• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

  • Annunci

11 febbraio 2019, incontro serale a Battaglia Terme (Pd) aperto alla cittadinanza, al centro del dibattito il futuro prossimo del Parco regionale dei colli Euganei

Lunedì 11 febbraio alle 20.45 nel centro Bachelet in via A. Manzoni 19 a Battaglia Terme (PD), il Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Parco Colli invita la cittadinanza a partecipare all’incontro “Il Parco deve ripartire, ma quale Parco?“.  Alla domanda sono stati chiamati a rispondere Cristiano Corazzari, assessore regionale al Territorio, i rappresentanti di Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Strada del vino Colli Euganei, i rappresentanti dell’Odg Terme-Colli, Ascom e Confesercenti. A coordinare l’incontro sarà il giornalista Nicola Cestaro. Precisa in una nota il Coordinamento: “Dopo oramai quasi 30 anni dalla sua istituzione, 7 anni dalla proposta regionale di riorganizzazione dei parchi, 3 anni dal suo commissariamento sono necessarie risposte concrete”.

Fonte: Coordinamento Associazioni Ambientaliste Parco Colli

Annunci

Il Mipaaf(t) “acquista una t finale” e assume le funzioni del dipartimento Turismo

Dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato, il 31 gennaio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il DPCM che disciplina l’organizzazione del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. Si completa così definitivamente il passaggio del dipartimento turismo dal MIBAC al MIPAAFT iniziato lo scorso luglio.

Le competenze. Il Dipartimento Turismo avrà la funzione di coordinare le linee di azione del Ministero in materia di turismo, anche al fine di favorire una politica integrata di valorizzazione del made in Italy e di promozione coerente e sostenibile del Sistema Italia, in raccordo con i diversi Ministeri ed enti competenti; curare il monitoraggio dell’andamento dei mercati in raccordo con le competenti Direzioni generali del Ministero dello sviluppo economico e gli enti competenti in materia; nell’ambito di competenza del Ministero, svolgere attività di promozione delle eccellenze simbolo della qualità della vita e delle attrattive del territorio Italia.

Fonte: servizio stampa Mipaaft

Etichettatura alimenti, sì alla semplificazione ma resta l’obbligo di indicare se ci sono Ogm

È stato corretto il Decreto Legge ‘Semplificazioni’ nella parte che eliminava dalla norma l’obbligo di scrivere in etichetta se un prodotto alimentare contiene Ogm.

Un emendamento ad hoc, a firma degli stessi relatori nelle Commissioni affari costituzionali e lavori pubblici del Senato, ha infatti specificato che le norme “sono fatte salve le prescrizioni previste dalla normativa europea relative agli obblighi di tracciabilità e di etichettatura dei prodotti contenenti organismi geneticamente modificati”. Con questa novità viene dunque chiarito che la normativa europea sugli Ogm in etichetta dovrà comunque essere rispettata.

Per quel che riguarda l’obbligo di indicazione del Paese d’origine, questo viene limitato ai casi in cui la sua omissione possa indurre in errore il consumatore in merito al Paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento. Viene specificato che l’obbligo sussiste se le informazioni che accompagnano l’alimento o contenute nell’etichetta, nel loro insieme, possono far pensare che l’alimento abbia un differente Paese d’origine o un luogo di provenienza diverso da quello reale. Per esser chiari: se l’etichetta è tricolore, sarà obbligatorio specificare che la materia prima utilizzata non è di produzione italiana.

Previsto uno studio per capire quanto gli elementi di un’etichetta possano condizionare i consumatori. L’emendamento del testo originario prevede ora anche la realizzazione “di appositi studi diretti ad individuare la presenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la relativa provenienza nonché per valutare in quale misura sia percepita come significativa l’indicazione relativa al luogo di provenienza e quando la sua omissione sia riconosciuta ingannevole”. Vengono ora aggiornate anche le sanzioni previste in caso di violazione dell’obbligo rimandando a quelle previste dal regolamento Ue del 2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori.

Fonte: Garantitaly.it

Dissesto idrogeologico: oltre una frana su quattro colpisce i terreni agricoli. La Provincia autonoma di Trento tra le aree più a rischio per le frane, peggiora anche quella di Bolzano. Veneto tra le regioni più soggette al rischio idraulico.

