• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

Studio Confartigianato Imprese Veneto: per la prima volta da 50 anni a questa parte, in Veneto le città crescono più del territorio. Per evitare il rischio “marginalità periferica”, bisogna ripartire dalle Comunità.

da sx Agostino Bonomo, presidente Confartigianato Imprese Veneto e Fabrizio Stelluto, presidente Argav

(di Marina Meneguzzi, vice presidente Argav) Un amante del territorio. Mai definizione fu più appropriata – e la si deve a Bruno Barel, il giurista che ha contribuito alla stesura della legge quadro sul consumo del suolo approvata dalla regione Veneto a maggio 2017 – per descrivere Agostino Bonomo, asiaghese di origine, presidente di Confartigianato Imprese Veneto (sorta nel 1947, 24 sedi nel territorio), da noi insignito nel 2018 con il premio Argav e che abbiamo re-incontrato, come tradizione vuole, in occasione dell’assemblea associativa primaverile lo scorso 15 giugno nella sede di Confartigianato a Vicenza.

Sergio Maset

Una fiorente attività di ricerca condotta dall’associazione. Con lui, sabato scorso c’era il ricercatore Sergio Maset, co-autore insieme a Roberto Cavallo, Luca Della Lucia, Federico Della Puppa, Stefano Micelli, Antonella Pinzauti, Michele Polesana ed Ermete Realacci, della pubblicazione “Ripartire dalle comunità per una crescita sostenibile” che Confartigianato Veneto ha portato all’attenzione dei candidati Amministratori e di tutti i comuni in occasione delle ultime Amministrative. Sfogliandolo, ci si rende conto della preziosità dei contenuti, di grande interesse per qualsiasi amministratore pubblico che abbia a cuore il bene comune.

L’incontro è partito con un confronto sulle trasformazioni del territorio veneto a partire dall’analisi dei flussi residenziali e, sorpresa! Il dato di tendenza è, che per la prima volta da 50 anni a questa parte, i capoluoghi comunali crescono più del territorio. La popolazione, infatti, tende a seguire lo sviluppo economico e questo sta avvenendo in città. Altro punto dolente, non nuovo a dire il vero: viviamo in una società più vecchia e con meno giovani. Il problema, però, non è tanto che ci sia l’invecchiamento, ma che non crescano i giovani, anzi, la proiezione al 2030 dà un’ulteriore decrescita in fatto di presenza giovanile. La sfida, allora, secondo i nostri relatori è di immaginare quali elementi di attrattività si possono mettere in campo per rendere più omogeneo il territorio, città e periferia; bisogna interrogarsi e rispondere a come non essere periferici, dove periferico non sta per non essere centrici bensì non contemporanei, marginali in un mondo sempre più globalizzato.

Realtà da valorizzare. “Dobbiamo voler bene alle nostre aziende e dar loro il giusto valore – ha detto Bonomo -. Chi sapeva, ad esempio, che a Velo d’Astico, un paese da cui non si passa comunemente a meno che non ci si debba proprio andare, ci fosse un’azienda come la Forgital, società storica fondata nel 1873 dalla famiglia Spezzapria, con proiezione internazionale, specializzata nella produzione di anelli forgiati, laminati in acciaio e altre leghe speciali per i settori aerospaziale e industriale? Ebbene, a saperlo è stato un fondo d’investimento americano, che l’ha acquistata a maggio scorso per un miliardo“.

