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Cambiamenti climatici, un concorso creativo, scadenza 20 settembre 2017

L’Associazione Shylock Centro Universitario Teatrale di Venezia, in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Europe Dirct Venezia Veneto e VCL Venice ClimateLab, organizza la quinta edizione del concorso internazionale di comunicazione e creatività per opere edite e inedite sul tema dei cambiamenti climatici. L’obiettivo è quello di incentivare un approccio interpretativo e attivo nei confronti di temi ambientali, con richiamo alla Strategia 2020, in particolare il pilastro dell’Europa Sostenibile.

Il concorso. Il target del concorso sono tutti gli autori di qualsiasi nazionalità che abbiano compiuto 15  anni al momento della scadenza della consegna degli elaborati. Tipologia degli elaborati: scrittura, arti rappresentative e figurative mediante l’utilizzo di linguaggi, strumenti e supporti tradizionali, digitali, alternativi e misti. I partecipanti possono partecipare a entrambe le seguenti sezioni e con più opere per ogni sezione: Sezione 1: candidatura di opere inedite da parte di autori individuali o collettivi. Sezione 2: segnalazione di opere edite e/o pubbliche a cura di autori, editori o altri soggetti terzi (individui o enti, collegati o estranei alle suddette opere). Viene suggerito ai partecipanti di documentarsi attraverso un approccio all’ultimo rapporto di sintesi dell’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) che contiene indicazioni sulle politiche di adattamento e mitigazione.

Scadenze per la presentazione delle opere. 20 settembre 2017 – ore 24 per tutti i partecipanti; 20 ottobre 2017 – ore 24 per gli studenti e/o gruppi di lavoro di scuole superiori, università e accademie. Il concorso è patrocinato da: Viccs Venice Centre for Climate Studies – Universita’ Ca’ Foscari di Venezia, Ministero per l’Ambiente, la tutela del territorio e del mare, Cmcc – Centro Euromediterraneo per i cambiamenti climatici, Wwf Italia, Legambiente, Isde italia – medici per l’ambiente. Info complete: www.cut.it

Fonte: Europe Direct Venezia

Olio di oliva, Italia al secondo posto per l’export (ma produzione nazionale insufficiente), al primo per il prezzo medio di esportazione

Nel 2016, il valore degli scambi internazionali di olio d’oliva si è attestato intorno ai 6,9 miliardi di dollari, 400 milioni di dollari meno dell’anno precedente ma comunque in crescita del 41%, confrontando il 2009 con la media dell’ultimo triennio.

Le quote di mercato. L’Italia si conferma il secondo paese esportatore di olio d’oliva dopo la Spagna, precedendo con ampio margine gli altri principali esportatori, Grecia, Portogallo e Tunisia. Confrontando il 2009 con la media del triennio 2014-2016, l’Italia ha perduto circa il 12% della propria quota di mercato; la Tunisia ha perduto il 7%; tutti gli altri concorrenti hanno invece incrementato la quota di mercato per valori compresi fra il 4% e il 9%, tranne il Portogallo che ha segnato un forte avanzamento (+78%). Complessivamente la quota di mercato dei principali paesi esportatori è cresciuta di circa il 4%.

Le quantità esportate. Per quantità esportate, nel 2016, la Spagna precede l’Italia di oltre due volte e mezzo (9,2 contro 3,5 milioni di quintali). Confrontando il 2009 con la media del triennio 2014-2016, l’incremento della
Spagna (+41%) è pressoché doppio di quello dell’Italia (+21%). Anche per questo indicatore, il Portogallo segna il valore più alto con +208%. L’Italia, per far fronte ai consumi interni e all’esportazione, ha importato, nel triennio 2014-2016, olio
d’oliva in quantità comprese fra 3,2 e 3,8 milioni di quintali. Nel 2014 e nel 2016
l’esportazione è stata superiore alla produzione nazionale.