Il dissesto idrogeologico è in crescita, rispetto alla precedente rilevazione del 2015: i Comuni italiani a rischio frane e alluvioni sono passati dall’88% al 91%, la superficie territoriale a rischio frane e alluvioni è cresciuta del 2,9%. Le frane registrate in Italia rappresentano circa i due terzi delle frane registrate in Europa. Le frane e le alluvioni, oltre a costituire un grave rischio per l’incolumità dei cittadini italiani (1.850 morti, 2000 feriti, 318 mila senzatetto negli ultimi cinquant’anni, dati Cnr luglio 2018), appesantiscono la finanza pubblica di un notevole onere per la riparazione dei danni (3 miliardi solo per le alluvioni dell’autunno 2018), che costa da tre a quattro volte più della prevenzione. E’ quanto emerge dal rapporto elaborato dal Centro Studi Confragricoltura, di cui pubblichiamo di seguito un estratto.

Dopo strade e ferrovie, aree agricole quelle più danneggiate. Per effetto dei mutamenti climatici, dell’abbandono di molti terreni agricoli e della maggiore impermeabilizzazione del suolo (urbanizzazione), gli effetti distruttivi conseguenti al dissesto idrogeologico del territorio tendono ad aggravarsi, in un contesto generale già precedentemente critico per l’insufficienza degli interventi di prevenzione. Secondo una stima del Ministero dell’Ambiente (2014), le zone agricole sono, dopo strade e ferrovie, maggiormente colpite dai danni da frane provocati dall’intensità delle precipitazioni meteoriche. Sono conseguentemente, fra le vittime, molti gli agricoltori, sorpresi da temporali e fenomeni alluvionali mentre cercavano di mettere in sicurezza gli animali e i beni strumentali delle proprie aziende, sul posto o in strada per raggiungere l’azienda.

Riparare i danni costa molto di più che investire nella prevenzione. Nel dibattito politico sugli investimenti in “grandi opere”, particolarmente vivace in questo periodo, domina la realizzazione di nuove infrastrutture stradali e ferroviarie per il trasferimento veloce di persone e merci; i danni a tali infrastrutture per effetto del dissesto idrogeologico si tratta con attenzione molto inferiore. E’ tuttavia ampiamente dimostrato che riparare i danni di frane e alluvioni costa da tre a quattro volte più degli investimenti necessari per la prevenzione. Secondo un’elaborazione di Legambiente, fra il 1991 e il 2010, a fronte di un investimento per prevenzione di 8,4 miliardi di euro, sono state sostenute spese di riparazione dei danni per 22 miliardi.

Finanziati solo in parte i progetti regionali per la mitigazione del dissesto idrogeologico. Attualmente, nel quadro del progetto Italia Sicura avviato dal Governo Renzi nel 2014 (ora cancellato dal Governo Conte), le Regioni hanno elaborato circa 8.700 progetti per la mitigazione del dissesto idrogeologico che richiedono complessivamente investimenti per 24,3 miliardi, di cui poco meno di 10 sono stati già effettivamente finanziati.Con la manovra finanziaria 2019 sono stati stanziati ulteriori 900 milioni l’anno per il triennio 2019-2021, nel quadro di un investimento complessivo di più lungo periodo di 6 miliardi. Al finanziamento statale si aggiungerà quello delle Regioni. Tuttavia, se l’attuale andamento meteoclimatico si confermerà nei prossimi anni, è prevedibile che la spesa per riparare i danni continuerà ad essere largamente superiore agli  investimenti destinati alla prevenzione. Intanto, le sole alluvioni dell’autunno 2018 hanno colpito 11 Regioni per danni stimati in circa 3 miliardi di euro. Negli ultimi 18 anni (2000-2018), in Italia, le alluvioni catastrofiche sono state, in media due l’anno; nel periodo precedente (1900-1999) erano state sempre inferiori a una per anno. In particolare, fra il 2000 e il 2009, la frequenza annua delle alluvioni catastrofiche è stata di 1,4, mentre fra il 2010 e il 2018 è salita a 2,6.

Le superfici a rischio. A fronte dell’inasprimento delle manifestazioni pluviometriche estreme, d’altra parte, il territorio ha evidenziato un’ulteriore esposizione al rischio idraulico, come si evince dal confronto delle stime di Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nell’arco dei ultimi tre anni di rilevamento (2015-2017): la superficie nazionale a rischio idraulico è passata dal 22,7% al 23,4%, pari ad un incremento di circa duemila chilometri quadrati, ovvero 200 mila ettari. E’ sostanzialmente della stessa misura, sia pure per superfici inferiori, l’incremento della superficie a rischio di frana. In questo caso, è evidente come diminuiscano le superfici a rischio più basso (aree di attenzione), mentre crescono le superfici a rischio più consistente, in particolare medio e alto.