I fenomeni sociali, demografici, economici e ambientali in atto pongono oggi una sfida di innovazione agli enti locali. Ma ecco un estratto dello scritto di Maset: “Passato da 2 a 5 milioni di abitanti dal 1871 ad oggi (+150%), il Veneto ha vissuto diverse fasi, dalla urbanizzazione al policentrismo alla immigrazione sino a ritorno della centralità delle città. Oggi 4 milioni di persone (79%) abitano nell’area centrale da Verona a Venezia dove lavora l’82% degli occupati (1,4 milioni). La contrazione nel numero di micro imprese manifatturiere ha comportato anche una riduzione della dispersione dei posti di lavoro sul territorio che si era osservata nei decenni scorsi, e una tendenza alla concentrazione in alcuni addensamenti produttivi. Il lascito di quella stagione è fatto anche di un consistente numero di capannoni spesso al di fuori di zone industriali significative e meglio collegate. C’è poi un problema di spopolamento e di Comuni piccoli: il 52,7% ha visto ridurre la popolazione residente negli ultimi 8 anni – il 77,9% di quelli nelle due fasce esterne del bellunese e bassa padovana, Rovigo -, il 50,8% ha meno di 5mila abitanti ed ospitano il 14,7% della popolazione mentre l’1% di Comuni con più di 50mila abitanti il 20%. Da un lato i comuni di dimensione minore rischiano un ulteriore processo di marginalizzazione, a seguito dei processi di invecchiamento della popolazione; dall’altro la fascia centrale della regione sembra avviata a un processo di densificazione che comporta, se non ben governata, un’accentuazione di fenomeni quali il consumo di suolo, il traffico automobilistico e una mobilità delle persone crescente all’interno delle aree urbane. Sono processi che evidentemente richiedono e richiederanno uno sforzo di progettualità tra e con le amministrazioni locali, chiamate più che in passato a collaborare tra loro perché i fenomeni in atto attraversano e superano i confini amministrativi e perché trovarvi risposte efficaci richiede una riorganizzazione dell’agire amministrativo. La direzione da perseguire è dunque quella di guardare alla gestione associata dei servizi al cittadino da realizzare in bacini di dimensione inizialmente almeno mandamentale, a partire dai 50 mila abitanti (guardando alla esperienza francese delle comunità di agglomerazione), incardinati intorno ai poli urbani locali”.

Superare la frammentazione decisionale è la chiave di volta. Ha aggiunto Bonomo: “Le tendenze demografiche e i nuovi addensamenti occupazionali pongono problemi inediti per la realtà dei comuni veneti. Anziché indugiare sull’allarmismo, Confartigianato Imprese Veneto ha analizzato la situazione in chiave di “crescita sostenibile” proponendo piste di lavoro che i comuni sono chiamati a valutare e condividere anche valorizzando lo strumento dell’associazionismo. Superare la frammentazione decisionale è la chiave di volta, dobbiamo ripartire dalle comunità per una crescita sostenibile. Denatalità e ambiente richiedono una stagione di intensa e attrezzata collaborazione tra comuni che deve declinarsi su 4 linee: governo del territorio con un coordinamento terzo riprendendo il ruolo delle Province, di aggregazione sui servizi complessi ai cittadini per attrarre giovani e famiglie e aiutare gli anziani, lavorare sulla macchina amministrativa, grazie anche al digitale, per una diminuzione dei costi pro capite senza rinunciare alla rapidità e sburocratizzazione del regime autorizzativo ed infine collaborare per monitorare i bandi UE ed essere da stimolo per partenariati territoriali che intercettino fonti di finanziamento”.

Sabato 9 marzo, in programma alle 9 a Vicenza il terzo ed ultimo appuntamento di “Innovare & competere con l’economia circolare”, organizzato da Confartigianato Imprese Veneto in collaborazione con Argav. Tema dell’incontro, l’acqua.

Le anomalie climatiche e, in particolare, le prolungate e ripetute siccità, impongono un ripensamento della gestione della risorsa idrica e sull’utilizzo dell’acqua anche da parte del sistema economico. Il volume di acqua complessivamente utilizzata come input produttivo dalle imprese manifatturiere in Italia (dati al 2012) infatti, ammonta a circa 5,2 miliardi di metri cubi (21% del totale) e sono necessari in media 8,5 litri di acqua per ciascun euro di produzione realizzata. Serve una azione di ampio respiro che deve passare da un lato per il superamento della logica “emergenziale”, peraltro costosa e di limitata efficacia, investendo nel lungo periodo in un piano strutturale di investimenti e dall’altro attraverso una maggiore cultura nelle potenzialità dell’economia circolare. “Per questo -annuncia Agostino Bonomo, presidente di Confartigianato Imprese Veneto- abbiamo dedicato all’acqua il terzo ed ultimo degli incontri “Innovare & Competere con l’Economia Circolare”, organizzato in collaborazione con Argav e che si terrà domani, sabato 9 marzo, a Vicenza partire dalle 9 nel centro congressi della sede provinciale dell’associazione di categoria.

In Veneto, si perde circa il 40 per cento dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione. Aggiunge Bonomo: “L’“oro blu” come qualcuno la chiama, con una definizione che ne esprime pienamente il valore e il carattere strategico, sarà in futuro un tema sempre più centrale, destinato ad impattare in modo importante nel mondo delle imprese, sia in termini di problematiche connesse con l’uso e il riuso, sia in termini di tecnologie, servizi e prodotti sviluppabili dalle imprese in risposta ai bisogni della collettività. L’acqua, analogamente ai rifiuti e all’energia, su cui abbiamo riflettuto nei precedenti incontri, è quindi una straordinaria leva destinata, anche per effetto dei cambiamenti climatici in atto, a indurre processi d’innovazione e di competitività nel tessuto imprenditoriale”. Come capita sempre più spesso di verificare concretamente, l’acqua è un bene che può diventare scarso rispetto alla richiesta ma, paradossalmente, ne disperdiamo una quantità rilevante. E non è un problema solo del Sud. Anche in Veneto, sulla base dei dati disponibili per il 2015 di fonte ISTAT (dati relativi ai comuni capoluogo di provincia), le perdite ammontano al 37,8% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione, dato vicino alla media nazionale del 38,3%.

Sul fronte del prezzo del servizio, si registra nel Paese una escalation delle tariffe negli ultimi anni. A dicembre 2018 il prezzo al consumo per fornitura dell’acqua in Italia sale del 3,6% rispetto ad un anno prima, a fronte del +1,6% registrato nell’Eurozona. La crescita negli ultimi anni è tumultuosa: tra il 2012 e il 2018 le tariffe in Italia sono salite mediamente del 40,9% a fronte del +15,5% dell’Eurozona, mentre negli ultimi dieci anni sono quasi raddoppiate, con un aumento del 71% a fronte del 31,9% della media Ue”.

Il convegno. “Contrastare l’inefficienza delle infrastrutture e promuovere l’uso razionale della risorsa acqua per presidiare il contenimento dei costi diretti e indiretti connessi, ma anche favorire processi di ricerca, innovazione e crescita nelle imprese. Queste la nostra mission come sistema veneto di Confartigianato -afferma Bonomo-. A partire dalla economia circolare di cui le testimonianze di impresa che ospitiamo al nostro seminario danno dimostrazione concreta: Marco Attisani di Watly, Cosimo Calciano di Revotree e Paolo Montalbetti di Ricotteria Elda, tre storie d’impresa che hanno saputo coniugare con successo ambiente e business, con soluzioni avanzate e innovazione nell’ambito della manifattura e dei servizi, tre esempi da seguire. Senza dimenticare però il quadro normativo che ci verrà illustrato da Ermete Realacci, Fondazione Symbola, Nicola Dell’Acqua, Regione Veneto Direzione Area tutela e Sviluppo del Territorio e Giancarlo De Carlo, Viveracqua. “Interventi -conclude- che ci aiuteranno a capire lo stato dell’arte, la programmazione regionale degli inventimenti e soprattutto rischi ed opportunità della proposta di legge sulla disciplina delle gestioni idriche, prima firmataria Federica Daga dei Cinque Stelle, che approderà nell’aula di Montecitorio il 25 marzo prossimo. Una legge di riforma che, se dovesse passare così come è scritta, fa correre al nostro Paese il rischio che si trasformi in un inatteso macigno sui conti pubblici. Il 97 per cento della popolazione è servito da società a maggioranza o interamente pubbliche (99,7% in Veneto), il ritorno alla gestione diretta comporterebbe la revoca delle concessioni con un costo stimato di 15 miliardi senza contare il ripetersi dello “scenario Tav”: il fuggi fuggi da un Paese che non rispetta i contratti”.

Fonte: Servizio Stampa Confartigianato Imprese Veneto

Export prodotti alimentari e bevande veneti ai massimi storici. Preoccupa però Brexit.

Nel corso del 2018 l’export made in Veneto di prodotti alimentari e bevande conferma il trend di crescita degli ultimi dieci anni collocandosi al massimo storico, con un valore di 2,7 miliardi di euro negli ultimi dodici mesi (da novembre 2017 a ottobre 2018) e con una incidenza del 1,85% del PIL regionale, anch’essa ai massimi. L’export di alimentare e bevande è sostenuto dalla qualità dell’offerta delle piccole imprese e in particolare dell’artigianato che conta il 28,6% degli addetti del comparto.

Secondi solo a Piemonte. “La propensione all’export della nostra regione è straordinaria –spiega Christian Malinverni, presidente della Federazione Alimentazione di Confartigianato Imprese Veneto- e ci vede secondi solo al Piemonte (4,54%) con un indice pari a 4,19% del valore aggiunto. Dato quasi doppio rispetto alla media nazionale 2,28% (propensione calcolata rapportando il valore dell’export con il valore aggiunto territoriale). Seguono Trentino-Alto Adige con il 4,18% ed Emilia-Romagna con il 4,01%. Con oltre 2,7 miliardi di export, in valori assoluti il Veneto è dietro, per una incollatura, alla sola Lombardia (2,9 miliardi), il tutto raggiunto con un numero di imprese e di addetti inferiore ai nostri competitor come Lombardia, Campania, Emilia Romagna e Toscana”.

Effetto Brexit. Nei primi dieci mesi del 2018 l’export di prodotti alimentari e bevande – che rappresenta il 6,7% delle esportazioni regionali – è cresciuto dello 0,4% rispetto allo stesso periodo del 2017. “Un quadro roseo -conclude Malinverni- che rischia però di essere rovinato dal mancato accordo sulla Brexit che mette a rischio oltre 300 milioni di export agroalimentare verso la Gran Bretagna (il 10% del totale) per effetto dei dazi e dei ritardi doganali che scatterebbero con il nuovo status di Paese Terzo rispetto all’Unione Europea. Sarebbe un danno grave in particolare per coloro che producono i 39 prodotti agroalimentari di qualità a denominazione di origine e a indicazione geografica ed i 376 prodotti agroalimentari tradizionali che caratterizzano la nostra Regione”.

Fonte: Servizio Stampa Confartigianato Imprese Veneto

Agostino Bonomo, premio Argav 2018: “Il nostro sogno? Abbattere nel 2019 un capannone al giorno!”

Agostino Bonomo, presidente di Confartigianato Imprese Veneto, premio Argav 2018

Lo scorso 15 dicembre, nelle sala conferenze del ristorante La Bulesca di Rubano (Pd), si è svolta la cerimonia di consegna del Premio Argav 2018 ad Agostino Bonomo, presidente di Confartigianato Imprese Veneto.

da sx Federico Dalla Puppa, Agostino Bonomo e Fabrizio Stelluto, presidente Argav

Il premio è stato attribuito all’organizzazione imprenditoriale per lo studio realizzato dal ricercatore Federico Della Puppa (Studio Smart Land), sulle potenzialità di riutilizzo anche a fini sociali di immobili produttivi e capannoni dismessi oppure sul loro abbattimento con recupero del suolo e “trasferimento” della volumetria demolita in altri siti.

da sx Fabrizo Stelluto e Luigi Perini

Premio speciale. Nel corso dell’evento, è stato premiato per il suo contributo alla professione anche il collega giornalista Luigi Perini, socio Argav di lungo corso.

Riqualificazione urbana e rinaturalizzazione del territorio veneto. Durante l’incontro, Bonomo e Dalla Puppa hanno avuto modo di approfondire l’indagine, realizzata in collaborazione con Regione Veneto, dai cui risultati è scaturito il premio Argav e che quantifica la disponibilità dei crediti edilizi e stima la potenzialità dello strumento che può generare tra i 2,75 ai 6,63 miliardi di euro di giro d’affari in 10 anni, oltre alla rinaturalizzazione del paesaggio che “non ha prezzo” per una regione tourism-intensive.

Dove eravamo rimasti. “Ci siamo lasciati alla fine dello scorso anno con un impegno: iniziare a sdoganare la demolizione dei manufatti irrecuperabili anche alla luce delle potenzialità dei crediti edilizi previsti della legge regionale 11 del 2004. Oggi, in vista della approvazione, da parte della Regione Veneto, del “nuovo piano casa” -che per la prima volta sarà una norma strutturale -, e per dare prima attuazione ai principi contenuti nella legge regionale sul contenimento del suolo, Confartigianato Imprese Veneto si è interrogata sugli strumenti più idonei per coniugare gli aspetti dell’ambiente e territorio con un intervento di recupero del patrimonio edilizio esistente in chiave di efficientamento energetico e riqualificazione dei centri urbani, ma anche delle zone produttive. E lo ha fatto con una nuova originalissima ricerca realizzata da Smart Land (società di ricerca specializzata nel settore), sempre in collaborazione con Regione Veneto”, ha detto Bonomo.

Lo stato dell’arte dei crediti edilizi. “Serviva, infatti – ha continuato Bonomo – prima di tutto quantificare con precisone la presenza dei crediti edilizi sui registri comunali accessibili online per capire se il metodo previsto dalla legge regionale 11/2004 funziona e come potrebbe funzionare con il nuovo strumento normativo proposto dal PDL 402. E’ risultato che 372 comuni su 571 (65%) non hanno un registro e che, dei 199 comuni che hanno reso accessibile online il Registro dei Crediti Edilizi, soltanto 57 hanno al loro interno dei crediti registrati (il 35% dei comuni con il registro accessibile e il 10% dei comuni del Veneto). Dei 57 comuni, il 72% riporta sul proprio registro da 1 a 3 pratiche di crediti edilizi registrati e il 18% da 3 a 6 pratiche. Sono soltanto due i comuni con un numero di pratiche di crediti edilizi registrati superiore a 10. Se si passa poi alla loro quantificazione (numero e volumetrie) emerge che, in totale, in Veneto sono 171 i crediti edilizi per un totale di 572.175 mc. Due su tre sono concentrati nelle province di Verona (31%), Padova e Treviso (con rispettivamente il 24% e il 21% delle volumetrie totali). A Vicenza ricadono il 18% delle volumetrie mentre nella città metropolitana di Venezia appena il 4%; risultano quasi prive le province di Belluno e Rovigo”.

Necessario informare meglio istituzioni e cittadinanza. “Non ci siamo! – ha commentato Bonomo – è evidente che l’adozione del registro on line, pur obbligatorio dal 2004 per i Comuni, sia in realtà troppo limitata. A nostro avviso, serve innanzi tutto che la nuova norma preveda un forte coordinamento della regione definendo uno strumento comune che possa essere applicato da tutti i comuni. Se poi passiamo alla loro quantificazione, siamo di fronte a cifre troppo limitate a conferma che lo strumento è poco conosciuto. È indispensabile prevedere una capillare attività di informazione e formazione verso imprese, cittadini e tecnici comunali”.

Tornando all’indagine, sono stati analizzati gli interventi realizzati con le precedenti norme contenute nel Piano Casa, concentrando l’attenzione sulla componente residenziale, quale destinazione prevalente dei fabbricati oggetto dei suddetti interventi, per verificare, a partire da essi, gli impatti potenziali del nuovo DDL. Dal confronto emerge che, con la nuova legge, viene salvaguardata la possibilità di incrementare le volumetrie esistenti, al pari del vecchio piano casa, ma che per raggiungere i valori massimi di incremento si deve accedere alla potenzialità edificatoria data dai crediti edilizi. Per poter sfruttare il piano casa in futuro, dunque – ha commenta Dalla Puppa – si dovrà pensare all’edificazione come ad un sistema di vasi comunicanti: tanto si costruisce, tanto si demolisce”. “Questa inversione di rotta – ha agggiunto Bonomo – potrà integrarsi perfettamente con una proposta sviluppata da Confartigianato Edilizia, oggi al vaglio della Commissione Europea, sul riuso dei materiali da demolizione (al pari di quanto avviene ad esempio in Svizzera, dove il 75% dei materiali demoliti vengono riutilizzati nello stesso cantiere per le nuove costruzioni) e sul conferimento che non avverrà più in discarica, ma così come già avviene in Francia, potrà avvenire direttamente presso i rivenditori di materiali edili, mettendo finalmente in moto l’economia circolare che rappresenta in sostanza il vero obiettivo della norma”.

Capannoni dismessi. “Questa indagine sui Crediti Edilizi – ha spiegato ancora Bonomo – è diretta conseguenza di quella dello scorso anno sui capannoni e da quella, parte, per valutare l’impatto che si potrebbe avere con un utilizzo massiccio dei crediti su quel patrimonio immobiliare. Nel 2017 abbiamo stimato, nel territorio regionale, 4.570 capannoni dismessi non utilizzabili in mediocre e pessimo stato pari a circa il 43% dei capannoni dismessi totali. Si tratta di immobili di circa 11,9 milioni di mq che, per stato manutentivo e per caratteristiche intrinseche ed estrinseche, non sono più in grado di rispondere al mercato odierno e che quindi necessitano di un intervento di demolizione o riqualificazione. A partire dall’incidenza media della superficie industriale dismessa sita in area impropria calcolata nell’ambito dell’analisi puntuale su 7 comuni individuati (Trevignano, Galliera Veneta, S.Giovanni Lupatoto, Thiene, Mirano, Villamarzana e Sedico), è stato possibile stimare la superficie complessiva produttiva dismessa regionale, potenzialmente in grado di generare crediti edilizi: circa 4,6 milioni di mq (ben 27 volte i crediti edilizi oggi iscritti nei RCE del Veneto). Si tratta di 1.750 capannoni in area impropria da 2.600mq che, una volta demoliti, possono, come si dice in gergo, “decollare” e venire ricostruiti in area “di atterraggio” a cui sommare 2.800 capannoni da 4.000 mq potenzialmente riqualificabili con l’utilizzo del credito. Tutto ciò potrebbe generare un giro d’affari tra i 2.75 e i 6.6 miliardi di euro in 10 anni”.

Necessari incentivi. “Da ciò si desume – ha affermato il leader degli artigiani veneti- quanto sia fondamentale prevedere che i crediti edilizi possano essere generati non solo dalla demolizione di edifici situati in area impropria ma anche poter intervenire in quelli in disuso o pessimo stato di conservazione quindi di fatto inutilizzati. Inoltre, è opportuno prevedere che la legge consenta di potere trasferire il credito edilizio all’interno del territorio regionale per specifiche aree omogene con dimensione sovracomunale. Il progetto di legge -ha precisato – deve coniugare oltre a incentivi di tipo quantitativo anche dei parametri qualitativi per le nuove costruzioni inoltre, è necessario prevedere una premialità per l’utilizzo di materiali generati in un ambito da economia circolare. Infine per poter mettere in moto il meccanismo “demolizione-ricostruzione” siamo convinti che servano adeguati incentivi, attraverso la creazione di un apposito fondo di rotazione, che sostengano le imprese e i comuni nella prima fase di demolizione”.

Dare valore agli abbattimenti. “Abbiamo un sogno o meglio un obiettivo per il 2019 – ha concluso Bonomo-: una demolizione al giorno per rigenerazione, ma ci deve essere la possibilità di farlo in una logica di favorire il recupero, la rigenerazione e il riutilizzo dei materiali da demolizione per la costruzione. Altrimenti risolviamo solo metà del problema. La demolizione selettiva è un vantaggio ma i siti che accettano materiali oggi sono saturi, da qui la assoluta necessità del riutilizzo in luoghi adeguati e le proposte in campo oggi, se attuate, permetteranno una vera innovazione, ovvero l’avvio dell’economia circolare nell’edilizia. Ovviamente non dimentichiamo la riconversione dei capannoni per uso diverso, anche in chiave sociale. Non siamo “contro” i capannoni ma ne vogliamo di nuovi e diversi, abbattendo quelli non più compatibili e convertendo quelli ancora in buono stato e corretto inserimento urbanistico”.

Uragano nel Bellunese, problematico il recupero del legname delle piante abbattute, Confartigianato Imprese Veneto chiede a Zaia l’apertura di un tavolo guida per ridurre dispersioni e privilegi

“Ogni giorno che passa è un piccolo regalo che facciamo agli speculatori! A dirlo è Agostino Bonomo, presidente di Confartigianato Imprese Veneto, che ha scritto al Commissario per l’emergenza Luca Zaia chiedendo l’apertura di un Tavolo Guida che riduca dispersioni e privilegi.

Le problematiche. A tre settimane dalla tempesta di vento e pioggia che si è abbattuta sul Veneto, non è ancora possibile, infatti, fare una conta precisa. Restano le stime di milioni di alberi tra Veneto Friuli e Trentino, di cui circa 1 milione solo in Veneto tra le province di Treviso Belluno e Vicenza, fatte a poche ore dal disastro. Eppure il sistema satellitare europeo Copernicus avrebbe dovuto, in 15 giorni, dare una lettura precisa sia del numero di piante abbattute, della loro localizzazione e soprattutto una mappatura delle tipologie di alberi a terra. “C’è confusione di proposte di scelte da parte dei diversi proprietari, privati o regole che siano -spiega Bonomo -. C’è la pressione speculativa di operatori fuori Veneto (Trentini e Austriaci). Abbiamo chiesto in sede di audizione sul bilancio di previsione 2019 uno stanziamento per interventi a favore della componente produttiva e di stoccaggio. Potremmo anche immaginare di riaprire impianti, di prima lavorazione del legno, chiusi negli scorsi anni”.

Disponibilità del mondo artigianale. Continua Bonomo: “Desidero ribadire la piena disponibilità della Federazione Regionale che presiedo a collaborare sui temi posti dalle conseguenze del maltempo. Come sistema abbiamo già stanziato linee di intervento, per imprese e lavoratori, operate dagli Enti Bilaterali dell’artigianato Veneto EBAV, Edilcassa Veneto e dal sistema dei nostri Confidi che hanno già concordato con gli istituti di credito condizioni di favore per le imprese colpite e la sterilizzazione dei cosi di istruttoria. La Confartigianato Imprese Veneto resta a disposizione, anche con l’apporto che può dare la collega Claudia Scarzanella, presidente di Confartigianato Imprese Belluno e titolare di un impianto di prima lavorazione del legno in Forno di Zoldo”.

Fonte: Servizio stampa Confartigianato Imprese Veneto