Il valore dell’esportazione. Il valore complessivo dell’esportazione di olio d’oliva spagnolo è, nel 2016, circa doppio di quello italiano. E la Spagna, confrontando il 2009 con la media del triennio 2014-2016, ha registrato un incremento del 55% contro il 25% dell’Italia. Dunque il valore delle esportazioni spagnole è cresciuto di circa 14 punti percentuali più della quantità (55,5% contro 41,4%), mentre questa differenza per l’Italia è di 4,5 punti percentuali (25,1% contro 20,6%). Ciò significa che, nell’intervallo temporale considerato, il prezzo medio all’esportazione dell’olio spagnolo è aumentato più di quello dell’olio italiano.

I prezzi di esportazione. Il prezzo medio all’esportazione dell’olio d’oliva italiano è superiore, negli anni considerati, a quello di tutti i concorrenti. Dietro l’Italia si posizionano, nell’ordine, Grecia, Portogallo, Spagna e Tunisia. Ma confrontando il 2009 con la media del triennio 2014-2016 vediamo che il prezzo italiano è cresciuto meno (+4%) di quello di Grecia e Tunisia (+18%) e dalla Spagna (+10%). Solo il Portogallo segna un andamento del prezzo negativo (-8%).

Conclusioni. Nell’ultimo triennio, rispetto al 2009, gli scambi internazionali di olio d’oliva sono cresciuti del 41% attestandosi intorno ai 7 miliardi di dollari. Nel 2016 i principali paesi esportatori (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo e Tunisia) hanno rappresentato una quota di mercato del 96%. L’Italia è il secondo paese esportatore di olio d’oliva dopo la Spagna e il primo per prezzo medio all’esportazione. Tuttavia la nostra esportazione è sostenuta in misura notevole dall’importazione essendo la produzione nazionale insufficiente a soddisfare il consumo interno e la stessa esportazione. Nel 2014 e nel 2016 la produzione nazionale è stata inferiore all’esportazione. Nel triennio 2014-2016 la quota media di mercato dell’Italia si è attestata intorno al 24% mentre quella della Spagna ha raggiunto il 47%. Confrontando il prezzo medio all’esportazione dell’ultimo triennio con quello del 2009, si evidenzia per il nostro Paese un incremento sensibilmente inferiore a quello dei concorrenti, con l’esclusione del Portogallo. Nel 2016 il prezzo all’esportazione dell’olio d’oliva italiano è stato superiore del 26% al prezzo medio all’esportazione dei paesi concorrenti.

Fonte: Centro studi Confagricoltura

 

 

 

 

Le antiche faggete italiane iscritte nella lista del Patrimonio dell’Umanità Unesco

foto ilrestodelgargano.it

La 41° sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco un insieme di dieci antiche faggete italiane per una superficie di 2127 ettari nel contesto del sito ambientale transazionale delle Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d’Europa.Si tratta di foreste europee sviluppatesi a partire dalla fine dell’era glaciale che si sono adattate a differenti condizioni climatiche, geografiche e fisiche. L’ Italia si aggiunge a questo sito transnazionale che include ben 12 Stati.

Le dieci faggete ricche di piante secolari riconosciute come patrimonio dell’umanità si estendono dalla Toscana alla Calabria. Quasi tutte le faggete italiane fanno parte di parchi naturali, come quelle che si trovano sull’Appennino tosco-romagnolo e che fanno parte della riserva di Sasso Fratino, nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Scendendo nel Lazio, la provincia di Viterbo, che ospita ben due faggete secolari: quella del Monte Cimino, a Soriano del Cimino, e quella del Monte Raschio, nel Parco naturale di Bracciano-Martignano. Tra le altre faggete secolari riconosciute patrimonio dell’umanità ci sono quelle del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e, in Puglia, quelle della Foresta Umbra, con piante alte fino a 50 metri che si trovano nel cuore del Parco nazionale del Gargano. Tra Basilicata e Calabria c’è la Foresta vetusta di faggio di Cozzo Ferriero del Parco nazionale del Pollino, che si estende per circa 70 ettari, con piante di quattro secoli.

Le mura di difesa della Serenissima. Sono state inoltre iscritte le “Opere di difesa veneziane tra il XVI ed il XVII secolo: Stato di Terra – Stato di mare occidentale”, un sito seriale transnazionale presentato nel 2016 dall’Italia (capofila) insieme con Croazia e Montenegro all’Unesco a Parigi. Il sito raccoglie un insieme straordinario dei più rappresentativi sistemi difensivi realizzati dalla Repubblica di Venezia, progettati dopo la scoperta della polvere da sparo e dislocati lungo lo Stato di Terra e lo Stato di Mare. Per decisione del Comitato del Patrimonio Mondiale, entrano a far parte del sito Unesco le opere di difesa presenti a Bergamo, Palmanova, Peschiera del Garda per l’Italia, Zara e Sebenico per la Croazia, Cattaro per il Montenegro. Salgono così a 53 i siti italiani iscritti nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.

Fonte: Ministero dei beni culturali/Unesco

Risorse idriche in Veneto, Anbi chiede 147 milioni di euro di investimenti

foto di repertorio, consorzio bonifica bacchiglione

Può una regione come il Veneto, il cui Pil sta trascinando l’economia italiana grazie soprattutto all’agricoltura, non investire in irrigazione?

Pronti 20 progetti per il risparmio idrico. Per superare i danni dei cambiamenti climatici ed efficientare l’irrigazione veneta, i consorzi di bonifica hanno pronti 20 progetti per un totale di 147 milioni di euro di investimenti. Si tratta di interventi prioritari come l’infrastrutturazione e la modernizzazione delle reti irrigue. Opere in grado di produrre un risparmio idrico che, rispettando l’obiettivo del bando del PSRN (Piano di Sviluppo Rurale Nazionale), va dal 5 al 25%.“Per un’agricoltura efficiente, la disponibilità idrica è il primo fattore di produzione. Riteniamo indispensabile agire in prevenzione anziché intervenire in emergenza. Per farlo serve un piano regionale pluriennale che soddisfi appieno la progettualità esecutiva manifestata dai Consorzi di bonifica, che vada a compensazione degli investimenti all’interno del PSRN”, commenta Giuseppe Romano, presidente di Anbi Veneto.

In tema di investimenti però, c’è un paradosso: l’agricoltura veneta traina l’economia italiana ma non si investe sulla rete irrigua, contribuendo a contrastare le frequenti annate siccitose. Stime preliminari sul Pil diffuse dall’Istat, il Nord Est ha il rialzo più alto: +1,2% rispetto alla media nazionale +0,9%; a favorire questo aumento è stata in particolare l’agricoltura con un complessivo +4,5%. Una situazione economica che ci ricorda che il cibo è irriguo e che solo grazie all’irrigazione si sono raggiunti livelli di produzione agricola lorda pari a 5,7 miliardi di euro.

Migliorare l’irrigazione del Veneto permetterebbe, inoltre, di contrastare annate siccitose come quella che stiamo affrontando, dove si è registrato un valore medio di piovosità primaverile tra i 3 più bassi degli ultimi 23 anni (-30%) con forte deficit su tutto il territorio veneto. Infine, si andrebbe a migliorare l’uso della risorsa e a mitigare il depauperamento delle falde. “Gli investimenti irrigui si devono tradurre in una progettualità ben definita e programmata, a partire dal bando del Piano di Sviluppo Rurale nazionale, ai Fondi di Sviluppo e Coesione, ad una pluriennale programmazione regionale”. Tuttavia dei 300 milioni di euro destinati dal PSRN solo 30/40 milioni saranno destinati al Veneto, mentre dei 295 dell’FSC, la cui ripartizione vede il 20% delle risorse indirizzate al centro nord ed il restante al sud, 10/20 milioni circa troveranno la strada del Veneto.

La proposta alla Regione Veneto. “Prevede che agli ipotetici 60 milioni di euro che finiranno in Veneto attraverso i piani nazionali ed europei, si affianchi una programmazione regionale decennale per l’irrigazione da 8 milioni di euro all’anno. Così, con altri 80 milioni di euro, riusciremo a coprire i costi degli interventi da noi considerati prioritari per l’irrigazione, che abbiamo quantificato in 147 milioni di euro”, conclude Romano.

La Regione. A questo proposito, interpellato da Romano, l’assessore all’Agricoltura reginale Giuseppe Pan ha promesso che alla prossima Commissione di bilancio proporrà un piano regionale per l’irrigazione da affiancare ai grandi piani nazionali.

Produzione agricola e zootecnica in Italia negli ultimi 25 anni: si produce di meno, ma con più rispetto dell’ambiente

In Italia, la terra da coltivare è in costante diminuzione. Dal 1990 ad oggi si è perduto quasi il 20% di superficie agricola utilizzata (SAU) per una media di circa 185 mila ettari annui fra il 1990 e il 2000, di 33 mila ettari annui fra il 2000 e il 2010, di 126 mila ettari annui fra il 2010 e il 2016.

La perdita di SAU è stata determinata soprattutto alla cessata coltivazione delle terre meno produttive, molte delle quali sono state occupate da boschi e aree rinaturalizzate, ed anche dall’espansione delle aree urbanizzate. Nel 1990 ad ogni abitante corrispondevano 2.650 mq di SAU; nel 2016 si stima che tale valore si sia ridotto a poco meno di 2.000 mq; fra il 1990 e il 2016 la SAU per abitante è diminuita del 25%. Questo fenomeno, combinato con l’incremento delle esportazioni di prodotti agricoli e agroalimentari, influisce negativamente sul grado di autosufficienza alimentare nazionale, pur attenuato dall’incremento di produttività di molte colture.

Meno seminativi, più coltivazioni legnose e foraggere permanenti. La riduzione della SAU ha determinato il ridimensionamento dei seminativi (fra il 1990 e il 2013 -16% per 1,3 milioni di ettari), delle coltivazioni arboree (-19% per 527 mila ettari) e delle foraggere permanenti (-19% per 790 mila ettari). La distribuzione percentuale dell’impiego della SAU ha dunque registrato, fra il 1990 e il 2015, sensibili variazioni, vedendo i seminativi perdere 5,1 punti percentuali (dal 54% al 48,9%) a vantaggio delle coltivazioni legnose (+0,6 punti %) e delle foraggere permanenti (+4,5 punti %).

Produttività delle colture. In termini produttivi, la riduzione della disponibilità di terra da coltivare è stata generalmente, sia pur in parte, compensata da un incremento delle rese medie delle colture. Per attenuare gli effetti sulle rese degli andamenti stagionali, sono stati confrontati, per le principali colture, i dati medi di tre quinquenni
(1991/1995, 2001/2005, 2011/2015). Per le colture erbacee, gli incrementi di resa media variano dal 12% (mais) al 24% (pomodoro). Per le colture arboree, le variazioni di produttività appaiono non omogenee. Sono nettamente positive per i fruttiferi (melo, pero, pesco, media +24%), modestamente positive per l’arancio (+2%),
negative per la vite (-2%) e soprattutto per l’olivo (-12%).

La produzione complessiva delle principali coltivazioni, per quanto influenzata dall’andamento del clima e dalle scelte colturali, evidenzia generalmente, fra il 1990 e il 2015, decrementi anche sensibili, consolidati soprattutto per cereali e leguminose da granella. Per tutte le categorie di coltivazioni, tranne l’olivo (che risente, nei diversi anni, di forti alternanze di produttività), la produzione del 1990 e/o del 2000 è, in misura più o meno rilevante, superiore a quella dell’ultimo triennio. In particolare, confrontando la media delle produzioni degli anni 1990 e 2000 con quella del periodo 2013-2015, si registrano sempre variazioni negative, più contenute per cereali e fruttiferi (intorno a -5%), e superiori per leguminose da granella, ortaggi e vite. La variazione complessiva, per quanto del tutto orientativa, è di -9%.

In prospettiva, un contributo significativo all’incremento delle rese delle colture, può venire dalla crescita delle superfici agricole irrigate che, dal 1990 al 2010, si sono ridotte di circa 200 mila ettari per poi aumentare nel 2013 di oltre 500 mila ettari, rappresentando il 23,5% della SAU nazionale complessiva.

La zootecnia. Dal 1990 al 2015, tutti i principali comparti della zootecnia hanno visto ridursi, sia pure in diversa misura e con differente tempistica, il numero di capi allevati. Il comparto dei bovini e bufalini ha perduto poco meno di due milioni di capi fra il 1990 e il 2000, rimanendo quasi stabile negli anni successivi (-46 mila nel 2016 rispetto al 2000); sia pure per valori assoluti contenuti, fra il 1990 e il 2016,
i bufalini, trainati dal consumo interno e dall’export della Mozzarella di Bufala Campana DOP, sono in costante crescita (+365%). Anche gli ovicaprini hanno subito un drastico ridimensionamento fra il 1990 e il 2000 (-4,4 milioni di capi) seguito da più contenute e contrastanti variazioni nel periodo successivo. I suini hanno segnato una crescita significativa fra il 2000 e il 2010 (+707 mila capi) per poi tornare, nel
periodo successivo, vicino alla consistenza ante 2010.

Per quanto riguarda la produzione di carne (peso morto di bestiame macellato), nel periodo 1990-2015 si registra una costante notevole contrazione per i bovini e bufalini e gli ovicaprini; questi ultimi evidenziano tuttavia una ripresa nel 2015. La produzione di carni suine segna un andamento crescente fra 1990 e il 2010, e un andamento decrescente negli anni seguenti, con una sensibile ripresa nel 2015. La produzione di latte è invece generalmente crescente per tutte le rilevazioni, tranne che nel 2013.

Agricoltura ed ambiente. L’agricoltura italiana è sempre più biologica. Dai circa mille di ettari del 1990, è arrivata, crescendo costantemente, vicino al milione e mezzo di ettari (compresi terreni in conversione) del 2015. Fra il 2000 e il 2015 la superficie delle coltivazioni certificate biologiche è più che raddoppiata (da 502 mila a 1.094 ettari). In generale, comunque, l’agricoltura italiana è sempre più attenta alla sostenibilità ambientale, riducendo la somministrazione di concimi e di prodotti fitosanitari. Per quanto riguarda i concimi, gli apporti di principio attivo per ettaro si sono costantemente ridotti negli ultimi 15 anni. Per quanto riguarda i prodotti fitosanitari si registra, per tutte le principali categorie, una diminuzione degli impieghi complessivi dal 2006-2008 (-30% nel 2012-2014 rispetto al 2000-2002)
mentre crescono in misura rilevante i principi attivi autorizzati per le coltivazioni biologiche. Si tenga tuttavia presente che, in parte, la riduzione della somministrazione di fitosanitari risente della contrazione delle superfici coltivate (nell’intervallo temporale considerato la SAU si è ridotta del 6,5%). La somministrazione di fitosanitari era di 6,34 kg/ha nel 2000-2002; nel 2012-2014 è diminuita a 4,75 kg/ha (-25%).

Conclusioni. La produzione agricola italiana evidenzia generalmente, dal 1990 ad oggi, una contrazione quantitativa, determinata dalla riduzione della superficie disponibile per le coltivazioni (SAU -19,5%), solo in parte compensata dall’incremento della produttività. Migliora l’impatto ambientale delle colture grazie all’espansione dell’agricoltura biologica e alla riduzione degli impieghi dei concimi e dei prodotti fitosanitari. La quota di SAU irrigata decresce fra il 1990 e il 2010 per poi aumentare nel 2013, attestandosi poco oltre il 23% della SAU complessiva. Il patrimonio zootecnico registra un notevole ridimensionamento fra il 1990 e il 2000, soprattutto per quanto riguarda bovini e bufalini e ovicaprini, seguito da una sostanziale stabilità negli anni successivi. Cresce la produzione di latte, a testimonianza di un aumento della resa per capo e decresce sensibilmente la produzione di carni bovine-bufaline e ovicaprine determinando una maggiore dipendenza dall’import. La consistenza e la produzione di carni degli allevamenti suini presentano andamento contrastato pur in un quadro di sostanziale stabilità.

Fonte: Centro studi Confagricoltura

 

Dal 12 al 16 luglio 2017, si tiene a Padova EcoFuturo, festival delle eco-tecnologie e dell’autocostruzione

Dal 12 al 16 luglio 2017 si terrà a Padova, nel Parco Fenice, la quarta edizione di EcoFuturo, il Festival delle EcoTecnologie e dell’Autocostruzione, organizzato con il patrocinio del comune di Padova da una community aggregatesi intorno all’impegno ecologista di Jacopo Fo, che punta a cambiamenti concreti attraverso innovazione tecnologica, scelte negli stili di vita personali e scelte politiche consapevoli e coerenti, a tutti i livelli. Una visione corroborata da un Comitato Scientifico e da un dialogo in rete che coinvolge tutti i Centri di ricerca italiani e alcuni istituti internazionali.

4 giorni di dibattito sulle ecotecnologie, incontri formativi e laboratori per bambini e famiglie gratuiti. EcoFuturo nasce dalla consapevolezza che in Italia esiste un patrimomio straordinario di idee, esperienze e progettualità che coinvolge l’ecologismo in tutte le sue diverse espressioni. Associazionismo, imprese innovative, amministrazioni virtuose, mondo della ricerca e dell’informazione spesso rappresentano delle vere e proprie eccellenze, a livello europeo e in alcuni casi addirittura mondiale. Eppure, paradossalmente, l’ecologismo nel suo insieme appare piuttosto debole, soprattutto perché ancora estremamente frammentato. EcoFuturo si pone dunque l’obiettivo di costruire ponti, di far incontrare fra loro queste eccellenze, dare loro voce e visibilità attraverso una imponente rete di comunicazione e la possibilità di confrontarsi – in una cornice conviviale, creativa e cooperativa – per fare nascere nuove idee e possibili collaborazioni. A questo link è visibile il programma della manifestazione.

Fonte: Parco Fenice

 

 

Martedì 11 luglio 2017 a Gorizia si parla del futuro dell’Unione Europea, possibilità di partecipare su prenotazione

Il consigliere Argav Renzo Michieletto, di Europe Direct Veneto ufficio stampa Veneto Agricoltura, ci rende partecipi di questa iniziativa organizzata dalla Commissione Europea con la collaborazione dei Centri Europe Direct del Nord Est: martedì 11 luglio 2017, dalle ore 18 alle 19,30, nell’ambito del “Dialogo con i cittadini, il futuro dlel’Europa“, si terrà a Gorizia una conferenza dedicata al Libro Bianco sul futuro dell’UEcon la Commissaria europea Violeta Bulc.
Disponibili ancora alcuni posti. L’incontro rappresenta un’opportunità per condividere il proprio punto di vista sui temi trasnazionali e sul futuro dell’Europa. Il Libro Bianco individua i fattori di cambiamento del prossimo decennio e presenta cinque differenti scenari per la possibile evoluzione dell’Unione Europea da qui al 2025. Per facilitare la partecipazione all’incontro, si sta predisponendo un pullman con partenza da Padova (ore 9) e Mestre (9.45). Sono disponibili ancora alcuni posti (viaggio e ingresso gratuiti). E’ necessaria la prenotazione scrivendo a infoeuropa@comune.venezia.it