Comuni a rischio, urbanizzazione e presidio agricolo. Se le superfici a rischio di frana e idraulico si attestano fra il 20% e il 23% del territorio nazionale, l’incidenza dei Comuni soggetti agli stessi rischi è molto superiore (88-91%), a conferma che le conseguenze di alluvioni e frane si sentono maggiormente nei tanti piccoli Comuni rurali del nostro Paese. All’aggravarsi del dissesto idrogeologico contribuisce la crescita dell’urbanizzazione e quindi del suolo denaturalizzato e “impermeabilizzato”, ovvero del cosiddetto consumo di suolo. Dalla metà degli anni ’50, l’incremento del suolo urbanizzato è stato pressoché costante, attestandosi intorno a +164% nel 2017, con la superficie nazionale interessata che è passata dal 2,9% al 7,6%. Le conseguenze di frane e alluvioni sono più gravi anche per la riduzione della superficie territoriale destinata all’uso agricolo, conseguente in parte all’urbanizzazione, e in parte all’abbandono della coltivazione delle zone meno produttive, rimaste senza il presidio degli agricoltori e delle relative sistemazioni idraulico-agrarie del suolo.

Il rischio idrogeologico nelle Regioni. Per quanto ancora influenzati da alcuni adattamenti e incompletezze del rilevamento, i dati sul dissesto
idrogeologico a livello regionale già evidenziano differenze significative. Le Regioni dove la superficie a rischio per frane (tutti i livelli di rischio) è più rilevante sono: la Valle d’Aosta (95% della superficie), seguita dalla Provincia Autonoma di Trento (87%) e dalla Campania (60%); seguono, oltre il
20%, Liguria (58%), Toscana (47%), Molise (30%), Abruzzo (23%), Sardegna (22%). A parte i rilevamenti non aggiornati, fra il 2015 e il 2017 migliorano significativamente solo il Piemonte (-19% della superficie a rischio) e l’Emilia Romagna (-1,3%); peggiorano soprattutto Bolzano (+132%), Sardegna (+34%) e Calabria (+28%). Il dato nazionale complessivo segna +2,9% pari ad un incremento della superficie a rischio frane di 1.706 Kmq, ovvero circa 171 mila ettari. Per quanto riguarda la percentuale di superficie regionale a rischio idraulico, si evidenziano ai primi posti: l’Emilia Romagna (92%) e il Veneto (41%); seguono Toscana (39%), Lombardia (37%) e Piemonte (25%).

Fonte: Centro studi Confragricoltura

 

 

 

Agromafie, presentata a Padova la strategia per tutelare il Made in Veneto

L’agropirateria e la contraffazione di prodotti del Made in Italy valgono ogni anno un fatturato da 60 miliardi di euro. Un fenomeno, quello dell’italian sounding, che non risparmia il Veneto. L’elenco del cibo fake non è di poco conto: tra il falso Prosecco, il finto Asiago, persino la “povera” polenta che viene venduta nei supermercati stranieri confezionata con svariati nomi, per non dimenticarci dell’Amarone che addirittura in Canada viene distribuito con un wine kit che nulla ha a che fare con il vero vino, ma piuttosto una miscela di fantasia “insaporita” con i trucioli per dare quel che di barricato: insomma tutto nel mondo, in qualsiasi modo, è “BelPaese”.

Il mercato del cibo ha bisogno di regole giuste che possano definirlo libero e trasparente. “Il grande valore economico e culturale del nostro agroalimentare – spiega Daniele Salvagno, presidente regionale di Coldiretti – ha paradossalmente un suo rovescio della medaglia che si manifesta nel vizioso operato delle agromafie le quali, sfruttando la fertilità della filiera del cibo, danneggiano produttori agricoli e cittadini. I fenomeni distorsivi del mercato, la concorrenza sleale e l’illegalità compromettono ogni giorno il nostro settore così importante per la crescita e la stabilità dei nostri territori”. Dal terreno alla commercializzazione, le attuali strutture normative a livello nazionale, comunitario e internazionale stanno giocando un ruolo chiave nella proliferazione dei fenomeni distorsivi, il mercato del cibo ha bisogno di regole giuste che possano definirlo libero e trasparente. Per questi motivi è sempre più urgente l’approvazione della riforma dei reati agroalimentari che ha la finalità di rivedere l’intera materia penale riguardante il settore, la piena attualizzazione dell’etichettatura di origine, il rifiuto di ogni processo che implichi l’omologazione produttiva, l’efficacia dei controlli e l’attuazione di sanzioni adeguate.

In Italia si calcolano 120 miliardi l’anno di evasione fiscale, 60 miliardi sono il costo della corruzione, il volume d’affari dell’economia mafiosa è stimato, per difetto, in 150 miliardi, facendo la somma quante cose si potrebbero fare con 330 miliardi di euro all’anno per migliorare la qualità della vita dei cittadini e la correttezza di un mercato che premi la serietà delle aziende oneste”. “Le eccellenze venete – sottolinea l’assessore regionale all’Agricoltura Giuseppe Pan – debbono misurarsi con la concorrenza sleale di imitatori stranieri che si affacciano al di qua o al di là del confine orientale, occhieggiando da Austria, Slovenia e Croazia per intercettare ignari consumatori, ma anche più strutturati ristoratori con una bottiglia di “Secco” dalla forma panciuta, una vassoio di “Radizzo” celofanato in viola, un prosciutto “Dulze”, con l’immagine di una città murata che nell’etichetta fa da sfondo al nome: certo, l’Austria abbonda di castelli, ma le robuste mura rosse di mattoni sono un’altra cosa, estranea alla cultura della Carinzia”. La Regione non sta a guardare, continua Pan, e ha commissionato all’Osservatorio sulla criminalità in agricoltura e sul sistema agroalimentare la predisposizione di uno strumento giuridico agile e di pronto intervento per ottenere la rimozione dagli scaffali d’oltre confine di quei prodotti contraffatti, d’imitazione servile, che danneggiano il comparto regionale. Una cosa non facile, che deve muoversi fra la libertà di concorrenza predicata dall’Unione europea, la sovranità degli Stati esteri ed un certo protezionismo di cui godono i produttori esteri. Non di meno, la via è stata trovata, le collaborazioni estere ottenute, le disponibilità comunitarie raccolte.

Come, quando e cosa fare è stato illustrato agli operatori del settore da chi sta già lavorando in stretto legame con le Autorità estere, nel convegno organizzato da Coldiretti Veneto lo scorso 4 febbraio alla CCIAA di Padova. Lo studio operativo è stato presentato da Andrea Baldanza della Corte dei Conti e vice presidente vicario del Comitato Scientifico della Fondazione “Osservatorio Agromafie” e da Marcello Maria Fracanzani della Corte Suprema di Cassazione e anche componente dello stesso Comitato Scientifico, moderati dal professore Francesco Saverio Marini dell’Università di “Tor Vergata”.

Il primo passo è individuare il soggetto, totalmente pubblico, che possa accreditarsi presso il sistema giudiziario di Austria, Slovenia e Croazia e agire per conto dei produttori locali, compresi quelli piccoli che non hanno la forza di affrontare complicate cause internazionali. “Qui entra in gioco la Regione – spiega Fracanzani- che diventa braccio operativo per la difesa dei prodotti, in grado di togliere materialmente dagli scaffali dei supermercati esteri i prodotti similari che richiamano le nostre tipicità. In sostanza, bisogna individuare una società totalmente pubblica che ha come scopo istituzionale tutelare i prodotti made in delle aziende venete. È una “portaerei” che agisce per conto dei produttori con i tempi rapidi del commercio rivolgendosi direttamente ai tribunali amministrativi per rivalersi nei confronti di chi mette in vendita prodotti che richiamano i nostri originali. È dunque un soggetto pubblico a tutela di un interesse pubblico superiore, in grado di agire con rapidità perché già accreditato in quei Paesi come sostituto processuale.

Il consumatore deve essere libero di scegliere con consapevolezza. “Questa soluzione – conclude Fracanzani – messa in atto con l’apporto di Coldiretti in stretto contatto con la Regione, permetterà di avere l’assist dall’autorità amministrativa per togliere dal mercato i prodotti mimetici che danneggiano i nostri originali. La vera concorrenza infatti funziona sulla comparazione e sull’informazione, ma con una precisa distinzione, tenendo presente che la qualità si paga. In tutto questo il consumatore deve essere libero di scegliere con consapevolezza e sapere che il radicchio che sta comprando non è radicchio. In questo modo abbiamo tutta l’accelerazione di una causa che dall’ambito privatistico investe quello pubblico, senza dimenticare la tutela della salute“.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Parco Colli Euganei, Regione Veneto risponde agli ambientalisti: “Nessun ritardo, osservati tempi tecnici”

“Non stiamo impiegando né più né meno del tempo necessario per fare le cose come debbono essere fatte, per bene, nel rispetto della normativa e con la consapevolezza di porre delle basi solidi su cui poi costruire un sistema gestionale del Parco dei Colli Euganei solido ed efficiente”. L’assessore al Territorio e ai parchi, Cristiano Corazzari, interviene a difesa dell’operato della Regione del Veneto, a cui alcune associazioni ambientaliste euganee (vedi notizia a questo link, ndr) attribuiscono la responsabilità di aver accumulato ritardi per la definizione della governance del Parco e il superamento della fase commissariale dello stesso.

Nominati gli esperti. “La costruzione della nuova governance dei parchi – spiega l’assessore – ha comportato la verifica puntuale e scrupolosa dei requisiti di oltre un centinaio di candidati che hanno risposto all’avviso per l’individuazione dei tre esperti che entreranno a far parte delle Comunità dei parchi. E lo stesso sta avvenendo con le associazioni di categoria che esprimeranno i loro candidati per le Consulte. Segnalo che abbiamo già provveduto un paio di settimane fa a nominare gli esperti con apposita deliberazione della Giunta regionale e che per la formazione della Consulta i termini erano stati brevemente riaperti su esplicita richiesta di alcune associazioni. I supposti ritardi, pertanto, dipendono esclusivamente da tutti questi motivi e non dalla volontà di prorogare i commissariamenti o che altro. Sono il primo a essere interessato a concludere al più presto questa fase e a ridare ai territori dei Parchi Regionali un presidente, un Consiglio direttivo, una Comunità e una Consulta nel pieno dei loro poteri”, conclude Corazzari.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

15 milioni di euro a bando a giugno 2019 per ripristino dei boschi della montagna veneta devastata dalla tempesta a fine 2018

Anche i fondi europei per l’agricoltura contribuiranno a dare una mano al ripristino dei boschi della montagna veneta devastata dal maltempo di fine ottobre scorso. L’assessore all’agricoltura della Regione Veneto, Giuseppe Pan, ha informato che, nell’ambito della programmazione delle risorse del Psr, sono stati previsti appositi bandi per ulteriori 15 milioni di euro destinati, in particolare, al ripristino dei boschi e delle foreste danneggiati dalle calamità e al reimpianto con essenze resistenti ai parassiti e a sostegno degli investimenti per la trasformazione e commercializzazione del legname.

Ri-orientati i bandi, che saranno aperti a Primavera. I fondi del Psr (pari a 1169 milioni per il settennio 2014-2020) sono ormai a fine programmazione per cui, allo stato attuale, le risorse non ancora impegnate sono pressochè esaurite. Tuttavia, la Regione ha ritenuto opportuno cercare di offrire una ulteriore misura di sostegno rispetto a quanto già avviato da Governo, commissario straordinario e subcommissario e assessorato alla foreste. Abbiano pertanto ‘riorientato’ i bandi a disposizione, privilegiando, per quanto possibile, gli interventi a sostegno del ripristino e del reimpianto nelle aree forestali montane, nonché quegli interventi innovativi che potranno agevolare la commercializzazione del legname abbattuto. I bandi verranno aperti a fine Primavera, in accordo con gli operatori e i tecnici di riferimento del settore forestale, al termine delle operazioni di mappatura del territorio e di rilievo fotografico, quando le condizioni metereologiche consentiranno l’esatto censimento delle azioni locali.

Gli interventi finanziati. Potranno concorrere all’assegnazione dei 15 milioni di euro messi a disposizione dal Psr veneto i progetti relativi a tre tipi di intervento: ripristino delle foreste e dei boschi danneggiati da calamità, fitopatie e eventi climatici; sostegno agli investimenti per aumentare la resilienza e il pregio ambientale delle foreste: e, infine, miglioramento delle tecnologie forestali di trasformazione e commercializzazione dei prodotti legnosi.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto