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La cultura del fosso/9. Le ricette con i pesci di fosso.

Ecco il nono racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto è scritto da Isacco Gerotto, cuoco “green”, che parla del suo modo di intendere e di fare cucina. In questo caso, ce n’è una fatta col cuore e che ha radici profonde in un vissuto senza artifici.

Ho parcheggiato e camminato non so quanto e non so dove sono, qua…Ma sento un buon profumo, un bel silenzio e l’acqua che va…Io sto bene qui, seduto in riva al fosso, io sto bene qui in riva al fosso (Seduto in riva al fosso di L. Ligabue).

In primavera nel fosso spuntano e crescono nuovi steli dalle piante palustri ed acquatiche, ricompaiono rane e rospi, insetti, uccelli e i pesci dopo il risposo invernale. Sulle sponde inizia un’alternanza di fioriture ed erbette spontanee: carletti, bruscandoli (luppolo), asparagi verdi selvatici…I contadini veneti avevano ben capito la valenza di questo ambiente selvatico, che per secoli ha donato ciò di cui gli uomini avevano bisogno per nutrirsi (pesci, uccelli, erbe).

Il mio divertimento è quello di camminare lungo il fosso e poter cogliere tutto quello che lui mi può dare. In Primavera, in particolare, l’aria è più mite e si possono trovare carletti e bruscandoli (luppolo) che crescono spontaneamente.

Da sempre cucinare pietanze con cibi semplici e naturali del territorio mi ha incuriosito ed affascinato, sono convinto che i piatti più apprezzati siano quelli meno elaborati, non per questo meno prelibati. In cucina ho quindi preparato un risotto all’onda usando riso veronese che più appieno risalta il sapore dei bruscandoli. Con i carletti ho spadellato una “fortaia alla veneziana” (frittata alla veneziana).

La ricerca della tradizione della cucina veneziana e veneta rispecchia il mio modo di cucinare esaltando sapori e gusti del territorio sempre alla ricerca della stagionalità dei prodotti. Con l’arrivo del caldo il fosso ci offrirà anche la schia grigia d’acqua dolce, buonissima fritta con la polentina morbida, il pesce gatto come da tradizione “in broet” (in brodo), la tinga rovessada con il ripieno di pasta da salame cotta al forno. La mia camminata lungo il fosso è finita, al prossimo piatto.

Tinca rovesada alla moda veneta
Ingredienti e dosi per 4 persone
4 tinche da 300/400 gr circa
30 gr di pangrattato
30 gr di Parmigiano grattugiato
3 cucchiai d’olio d’oliva
30 gr di burro
2 spicchi d’aglio
Prezzemolo e rosmarino q.b.
Alcune foglie di salvia
2 acciughe
5/6 capperi
Sale, pepe e farina q.b.

Preparazione
Pulire e sfilettare le tinche, tritare le acciughe, il rosmarino, il prezzemolo, l’aglio e i capperi. Unirli in un composto con il pangrattato, il pepe, il sale e pasta per salami. Stendere il composto sui filetti, passarli sulla farina, dorarli in olio e burro con la salvia e poi passarli al forno per 20 minuti circa.

Pesce gatto in broetto
Ingredienti e dosi per 4 persone
1,3 kg di pesce gatto a tocchi
200 gr di polpa di pomodoro
1 cipolla bianca
3 spicchi d’aglio
1 mazzetto di prezzemolo
2 peperoncini
3 cucchiai d’olio extra vergine d’oliva
1 cucchiaio di aceto
150 ml di brodo vegetale
2 acciughe
Sale e pepe q.b.

Preparazione
Pulire il pesce, eliminare tutte le pinne, soprattutto le più dure e pungenti, la testa, invece, con un coltello pesante. Aprire la pancia e lavare bene sotto l’acqua fredda e corrente, in seguito lasciarlo riposare in uno scolapasta. Successivamente metterlo in una terrina con due litri di acqua fredda, quattro cucchiai da cucina di aceto e un limone tagliato a metà spremuto. Lasciare riposare per mezz’ora circa. Intanto è necessario iniziare la preparazione del sugo. Tritare insieme tutti gli odori fini su un tagliere, oppure usare un cutter. In una casseruola scaldare l’olio e rosolare a fiamma dolce il soffritto con il peperoncino sbriciolato. Aggiungere il pomodoro, poi l’aceto, alzare la fiamma e lasciare sfumare, pepate e salate, aggiungere il brodo bollente e lasciar cuocere per circa 25/30 minuti, finche’ si restringe q.b.. Quando il sugo sarà denso al punto giusto prendere il pesce, scolarlo, tagliarlo a tocchi possibilmente uguali e farlo cuocere per una ventina di minuti e a metà cottura girarlo una sola volta. Lasciare riposare il pesce nella casseruola coperta a fuoco spento. Servirlo con polenta brustolata.

 

La cultura del fosso/7. Chioggia, anni ’60 del secolo scorso, un viaggio in bici tra orti, fossi e laguna

Ecco il settimo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto da Franco Dario, “La descoverta (riscoperta ndr) del fosso, Chioggia, orti, Bosco Nordio“.

Prendere la bici; ritrovarsi fra amici nel tempo libero, pedalare. Andare fuori porta e attraversare il ponte sulla laguna. Strada stretta a dorso di mulo, ombra di platani. Nel vento arrivavano ai sensi colori e aromi diversi. Eravamo circondati dai primi orti. S’entrava nella terra.

Il Ridotto Madonna (sarà poi l’ultima tappa sulla via del ritorno), Brondolo, i bunker della guerra.

Prima decisione: a destra sull’argine che separava (o faceva da tramite?) il fiume Brenta dalle barene lagunari fino al ponte sulla confluenza Brenta/Bacchiglione a Ca’ Pasqua e poi via per la campagna; torre delle Bebe e Valcerere-Dolfina? O a sinistra per attraversare subito il Brenta sul ponte stradale o…su quello della ferrovia (emozione, sguardi incerti, l’orario del treno? Il casellante? Trasgressione?…)?

Ok. Strada (primo affiorare dei principi di precauzione e responsabilità: pensieri “bambini” per le grandi menti di certa pseudotecnologica intelligenza…). Via per Ca’ Lino, orti e campi fino all’Adige; dietro front e dentro al bosco di Nordio, prime case di S. Anna.

Fra questi campi e orti, col variare dell’altezza del sole, s’accendevano strisce di luce: piccoli fossi. Sapevamo di girini, rane, libellule, insettini zampettanti sull’acqua, piccoli fiori, piante galleggianti, vermi, chiocciole, serpentelli, ramarri… Se n’era parlato a scuola quando facevamo i primi passi nelle scienze e nella geografia. E si restava lì silenziosi ad osservare tutta quella vita.

La brezza marina rinforzava e s’orientava fra lo scirocco e l’ostro: suonava la “campanella” del ritorno. Ultima fermata a Ridotto Madonna. C’era un fosso nascosto da una foresta di canne. Si sceglieva quella più adatta per attaccarci filo, piombino ed amo. Poi si pedalava veloci verso casa. Appesi con lo spago al manubrio vibravano mazzetti di papaveri in boccio. Un barattolo d’acqua e il giorno dopo una macchia rossa avrebbe colorato una stanza.

Questo è il ricordo dei fossi un tempo frequentati.

Riprendere, rivivere quelle esperienze, in qualche modo comunicarle è offrirle ancora all’ascolto, alla visione, al desiderio di ritrovare questi “piccoli” tesori.
Se li tolgo dalla dimenticanza sono salvati dall’oblio e ri-nascono come memoria.

La memoria è il tesoro affidato all’eredità.

Erede non è colui che sperpera il dono, ma lo accoglie lo ri-mette in luce, ovvero lo apre a nuove possibilità perché il presente, se consapevole di essere figlio del passato, sia linfa per il suo futuro.

C’è acqua nel fosso, segno, traccia liquida nel terreno. Questo rapporto di compenetrazione e nutrimento fra acqua, terra, aria e presenze vegetali e animali è il fosso, piccolo cosmo di vitalità.

Racconti precedenti: 6, 5, 4, 3, 2, 1

La cultura del fosso/6. Fossi, arterie vitali dell’Italia verde, il racconto del presidente Argav Fabrizio Stelluto

Ecco il sesti racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto dal presidente Argav Fabrizio Stelluto che, rivolgendosi ai più giovani, racconta come i fossi siano l’abc di un rapporto corretto con la natura da vivere con rispetto, un paesaggio armonico ma anche, sicurezza idraulica.

C’è un altro modo di vedere l’Italia ed il suo territorio: è attraverso le centinaia di migliaia di chilometri di fossi, rogge, trosi, scaranti, cavi, scoli… Nomi diversi, tipici della cultura locale, ad indicare un tessuto nervoso del Paese o meglio il reticolo sanguigno, che tiene vive le campagne da Nord a Sud dell’Italia, isole comprese.

Siamo abituati distrattamente a vederli accanto, lungo strade oggi asfaltate o magari nascosti sotto improvvide piste ciclabili, ma concorrono a rispondere ad una domanda tanto elementare quanto mai posta: dove va a finire la pioggia? Dai campi, grazie ad apposite pendenze, termina nei fossi, destinati via via ad ampliarsi fino a diventare canali e fiumi, fino al mare; in città, finisce nei tombini, poi nelle fognature, quindi ai depuratori ed infine, trasportata dai canali di bonifica, defluisce anch’essa nelle acque marine.

In questo straordinario viaggio, i fossi sono fiumi in miniatura, storicamente usati anche come riserva alimentare (non a caso, nel Veneto Orientale, esistono barche a fondo piatto, chiamate “saltafossi”) ed oggi crogiuolo di biodiversità.
Ho abitato in Piemonte e lì le rogge erano regno delle rane, ma anche delle tinche, pesce allevato nelle risaie allagate anche come antidoto al proliferare delle zanzare, delle cui larve sono ghiotte: un autentico ecosistema.

Oggi la presenza dei gamberi di fiume è, ad esempio, un importante bioindicatore di salubrità ambientale, così come la presenza di tritoni, piccoli “draghi”, minacciati dalle cosiddette specie aliene che, in realtà sono specie quantomai terrene, ma invasive, trasportate in Italia dalla globalizzazione e, più spesso, dall’insipienza umana. All’epoca è stato così per molti odierni abitanti dei fossi: le nutrie (per farne pellicce di castorino), i gamberoni della Louisiana (destinati, con poca fortuna, alle nostre tavole), le tartarughe americane (importate per gli acquari). Oggigiorno, un pericolo si chiama “poligono del Giappone”, una pianta acquatica arrivata chissà come, ma dalle radici talmente potenti da sgretolare i sostegni dei ponti.

Il fosso, insomma, è un corpo vivente, soggetto alle conseguenze dei cambiamenti climatici e, proprio per questo, quantomai bisognoso di attenzione a partire da tutti noi. Chi ne ha uno vicino a casa non deve guardarlo come un ricettacolo di problemi magari da tombinare, ma deve provvedere alla sua pulizia, nel caso richiedendo l’intervento del Consorzio di Bonifica. I fossi sono l’esempio di come si sia persa la cultura del territorio; sono una delle prime “invenzioni” dell’uomo, che li utilizzava per segnare i confini, ma soprattutto per evitare che i terreni rimanessero allagati ad ogni pioggia. La crescente urbanizzazione ne ha poi fatto dimenticare la funzione, nascondendoli sotto lastre di cemento ed asfalto: una camicia di forza, che non resiste, però, alla violenza delle acque con i risultati, che tutti conosciamo.

Se ben tenuto, altresì, il fosso può diventare una macchia floreale lungo le sponde ma, soprattutto, una valvola di sicurezza in caso di piogge insistenti, perché fondamentale nello sgrondare le acque. La violenza assunta dagli eventi atmosferici (piove in maniera più concentrata nel tempo e nello spazio) rende talvolta insufficiente la capacità dei fossi, che forzatamente tracimano; non colpevolizziamoli, però, perché fanno il loro dovere fino in fondo; facciamo in modo altresì che siano sempre “in forma”, cioè puliti e integri, per assolvere in pieno al loro compito.

Inoltre, frequentiamoli di più, osservandoli col cambiare delle stagioni: per i più giovani, sono l’abc di un rapporto corretto con la natura da vivere con rispetto. Per i più grandi sono un supermercato spontaneo di aromi per la cucina, che trovano quintessenza nelle erbette primaverili. Infine, il fosso ha un’ulteriore, fondamentale funzione: “disseta” le campagne, trasportando l’acqua per l’irrigazione.

Si è usi dire che, grazie alla ricerca, si può fare agricoltura senza la terra (le culture idroponiche, ad esempio), ma non senza gli apporti idrici. Siccome dalle colture dipende la nostra alimentazione, a questo punto l’equazione è semplice: il cibo è irriguo ed il fosso ne è un’asse portante.

Precedenti racconti: 1, 2,3, 4,5

La cultura del fosso/5. Un racconto nel dialetto della Bassa Padovana.

Ecco il quinto racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto in veneto da Orazio Bernardini, si intitola “Scao e schia, viajo par fossi da i arzarini a brusaure“.

Da puteo, partivo da i Arzarini, frassion de Brusene nea provincia de Padoa e caminando drio el fosso dea strada che n’dava verso ea ceseta de i Arzarini par ‘ndare a catare me nono Nadae.

Passavo davanti ea botega de Vidae (osteria e generi alimentari della Famiglia Vidale n.d.r.), pa che i tempi na roba grande, anca se solo de venti metri quadri. Prima de rivare a ea ceseta dei Arzarini, giravo a sinistra dove ghe stava i Toni Calo (Famiglia Ancona n.d.r.). Passavo el ponte del Scao (Scolo Altipiano n.d.r.), on fosso grande che ghe coreva tacà na stradina longa che no ea finiva mai, rivavo in fondo dove ghe stava ea Nea (Famiglia … n.d.r.).

Qua catavo on troso e girandoghe torno rivavo ai campi del nono Nadae Piseo (Natale Picello n.d.r.). Ghe jera na caresà longa co, parte pa parte dei ragi de vegne. In fondo catavo on ponteseo de piere, fato a volta, che me portava in corte dea casa Granda co’ i porteghi dove i meteva i cari pieni de fen. Casa granda. Cusina granda. Gran fogoearo co’ el caliero sempre pronto par far ea poenta. Me nono Nadae gheva on gran orto che confinava co ea Schia (Scolo Schilla n.d.r.). Anca questo on fosso grando. Ma pi picolo del Scao. E da rente ghe jera el loamaro e dee gran piante de nogara e parfin na vegna de ua moscata.
Me nono Nadae gaveva tanti fioi, diese vivi e tre morti picinini, che in tuti i saria sta ben tredese.

Me ricordo ben me zia Maria Piseo che, rivà a i tenpi nostri ea ga vissuo pi de 90 ani. So mario Joanin “Frapiero”, me zio, eo ciamavo roccia, parchè grande e forte. I gaveva on fioeo che se ciama Efrem e che desso dirissimo che’l sia vivace ma aeora se diseva che el fosse “discolo”. E me ricordo, ma podaria sbaliare vista ea me età, che a diese ani, par indrissarlo i lo ga mandà in coejo a Possagno. Cossi el xe “vegnù ben”.

Staltro me cùgin, che me ricordo, el se ciama Redento, fiolo de me barba Anselmo Piseo e dea Rina de i Toni Calo e questo el xe deventà on gran intenditor de vin. Mi so deventà vecio, vago verso i 80, ma so’ contento. Speta, speta, me desmentegavo: el di’ del Santo Nadae me nono, che el se ciamava Nadae parchè proprio in ch’el dì el jera nato, el me dava ea mancia disendome “daghei a to mama (Elena Picello n.d.r.) che ea te toga i noni”, cussì jera ciamà na specie de pantofoe, on gran lusso pa chei tenpi! Tenpi che ‘ndavo scuoea: prima, seconda e tersa tuti insieme. In te na camara de na casa. Da Vido ai Arzarini. Ogni puteo, da casa, se portava na soca pa metarla in te la stua par scaldarse.

E par gabineto… el fosso fora dea porta! Ragassi. Forsa e corajo. Ea andarà tuto ben. Ma bisogna canbiare registro, a incominsiare da inquinare de manco.

Chi desiderasse leggere i racconti precedenti, ecco i link: racconto 1 ,  racconto 2 racconto 3, racconto 4

 

La Cultura del Fosso/2. Un equilibrio naturale da ripristinare e rispettare.

Ecco il secondo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Titolo di questo secondo racconto, scritto da Adriano Smonker: “ll fosso in tutte le sue componenti rappresenta una dimensione da recuperare, essendo una vera miniera della biodiversità“.

Primavera dintorno brilla nell’aria, e per li campi esulta, sì ch’a mirarla intenerisce il core… Così Giacomo Leopardi nella poesia “Il passero solitario” che tutti abbiamo studiato da piccoli. Confesso che ancora adesso, che di anni ne ho più d’uno, ogni volta che si affaccia all’orizzonte la primavera mi vengono in mente questi bei versi, assieme alla visione di me bambino che costeggia la strada sterrata di via Giorato per andare a scuola nell’ex Municipio di Ponte San Nicolò (in provincia di Padova, ndr), lungo il fosso costellato già dai primi crocuse dalle prime violette. Eh si, mi vien da sospirare: c’era una volta il fosso… proprio come nelle favole, e mi vien quasi da commiserare i bambini di oggi che non l’hanno conosciuto.

Cosa mai può sapere, infatti, un bambino nato in questa nostra èra ultramoderna e super tecnologica, delle bellezze che si celavano dentro ad un umile fosso, dove il nonno giocava a rimpiattino d’estate e slisegava (scivolava ndr) sul ghiaccio con le sgalmare (tipo di zoccolo, ndr) chiodate d’inverno? Un tempo erano i fossi i veri luna park di noi ragazzi, con le loro rive ombrose piene di nidi, di richiami, di cori di raganelle la sera, e gli intricati canneti dove si mimetizzavano guardinghi ogni sorta di uccelli acquatici e le grandi pozze dove pescavamo a mani nude. Mi dite, per favore, dove sono finiti i fossi? Ebbene sì, purtroppo in gran parte sono scomparsi, seppelliti sotto montagne di cemento per farne marciapiedi, intubati come ammalati in fin di vita dentro enormi condotte, inquinati dai diserbanti o coperti da orribili teli neri di plastica per soffocarli del tutto fin nelle profondità. Un De profundis vero e proprio da funerale di prima classe.

Eppure, quanti proverbi e quante canzoni popolari ne decantavano la bellezza e la salubrità come fossero dei piccoli angoli di paradiso! La bela la va al fosso/ ravanèi, remulass, barbabietui e spinass/ tre palanche al mass/ La bela la va al fosso/ al fosso a resentar… (Sì, provaci oggi, a resentar!). Nel ferrarese si diceva che: a San Valentin el luth (il luccio) mena el codin. Da noi, ironicamente, si malignava: chi nasse tacà a on fosso, spussa sempre de freschin (chi nasce vicino ad un fosso, puzza sempre di pesce, ndr). E ad un cristiano poco osservante: basa sto Cristo o salta sto fosso. E via discorrendo. Altri tempi davvero.

I nobili della Serenissima che investivano fior di zecchini sulla terraferma ben sapevano dell’importanza dei fossi e relative canalizzazioni e, prima ancora di costruire le loro spaziose dimore, da bravi veneziani pensavano innanzitutto a sistemare i corsi d’acqua. Ancora oggi molte di quelle terre dissodate recano i nomi dei Contarini, dei Gradenigo, dei Priuli, dei Barbarigo, dei Pesaro, dei Grimani, assieme a quelle splendide fattorie agricole che sono state le loro ville, circondate da “Barchesse” spaziose per la raccolta dei prodotti dei campi. E lo stesso facevano i monaci e i numerosi Ordini religiosi maschili e femminili che pullulavano nel nostro territorio, con tanto di chiese, conventi e abbazie di prim’ordine. Pure il Prato della Valle, se ci pensate, fu bonificato da un veneziano, il Provveditore Andrea Memmo, che si inventò la famosa canaletta di scolo attorno all’isola “Memmia” appunto, per lo scorrimento delle acque.

Il fosso dunque, in tutte le sue componenti rappresenta una dimensione da recuperare nelle nostre campagne, essendo una vera miniera della biodiversità, un microcosmo insostituibile sia per la flora che per la fauna. E pare lo abbia capito finalmente anche la Regione Veneto che, se prima incentivava le colture intensive con l’abbattimento dissennato di alberi e siepi e l’interramento dei fossati per ampliare i campi arativi ora ne promuove il ripristino. In Normandia questo tipo di territorio lo chiamano “Bocage”, boschetto, un misto tra prato, bosco, terreno agricolo e prativo, con tutti i vantaggi che ne conseguono dal punto di vista sia ambientale che turistico.

Per la flora del fosso, sono tre le sezioni da osservare: la parte sommersa nell’acqua, dove radicano le ninfee e le piante palustri come l’iris, che svolgono attività di fitodepurazione; quella di superficie, dove si possono formare dei veri tappeti verdi di microalghe e di felci; quella di sponda dove crescono i fiori e ogni tipo di erbe e di piante, come l’equiseto e la valeriana. Per non parlare della fauna: nel fondale melmoso (il culo del fosso) proliferano ogni sorta di batteri, di anellidi, di larve e di molluschi; nell’acqua corrente vivono piccoli crostacei come le schie, edinsetti come le libellule, le zanzare, i ragni d’acqua (chiamati anche gerridi, dalle lunghe zampe per pattinarvi sopra) assieme naturalmente ai pesci, che sono dei vertebrati predatori, come le raìne, le tinche, le alborelle, i lucci e il pesce gatto.
Un mio coetaneo mi ha raccontato che una volta, d’inverno, quando l’acqua dei fossi era bassa e ghiacciava, poteva addirittura capitare che qualcuno di questi pesci rimanesse intrappolato nel ghiaccio e passasse così dal… frigorifero alla padella, per la gioia di un’intera famiglia. Tanta era la fame a quei tempi.

A metà strada, infine, fra l’acqua e la riva se la spassano gli anfibi come le rane, i rospi, i tritoni, simili alle lucertole. Senza contare gli alberi che crescono lungo le sue rive come il salice, l’ontano, il sambuco, il giunco, rifugio di infinite varietà di uccelli: merli, tordi, pettirossi, capinere, cince, fringuelli e relativi predatori come le civette. E’ la famosa “piramide ecologica” di cui tanto si parla e che si conclude con i mammiferi, dal tasso ai ricci, ai mustelidi come la donnola e la faina, così comuni un tempo nelle nostre campagne e flagello dei pollai.

Ecco, è tutto questo equilibrio naturale, fragile e delicato, che noi dobbiamo cercare di ripristinare e rispettare se non si vuole che una specie prevarichi sull’altra, a danno delle più deboli che possono persino essere estinte per sempre.

Per chi volesse leggere il primo racconto, può farlo a questo link

Da oggi, anche nel nostro sito i racconti sulla cultura del fosso raccolti dall’Associazione Wigwam per il progetto “Comunità Solidali e Sostenibili”

Da oggi iniziamo a pubblicare settimanalmente dei racconti che l’associazione Wigwam ha raccolto nell’ambito della didattica de “La Cultura del fosso”, progetto educativo 2019-2020 “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. A Wigwam, e ad Efrem Tassinato che la presiede, va il nostro grazie per la gentile concessione degli scritti, preziose memorie di un tempo che, confidiamo, possa tornare, anche se in modo diverso.

Iniziamo dal racconto di Antonio Giraldo, “I fossi di scolo – La poesia di un umile fosso, un universo di biodiversità che fa ritrovare il senso vero della vita“.

Ho molti ricordi dei fossati nel mio essere bambino. Qui, dove abito ancora, era tutto un intreccio di fossi più o meno pieni, anche d’estate… Ricordo l’acqua che sembrava sorgiva da tanto limpida. Era corrente, con dentro, vari tipi di pesce, guizzanti e pieni di energia. Quando ancora non c’erano tutti questi divieti, seguivo mio padre che andava a rane, di notte. I fossi ne erano pieni e al calar della sera si udiva un coro, alternato o a tempo unisono… era bello ascoltarle. O quando era in arrivo un temporale, allora erano più insistenti e annunciavano la pioggia. Dai fossi uscivano anche i molteplici rospetti, che quando pioveva saltellavano ovunque destando allegria.

Mi ricordo le tante tartarughe con al seguito le tartarughe piccine con il loro camminare un po’ impacciato, che si rovesciavano al minimo filo d’erba un po’ più robusto. Allora la mamma tornava indietro a rigirarle. I ramarri, fermi fra l’erba a godersi il sole, destavano curiosità e nel contempo tenerezza.

Quante volte ho passato i pomeriggi all’ombra degli alberi lungo il fosso. Seduto ammiravo la meravigliosa natura e sospiravo perché ne comprendevo la grandezza. Immagini, visioni di altri tempi, quando bastava poco per essere contenti. I fossi, allora, venivano puliti e se non potevano i proprietari, ci pensavano le autorità comunali con l’impiego di persone a casa dal lavoro. Il fondo del fosso era pulito, sempre e le sue rive abbondavano di alberi che poi sarebbero serviti come combustibile d’inverno.

Ricordo che quando andavo, con la mia biciclettina rossa, a scuola comunale, (dove ora sono le medie) per arrivare fino in piazza, due profondi fossi laterali mi accompagnavano fino a dove ora c’è il bar e i magazzini Livio. Un po’ dappertutto c’erano i fossi, necessari per il defluire delle acque che, partendo dalla piazza, venivano convogliate fino allo Scolo e da lì, fino alla Schilla. Certo i fossi riportano anche immagini tristi quando nel 1966 arrivò l’alluvione. Ma anche in quel contesto ebbero la loro parte importante perché basta pensare a cosa sarebbe accaduto se non ci fossero stati… l’acqua sarebbe stata più alta e non ci sarebbe stato modo di farla defluire in fretta.

Anche oggi, nonostante il progresso e l’evoluzione, i fossi sono ancora importantissimi. Il vivere odierno, per svariati motivi, ha portato al loro riempimento, con tubi e fessure, per fare defluire l’acqua e quindi lo spazio riservato alla stessa non è più quello. In questo tempo è cambiato un po’ tutto, noi per primi. Non ci sono più tartarughe sulle rive dei fossi, né rospi, né rane. Il loro posto è stato preso dal granchio rosso della Louisiana.

Che bello sarebbe potere ancora udire quel gracidare sul far della sera e vedere i girini guizzare nei fossi, nell’acqua per la quale avevamo il rispetto più profondo essendo, essa, parte di noi, del nostro cibo, della nostra sete quotidiana, della nostra pulizia. I fossi, i fossi… dove vivo tuttora ne sono circondato ma è tutto un po’ lasciato andare come accade quando si vive senza amore.

22 marzo 2020, in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua, Wigwam e 9 comuni del Padovano insegnano ai giovani la cultura del fosso

Oggi, domenica 22 marzo, in occasione della Giornata mondiale dell’Acqua, ricorrenza istituita nel 1992 dalle Nazioni Unite in occasione della Conferenza di Rio per ricordare a tutto il mondo l’importanza di questa risorsa, 9 comuni del Padovano – Arzergrande, Bagnoli di Sopra, Brugine, Casalserugo, Legnaro, Ponte San Nicolò, Sant’Angelo di Piove di Sacco, Vigodarzere e Vigonza – insieme a Wigwam lanciano l’iniziativa “La cultura del fosso e il rispetto dell’acqua“.

A chi è rivolta. Soprattutto a bambini e ragazzi, l’iniziativa invita a realizzare un elaborato che descriva, narri, documenti il valore ambientale e/o storico, culturale dei fossi del territorio e dell’importanza dell’acqua attraverso parole, immagini e pensieri. Viene lanciata anche la proposta di arricchire terrazzo o giardino di orticelli, aiuole pensili e raccolta di acque piovane per le piccole irrigazioni con materiali di riciclo. Un compito da svolgersi a casa a cui seguirà, quando i tempi lo consentiranno, da un’escursione all’aperto.

Regolamento. Raccolta dei lavori entro il 30 Maggio 2020; a tutti sarà riconosciuto un attestato di partecipazione; gli elaborati migliori comporranno una pubblicazione presentata in un convegno intorno al 10 Settembre; il progetto, per Wigwam, è coordinato da un gruppo di operatori (Anita, Luca e Irene) che daranno supporto tramite la pagina FB Wigwam Green Children; info: direzione@wigwam.it | WhatsApp +39 333 3938555.

L’attività si inserisce nel progetto “Comunità solidali e sostenibili”, che ha per capofila l’associazione Wigwam Aps Italia ed è realizzato con il sostegno con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nonché dalla Regione Veneto.

Fonte: Comune di Arzegrande/Legnaro

 

 

Agroalimentare di qualità e sostenibilità edile ed ambientale al centro della visita odierna dei soci Argav nel Padovano e dell’incontro serale al Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (PD)

Oggi, venerdì 29 marzo 2019, nel primo pomeriggio, i soci Argav faranno una visita di aggiornamento professionale a due realtà aziendali del Padovano: dapprima Merryday, innovativo format che coniuga ristorazione di qualità e spesa tradizionale con consegna a domicilio, in seguito Manens-Tifs, azienda leader mondiale nel campo dell’ingegneria e della sostenibilità edilizia. Il ritrovo dei soci è previso alle ore 13:30 in via dell’Industria 62/3, sede di Merryday, cui seguirà la presentazione aziendale, visita al magazzino e focus sulla spesa on-line, visita alla cucina e focus sulla gastronomia a domicilio. Verso le 15:30, i soci si trasferiranno in corso Stati Uniti 56, nella vicina sede di Manens-Tifs, dove visiteremo la sede, costruita secondo i principi della sostenibilità energetica e conosceremo alcune delle loro realizzazioni – in Arabia Saudita stanno realizzando “cittadelle della sanità” sostenibili ed hanno operato anche su edifici storici, come la Basilica Palladiana a Vicenza -.

Di sera, al Wigwam. La tradizionale conviviale mensile nel circolo di campagna ad Arzerello di Piove di Sacco (PD) avrà inizio verso le 19. Moderato dal presidente Argav Fabrizio Stelluto, l’incontro vedrà ospiti: Laura Teruzzi, responsabile pubbliche relazioni Pasticceria Giotto del carcere di Padova per presentare il nuovo prodotto dolciario “Veneziana al grano franto”, Gianmaria Riva e Franco Menazza, rispettivamente presidente e direttore Unione Generale Coltivatori Venezia, per parlare delle prospettive della coltivazione del melograno, Diego Florian, direttore “FSC” per parlare di gestione sostenibile delle foreste, Giorgio Gobbo, cantautore folk per presentare il suo primo CD da solista “Nettare dell’estate”, Elisa Cappellari, psicologa, per un report sulle esperienze di cultura ambientale dell’iniziativa “La cultura del fosso”, Davide Gionco e Maurizio Torti, rispettivamente segretario generale e direttore responsabile della testata “Sovranità popolare”, per presentare questo nuovo movimento per il perseguimento del bene comune ambientale nelle comunità locali e Paolo Barbiero, titolare frantoio Valnogaredo per fare il punto sull’olivicoltura dei Colli Euganei (PD).