. Commenta il Ministro Martina: “La trasparenza deve essere una battaglia comune, da condurre con tutta la filiera anche in Europa. Non c’è dubbio che l’iniziativa italiana abbia ottenuto anche un risultato politico importante: dopo 4 anni la Commissione Ue ha presentato una prima bozza di regolamento attuativo della norma sull’etichettatura. Un passo avanti che va migliorato, a partire dall’indicazione obbligatoria e non facoltativa dell’origine delle materie prime. Stiamo lavorando per una proposta che trovi il supporto della nostra filiera e di altri Paesi europei a partire dalla Francia. Se non cambierà la proposta, siamo pronti a dare voto negativo nel comitato che è chiamato ad esprimersi a Bruxelles”.

Coldiretti, 1/4 spesa alimentare in Italia resta ancora anonima.“L’obbligo di indicare in etichetta l’origine è una battaglia storica della Coldiretti che con la raccolta di un milione di firme alla legge di iniziativa popolare ha portato all’approvazione della legge n.204 del 3 agosto 2004. L’Italia, sotto il pressing della Coldiretti, ha fatto scattare il 19 aprile 2017 l’obbligo di indicare il Paese di mungitura per latte e derivati dopo che il 7 giugno 2005 era entrato già in vigore per il latte fresco e il 17 ottobre 2005 l’obbligo di etichetta per il pollo made in Italy mentre, a partire dal 1° gennaio 2008, vigeva l’obbligo di etichettatura di origine per la passata di pomodoro. A livello comunitario – continua la Coldiretti – il percorso di trasparenza è iniziato dalla carne bovina dopo l’emergenza mucca pazza nel 2002, mentre dal 2003 è d’obbligo indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca. Dal primo gennaio 2004 c’è il codice di identificazione per le uova e, a partire dal primo agosto 2004, l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto. Le prossime battaglie riguardano l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della frutta utilizzata nelle bevande e quello della carne impiegata nei salumi. Occorre vigilare affinché la normativa comunitaria risponda realmente agli interessi dei consumatori e non alle pressioni esercitate dalle lobbies del falso made in Italy che non si arrendono ai pronunciamenti della Giustizia e vogliono continuare ad ingannare i cittadini cercando subdolamente di frenare nel nostro Paese l’entrata in vigore di norme di trasparenza e di grande civiltà”, ha dichiarato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

Fonte: Servizio Stampa Mipaaf/Coldiretti Veneto

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I soci Argav visitano l’Area di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerce (Cnr) di Padova. Al termine, il direttivo si riunisce nel circolo di campagna Wigwam “Il Presidio sotto il portico”, baluardo verde contro l’estrema industrializzazione del territorio di Padova

Oggi i soci Argav avranno l’opportunità di visitare l‘Area di Ricerca del Centro Nazionale della Ricerca (Cnr) di Padova (corso Stati Uniti, 4). L’incontro è previsto verso le ore 14.15 ed inizierà con la presentazione del centro, a seguire: relazione su “Energia e cibo: le sfide del prossimo futuro”, visita guidata ai laboratori, relazione su “Nuove tecnologie per l’agricoltura”. Al termine, il direttivo Argav si riunirà alle ore 18.30 al circolo di campagna Wigwam “Il Presidio sotto al portico”, in zona industriale a Padova (via delle Gramogne, 41 – a pochi minuti dalla sede C.N.R.), con il seguente ordine del giorno: approvazione verbale precedente, comunicazioni del Presidente, comunicazione della Segretaria, domande iscrizione nuovi soci, bilancio consuntivo 2017, bilancio preventivo 2018, proposta commissione selezionatrice premio Argav, proposta incontri del Direttivo, programmazione prossime attività 2018, varie ed eventuali.

Un circolo che promuove in modo resiliente la tutela del territorio. Il “Presidio sotto il portico” nasce in risposta alla devastazione creata dall’industrializzazione nella campagna vicina alla città di Padova. Qui, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, tantissime famiglie sono state costrette ad abbandonare la propria terra per lasciare posto ai capannoni della ZIP (Zona Industriale di Padova). Nel 2004, i superstiti a esodi ed espropri, più o meno forzati, organizzati intorno ad uno degli ultimi residui di edilizia rurale, (casa Pagnin di Via Gramogne ), si sono costituiti in circolo per tentare di ricostruire un tessuto sociale disperso da più di quarant’anni di devastazioni urbanistiche. Le attitudini del circolo alle attività di socializzazione e di tutela ambientale ne hanno favorito l’affiliazione a Wigwam®, una associazione internazionale attiva fin dagli anni ‘70 , che riunisce le persone con progetti concreti per il miglioramento della qualità della vita.

 

Weekend in cantina nel territorio del Prosecco, iscritto nel Registro Nazionale del paesaggio rurale e candidato a sito patrimonio Unesco

vendemmia eroica nelle colline di Conegliano Valdobbiadene, fonte strada del Prosecco

Una bella opportunità per scoprire la terra candidata a sito patrimonio dell’umanità UNESCO e iscritta nel Registro Nazionale del paesaggio rurale storico arriva dalla Strada del Prosecco, che promuove “Weekend in Cantina“, dando la possibilità di visite guidate e degustazioni nel corso dell’anno. Il calendario 2018 è disponibile a questo link.

Fonte: Servizio stampa Strada del Prosecco

 

Stati generali dei boschi di pianura, Carta di Sandrigo: un impegno per tutti!

(di Alessandro Bedin, consigliere Argav) Ad ottobre 2017 si sono tenuti a Sandrigo (VI) gli Stati Generali dei Boschi di Pianura, in cui sono state espresse una serie di considerazioni sull’importanza di aumentare le superfici boscate nella Pianura Padana.

Servizi ecosistemici. Nella Carta di Sandrigo, frutto dei lavori congressuali, si legge: “Sulla carta della distribuzione delle foreste in Europa c’è uno spazio vuoto: la pianura padano-veneta! Esso non dipende da fattori orografici o climatici ma dal fatto che, negli ultimi millenni, gli uomini vi hanno eliminato l’originario manto forestale in modo pressoché totale“. Questo svuotamento ha interessato ben il 99,99% della superficie originale! Ma i boschi sono molto importanti! Forniscono alla società numerosi prodotti e servizi (Servizi Ecosistemici). In particolare, per i veneti, è stato ricordato: “hanno un valore del tutto speciale perché rappresentano la memoria vivente di un’epoca in cui le navi veneziane, il cui scafo era fatto di legno di quercia, dominavano commercialmente e militarmente i mari, facendone per secoli la più grande potenza economica del pianeta”.

I boschi di pianura sono di fondamentale importanza quale “spazio sempre disponibile per l’acqua” contribuendo all’infiltrazione profonda delle acque meteoriche per alimentare le falde acquifere sempre più ridotte in portata o, peggio, inquinate in modo diffuso, garantendo, al contempo, “un’importante funzione regimante in occasione degli eventi alluvionali”; sono fonte di produzione di ossigeno e trattenimento di importanti quote di inquinanti atmosferici (soprattutto PM10) ma anche “aree di produzione” di “legno, funghi, tartufi, miele, piante alimurgiche ed officinali, selvaggina”; sono aree ricreative e scuole all’aperto, elemento identitario delle comunità locali.

Obiettivo, 5000 ettari entro il 2050. Negli ultimi 30 anni c’è stato in Veneto un leggero incremento di queste aree boscate grazie alla Carta di Rosà (VI) e della L.R. n. 13/2003, ma i boschi di pianura oggi sono solamente lo 0,05% della pianura veneta, concentrati in prevalenza soprattutto nella parte orientale della provincia di Venezia. Conoscendo i molteplici benefici che le superfici boscate offrono e, vista la consistente occupazione urbanistica del suolo, non possiamo che condividere l’ambizioso obiettivo che la Carta di Sandrigo si è posta, cioè raggiungere la quota dell’1% della superficie agricola, ovvero 5000 ettari entro il 2050.

Sinergia d’intenti. Un’attenzione particolare dovrà essere posta anche per le superfici esistenti a bosco per rafforzarne il valore naturalistico, eradicando specie vegetali invasive, lavorando, al contempo, “intervenendo sulla loro struttura con le migliori tecniche che la selvicoltura mette a disposizione ed introducendo in modo attivo le componenti floritiche ancora assenti vista la loro recente origine artificiale. Dovrà essere creato un marchio collegato ai processi di certificazione forestale, che indichi i prodotti dei boschi di pianura, ed in particolare il loro pregiato legname di quercia, al fine di creare una forte domanda da parte delle imprese che vogliono valorizzare i legnami di origine locale”, hanno riferito i relatori a Vicenza. Ma per fare tutto ciò ci sarà bisogno di tutti: della Regione Veneto, affinchè garantisca sostegno mettendo a disposizione adeguate risorse economiche; dei Comuni, nel disporre superfici da destinare all’ampliamento dei boschi esistenti o alla realizzazione di nuovi; dei proprietari dei terreni privati, “realizzando interventi di forestazione anche di piccole dimensioni, significativi nel creare connettività ecologica all’interno del territorio (stepping stones);” delle imprese, nel “valorizzare i prodotti locali dei boschi di pianura ed in particolare il loro pregiato legname di quercia”; delle associazioni di volontariato, “attori della gestione attiva dei boschi di pianura”; dei cittadini, per far sentire la loro voce a tutti i livelli decisionali, sostenendo gli attori che operano per l’allargamento ed il miglioramento dei boschi di pianura.

Il Veneto ha le risorse ideali, umane e materiali per permettersi dei boschi in pianura e ognuno di noi può fare la sua parte per migliorare la situazione attuale con un pensiero particolare rivolto ai nostri eredi. Dobbiamo però sganciarci da un modo di pensare miope, perché, viene citato nella Carta di Sandrigo,: “gli uomini hanno fretta e misurano il tempo in giorni, settimane, mesi, anni. Gli alberi ed i boschi hanno pazienza e misurano il tempo in secoli. Il 2050 è lontano per gli uomini ma è vicino per gli alberi“.

Il Veneto si dota di una legge per la tutela e la valorizzazione delle birre artigianali, nella cui produzione primeggia

I birrai artigianali di Confartigianato nell’incontro Argav-Wigwam 2017

Lo scorso 6 febbraio il Consiglio regionale del Veneto ha approvato all’unanimità la proposta di legge di iniziativa consiliare n. 133 per la promozione e la valorizzazione dei prodotti e delle attività dei produttori di birra artigianale.

Cosa prevede. Con l’entrata in vigore della nuova disciplina, la Regione del Veneto attuerà misure di sostegno alla qualità del prodotto e alle imprese tramite la valorizzazione della produzione birraia artigianale e delle sue metodologie di lavorazione, l’incentivazione dello sviluppo della coltivazione e della qualità di lavorazione delle materie prime per la produzione birraia artigianale, con particolare riferimento alla produzione di luppolo e orzo, anche sostenendo la creazione e lo sviluppo della filiera locale, e la promozione della qualificazione delle competenze professionali per gli operatori del settore. A questo scopo, tra le varie iniziative previste dal provvedimento, la Giunta istituirà il registro dei Birrifici Artigianali e definirà un Disciplinare specificamente  rivolto ai produttori di birra artigianale e ai produttori di orzo e luppolo. La Giunta regionale, inoltre, promuoverà iniziative di informazione, promozione e valorizzazione della ‘birra artigianale’ tra le quali una fiera annuale della Birra Artigianale da tenersi, a rotazione, nei diversi territori della Regione vocati alla sua produzione. Questa disposizione è stata oggetto di un emendamento presentato da un Consigliere di minoranza ed approvato dall’Aula che prevede, nell’ambito della Fiera della Birra artigianale, l’allestimento di un punto informativo sul ‘Bere responsabile’ organizzato in collaborazione con l’ULSS territorialmente competente.

Coldiretti, “forte spinta all’occupazione tra gli under 35”. In una nota Coldiretti Veneto, che si definisce ispiratrice della norma, “sottolinea l’importanza del provvedimento che prevede non solo incentivi per la coltivazione degli ingredienti principali  (le risorse stanziate sommano a 250mila euro di cui 100 mila per la promozione della filiera locale), ma definisce anche i parametri legali per sostenere l’attività di birraio tra i giovani agricoltori riconoscendo questa professione come connessa alla qualifica di imprenditore, creando anche i presupposti del “piccolo birrificio agricolo”.

Esulta anche Confartigianato Imprese Veneto. “La norma, prima esperienza del genere in Italia, era fortemente attesa da produttori artigiani, agricoli e associazioni di categoria, perché punta a sostenere la filiera veneta per la birra artigianale e anche chi intende avvicinarsi a tale settore. Un importante riconoscimento per un settore che sta crescendo e che vuole essere valorizzato per la qualità e per la tradizione, elementi fondamentali che hanno determinato il successo e che sono alla base per ulteriori positivi sviluppi”, ha commentato Ivan Borsato, presidente regionale Veneto dei birrifici di Confartigianato. “E’ dagli anni Novanta che, in Italia, si sta affermando il fenomeno dei birrifici artigianali. Un successo fortemente legato alla nostra proposta ai consumatori di una birra in cui la ricerca di materie prime di alto livello è il valore aggiunto, teso a creare prodotti che dal punto di vista organolettico si differenziano da quelli ottenuti con tecniche di tipo industriale. La birra artigianale sta diventando uno dei prodotti d’eccellenza del made in Italy ed il provvedimento regionale introduce delle opportunità per i piccoli birrifici del nostro territorio, tra cui quello di dotarsi di un marchio regionale supportato da un disciplinare di produzione. Inoltre, la legge stanzierà anche risorse per promuovere i birrifici artigianali”, aggiunge Borsato.

La situazione in Italia e in Veneto. In due decenni il numero di birrifici artigianali nel nostro Paese è aumentato esponenzialmente passando da poche decine ad oltre 500, facendo diventare l’Italia il quarto produttore mondiale di birra artigianale. Il Veneto in questi ultimi anni, con 79 birrifici attivi, seguito da Piemonte ed Emilia-Romagna, si dimostra una delle regioni più vivaci per la presenza di queste realtà artigianali anche di piccole dimensioni ma capaci di attrarre un pubblico sempre più folto ed attento.

Fonte: Servizio Stampa Consiglio regionale del Veneto/Coldiretti Veneto/Confartigianato Imprese Veneto

 

 

15-16 febbraio, “Animali, giardini, paesaggi” il tema 2018 delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio in scena a Treviso, partecipazione libera previo accredito

E’ un tema originale e stimolante quello che la Fondazione Benetton Studi Ricerche affronterà giovedì 15 e venerdì 16 febbraio a Treviso, nella quattordicesima edizione delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio. L’’argomento che il Comitato scientifico della Fondazione ha scelto per questo appuntamento, coordinato da Luigi Latini e Simonetta Zanon, è infatti “Animali, giardini, paesaggi”.

Interazione flora-fauna in un paesaggio artificiale. Ad affrontarlo sono stati chiamati storici dell’’arte e filosofi, paesaggisti e agronomi, architetti, etnografi, geografi, registi. Competenze diversissime e traversali perché trasversale, oltre che affascinante, è l’’interazione flora-fauna nella creazione di un paesaggio artificiale, come può essere un parco e un giardino o un’’area di coltura agraria, o nel formarsi ed evolversi naturale di un ambiente. Gli animali che popolano un paesaggio sono reali ma possono essere fantastici, vivi o eternati in statue, mosaici o altri manufatti artistici. Delfini di pietra dalla cui bocca sgorga l’’acqua, cervi affiancati a divinità di marmo, rappresentazioni in mosaici pavimentali, animali-divinità, mostri. Oppure, ammiratissimi pavoni bianchi e cigni, protagonisti in tanti giardini all’’italiana e parchi storici. O ancora, laghetti e peschiere che, oltre che piacevoli alla vista, avevano la funzione di essere riserva di pesci. Fino agli animali ricreati dall’’ars topiaria, vale a dire dalla potatura di alberi e arbusti al fine di dare loro una forma geometrica, diversa da quella naturalmente assunta dalla pianta, per scopi ornamentali.

Impatti. Attraverso giardini e parchi sono stati introdotte non solo nuove varietà di piante che hanno poi colonizzato interi territori, ma anche animali egualmente provenienti da terre lontane, anch’’essi poi moltiplicatisi al di fuori dei recinti originari. Nella cultura del giardino giapponese, ma più tardi anche in Europa, il gusto per il naturalismo ha portato a ricreare nei giardini, anche urbani, ciò che in termini di flora ma anche di fauna si poteva osservare in ambiti naturali. Con le conseguenze di popolamento di specie animali sino al tempo non presenti nelle città. In agricoltura va citato, ad esempio, l’’impatto che tra ‘500 e ‘800 hanno avuto nelle nostre pianure i filari di gelsi, piantati per consentire gli allevamenti dei bachi da seta. Ma i temi possibili sono infiniti. Per restare a secoli più vicini, un racconto a sé è quello dei luoghi progettati per “contenere” e mostrare gli animali, ovvero zoo, parchi tematici, e progetti di habitat nei quali avviene una vera e propria messa in scena del mondo animale.

Per l’’ambito agricolo e la sua evoluzione nella contemporaneità, si pensi al ruolo delle api e dell’’apicoltura negli ambienti urbani, dal punto di vista ecologico, didattico e persino di progetto, o a quello che gli erbori possono giocare nella cura e nel mantenimento del paesaggio, in campagna come in città. Senza trascurare l’’affascinate connubio tra flora e fauna nella storia del giardino, nell’’arte, ma anche nel costume e persino nello sguardo del cinema. Il serpente e il melo del Paradiso Terrestre possono essere i simboli di una storia che scende sino alla notte dei tempi.

Interventi di Margherita Azzi Visentini (Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, già Politecnico di Milano); Gabriele Bovo (Città Metropolitana di Torino, Servizio Pianificazione e Gestione Rete Ecologica); Serge Briffaud (École nationale supérieure d’architecture et de paysage de Bordeaux); Hervé Brunon (Centre André Chastel, Paris); Gilles Clément (paysagiste, Paris); Jean Estebanez (Université Paris-Est Créteil, département de géographie); Pauline Frileux (École nationale supérieure de paysage-Larep, Versailles); Davide Gambino (regista, Palermo-Bruxelles); Andrea Ghisoni (dottore in architettura, Milano); Owain Jones (Bath Spa University, College of Liberal Arts); Federico López Silvestre (Università di Santiago de Compostela, Dipartimento di Storia dell’Arte); Christina May (storica dell’’arte, Ahrenshoop); Monique Mosser (École nationale supérieure d’architecture de Versailles, Centre André Chastel, Paris – Honoraria); Dirk Sijmons (H+N+S Landscape Architects, Amersfoort); Jan-Erik Steinkrüger (Università di Bonn, Dipartimento di Geografia); Mauro Veca (apicoltore urbano, ilmielediElia, Milano).

Partecipazione. Il programma è disponibile nel sito www.fbsr.it. La partecipazione alle giornate di studio è libera, fino a esaurimento dei posti disponibili. Per ragioni organizzative si prega ugualmente di comunicare la propria adesione tramite e-mail all’indirizzo paesaggio@fbsr.it oppure telefonicamente al numero 0422 5121 (lunedì-venerdì ore 9-13,14-18). È prevista la traduzione simultanea in italiano e in inglese di tutti gli interventi. Le giornate di studio saranno disponibili in diretta streaming nel sito della Fondazione http://www.fbsr.it. Agli architetti e agli agronomi/forestali iscritti ai rispettivi ordini professionali che ne faranno richiesta saranno riconosciuti i crediti formativi.

Fonte: Servizio stampa Fondazione Benetton studi e ricerche

Acquacoltura, la regione in Italia con il maggior numero di impianti è il Veneto, ma il Bel Paese importa il 40 per cento del fabbisogno nazionale

pesca vongole

La produzione dell’acquacoltura è in crescita molto forte nel Mondo, più contenuta in Europa. L’Italia, dopo un avvio promettente negli anni ’90 e successivi andamenti altalenanti, oggi ricorre a massicce importazioni per soddisfare il fabbisogno interno. Di seguito, i dati del report redatto dal centro studi di Confagricoltura.

Che cos’è. L’acquacoltura consiste nell’allevamento di animali e piante acquatici, in acque dolci, salmastre o marine. In Italia si allevano soprattutto tre specie di pesci (trote, spigole e orate) e molluschi (mitili e vongole veraci) che nell’insieme rappresentano (2013) poco meno del 98% della produzione. Nel periodo 2002-2013 si evidenziano sensibili flessioni della quota di produzione (% sulla produzione nazionale complessiva) di mitili e vongole (-10 punti percentuali) e un incremento soprattutto della produzione di trote (+7 punti percentuali).

Le aziende che svolgono attività di acquacoltura (vivai, incubatoi, laghetti di pesca sportiva, moltiplicazione di riproduttori, ingrasso per il consumo finale) sono in costante crescita. Nel 2017 hanno superato le 3000 unità, con un incremento di circa il 60% rispetto al 2012. L’incremento più rilevante, sia pure per ridotti valori assoluti, si è registrato negli allevamenti di crostacei, pressoché triplicati. La regione con il maggior numero di impianti di acquacoltura è il Veneto (829); seguono, notevolmente distanziate, l’Emilia Romagna (469) e il Piemonte (367). Fra le Regioni meridionali, superano i cento impianti solo Puglia (131) e Campania (123). Gli allevamenti finalizzati all’ingrasso per il consumo finale sono 1.346, con netta prevalenza in Veneto (617) e poi in Puglia (126), Emilia Romagna (118) e Friuli Venezia Giulia (104).

Produzione. Nel 2014 e nel 2015, la produzione complessiva dell’acquacoltura italiana si è attestata intorno a 149 mila tonnellate, con una flessione di circa il 3% rispetto al 2010. La produzione di pesci è diminuita del 7,7%, quella di molluschi è rimasta pressoché invariata (-0,7%), i crostacei hanno segnato -38,5% ma per volumi assoluti molto ridotti. Circa il 70% della produzione complessiva dell’acquacoltura proviene da quattro regioni: Emilia Romagna (42,3 migliaia di tonnellate nel 2014), Veneto (31,2), Friuli Venezia Giulia (17,4) e Puglia (11,6). La più elevata produzione di pesci si realizza in Friuli Venezia Giulia (13,5 migliaia di tonnellate), seguita dal Veneto (5,4) e dalla Lombardia (4,3); nella produzione di molluschi, prevale l’Emilia Romagna (41,9 migliaia di tonnellate) seguita da Veneto (25,8) e Puglia (10,6). La produzione di crostacei, peraltro limitata a 15-16 tonnellate, interessa solo 4 regioni, con Umbria e Puglia a quota sei tonnellate ciascuna, e Veneto ed Emilia Romagna al disotto delle due tonnellate.

L’Italia, nel periodo 2010-2013, ha importato prodotti dell’acquacoltura per quantitativi crescenti dalle 104,7 (2010) alle 112,4 (2013) migliaia di tonnellate, a fronte di una produzione decrescente dalle 153,6 (2010) alle 140,8 (2013) migliaia di tonnellate. Il grado di autoapprovvigionamento di settore, strutturalmente deficitario, ha segnato il miglior risultato nel 2011 con il 65,8% (quando la produzione ha segnato il massimo di 164,5 migliaia di tonnellate), per poi scendere al 59,9% nel 2012 (quando la produzione ha segnato il minimo di 137,2 migliaia di tonnellate), cui è seguita una lieve ripresa nel 2013 (61,8%).

La produzione mondiale ed europea.La produzione mondiale dell’acquacoltura ha segnato, fra il 1990 e il 2015, una crescita del 629%, passando da 16,8 a 106 milioni di tonnellate. La produzione in Africa è aumentata di quasi 22 volte, in Asia di 7 volte, in America di 6 volte, in Oceania di 4 volte, in Europa dell’85%. Nello stesso periodo, la produzione italiana ha segnato una flessione del 3%. L’incidenza della produzione italiana sulla produzione mondiale è passata dallo 0,91% allo 0,14%; e sulla produzione europea, dal 9,5% al 5%. La produzione europea, nel 1990, rappresentava il 9,6% della produzione mondiale; nel 2015, è scesa al 2,8%. Agli incrementi del volume della produzione dell’acquacoltura mondiale corrispondono incrementi del valore inferiori per Africa e Asia e superiori per America, Europa e Oceania. Il peso del valore della produzione italiana sul valore della produzione mondiale è sceso dal 1,26% del 1990 allo 0,25% del 2015; sul valore della produzione europea, dal 8,4% del 1990 al 3,5% del 2015.

In Europa (2015), l’Italia è al sesto posto per volume e all’ottavo per valore della produzione dell’acquacoltura. Tutti i principali paesi produttori europei segnano nel 2015 una sensibile flessione del valore della produzione rispetto all’anno precedente, mentre i volumi decrescono solo nel Regno Unito, in Russia e nelle Isole Faroe. Nel 2015 rispetto al 2014, l’Italia, a fronte di volumi di produzione pressoché costanti, ha registrato una perdita di valore del 16,4%. Fra i primi dieci paesi produttori del settore dell’acquacoltura, sette sono asiatici e solo uno di Europa (Norvegia), America (Ecuador) e Africa (Egitto). I “Top 10” rappresentano, nel 2015, il 90% in volume e l’80% in valore, della produzione acquicola mondiale; entrambi questi valori sono cresciuti di circa due punti percentuali rispetto al 2010.

Conclusioni. In un quadro mondiale di forte crescita della produzione dell’acquacoltura (+629% in volume nel 2015 rispetto al 1990), l’Europa segna gli incrementi più contenuti (+285%). L’Italia presenta andamenti dei volumi produttivi sensibilmente contrastati (154 mila tonnellate nel 1990, 217 mila nel 2000, 149 mila nel 2015) rappresentando comunque quote notevolmente decrescenti della produzione mondiale e continentale (nel 1990 l’1,26%, nel 2015 lo 0,25%). Considerando che nel nostro paese le aziende che svolgono attività di acquacoltura sono in costante crescita (+59,6% a luglio 2017 rispetto al 2012), mentre la produzione, pur con alti e bassi, resta sostanzialmente invariata, si evidenzia la notevole instabilità del settore, peraltro confermata nelle premesse del vigente Piano strategico per l’acquacoltura in Italia 2014-2020 elaborato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Il grado di autoapprovvigionamento nazionale del settore è strutturalmente basso e risente delle fluttuazioni della produzione e dell’incremento della domanda interna, attestandosi attualmente intorno al 60%. Ciò significa che importiamo (soprattutto pesci) per circa il 40% del fabbisogno nazionale (circa 110 mila tonnellate), a fronte di esportazioni che negli ultimi anni variano fra le 20 e le 25 mila tonnellate.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura