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Alimentazione, il Trentino-Alto Adige studia una versione alpina della dieta mediterranea

Nel 2060 oltre il 20% della popolazione di Tirolo, Alto Adige e Trentino avrà più di 65 anni e, attualmente, più del 50% degli 1,8 milioni di abitanti dell’euroregione è sovrappeso e quasi il 20% obeso. Poiché dieta e stili di vita sono e saranno centrali per la salute della popolazione, i principali centri di conoscenza dei tre territori – Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (TN), coordinatore del progetto, insieme alle aziende per i servizi sanitari di Trento e Bolzano, le Università di Trento, Bolzano, Hall e Innsbruck, i centri di ricerca Laimburg ed Eurac di Bolzano, oltre alle tre Province e al GECT Euregio -, hanno deciso di collaborare per gettare le basi scientifiche di nuovi approcci pratici contro obesità e malattie croniche.

Il progetto triennale EFH (Environment, Food & Health), che sarà finanziato in maniera uguale dalle tre Province con un totale di 1,2 milioni di euro su tre anni, si basa su tre pilastri: l’attivazione di circa 12 percorsi per giovani ricercatori tra dottorati e tirocini post-laurea, la realizzazione di una serie di seminari per i portatori di interesse e i decisori politici e, infine, il rafforzamento di un network di ricerca in grado di attrarre risorse pubbliche e private.

Nello specifico, la rete scientifica di EFH cercherà innanzitutto di sviluppare un’accurata analisi costi-benefici dell’impatto ambientale ed economico del settore agroalimentare locale e delle qualità nutrizionali del cibi ad oggi maggiormente consumati. Inoltre verrà progettata una versione alpina della dieta mediterranea che conservi la composizione nutritiva ed energetica della piramide mediterranea, ma declinata con cibi locali di qualità, compresi i prodotti lattiero-caseari regionali.

Risparmio e ricerca. Gli stessi prodotti avranno un ruolo importante nello studio “Fastmob”, che indagherà la risposta del corpo alla perdita di peso indotta da una dieta mima-digiuno. Attraverso il regime alimentare Fastmob si punterà a migliorare la salute metabolica, ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e aiutare le 120 persone obese coinvolte nel test a mantenere la loro perdita di peso nel lungo termine. In conclusione, il progetto EFH permetterà un notevole risparmio in termini di costi sanitari legati ad obesità e cronicità, selezionerà nuovi alimenti funzionali e valorizzerà gli attuali cibi ad alta qualità nutrizionale, dalla mela ai piccoli frutti, passando per asparagi, trota e cereali integrali, supportando un adeguato ritorno economico sia per l’agricoltura sia per l’industria alimentare in Trentino, Alto Adige e Tirolo.

Formare gli specialisti del futuro. “Con questo progetto, nato dall’intuizione del gruppo di lavoro guidato dal prof. Fulvio Mattivi, valorizziamo un’area cruciale della ricerca di San Michele, già premiata dai risultati della valutazione nazionale ANVUR”, ha spiegato il presidente della Fondazione Edmund Mach, Andrea Segrè. “Grazie ad EFH, la Fondazione farà rete con tutti i player euroregionali della nutrizione. Alla base dell’iniziativa c’è la scuola di dottorato: ciò significa che la nostra squadra punta tutto sul vivaio, sui giovani, formando gli specialisti del futuro nel campo della nutrizione. Siamo infatti consapevoli che quella che ci apprestiamo a disputare è una delle partite più importanti per la salute pubblica”.

Fonte: Servizio Stampa Fondazione Edmund Mach

Trentino. Accordo tra pubblico-privato per uno sviluppo del territorio più sostenibile

La Fondazione Edmund Mach (FEM) e la Comunità Rotaliana Königsberg hanno sottoscritto una convenzione quadro di collaborazione per uno sviluppo più sostenibile del territorio della Piana Rotaliana, in Trentino.

Le iniziative. Riguardano la mobilità sostenibile e la sicurezza stradale, la realizzazione di progetti didattici ed educativi, inclusa la realizzazione di attività a favore del territorio nella filiera agroalimentare, ambientale e forestale. A ciò si aggiungono iniziative congiunte nell’ambito della certificazione Family audit, recentemente ottenuta da FEM a favore dei propri dipendenti, con l’obiettivo di sviluppare una rete territoriale “family friendly” per i cittadini che vivono in Piana Rotaliana.

Un’azione sinergica per lo sviluppo del territorio. “Da questa convenzione con la Comunità Rotaliana-Königsberg nasceranno numerose iniziative legate alle tre anime di FEM, ovvero alla formazione, alla consulenza e alla ricerca. L’accordo con un ente locale che geograficamente è il nostro “vicino di casa” rafforzerà ulteriormente il legame della Fondazione con il territorio che la ospita. Da parte nostra mettiamo a disposizione tutte le nostre conoscenze e competenze negli ambiti dell’agricoltura, dell’alimentazione e dell’ambiente. Credo infatti che proprio partendo dalla sfide che ci toccano più da vicino si possa poi arrivare a proporre delle soluzioni che abbiano anche ricadute globali”, ha detto il presidente FEM, Andrea Segrè.

La Comunità Rotaliana-Königsberg è una comunità di valle della provincia autonoma di Trento. È stata istituita con la legge provinciale n°3 del 16 giugno 2006 e comprende 8 comuni, prima facenti parte del comprensorio Valle dell’Adige.
Il presidente Gianluca Tait spiega: “Siamo convinti che le collaborazioni tra enti, istituzionali e privati, siano strategiche e fondamentali per il nostro territorio. La sottoscrizione dell’accordo con la prestigiosa Fondazione Edmund Mach e la Comunità Rotaliana-Königsberg è un punto di partenza, un’importante occasione per mettere in campo sinergie e iniziative comuni che vedono i nostri enti, seppur con competenze diverse, operare al servizio della nostra gente. Il confronto su tematiche sociali, ambientali, paesaggistiche e scolastiche, nonché legate al delicato tema delle pianificazioni territoriali sarà terreno fertile nel quale far crescere e raccogliere i frutti dell’impegno e dell’intesa raggiunta tra le nostre due realtà”.

Sul fronte della mobilità sostenibile si intende favorire l’utilizzo della bicicletta nella Piana Rotaliana nonchè per gli spostamenti interni alla FEM. In particolare la Comunità Rotaliana-Königsberg, su delega della Provincia Autonoma di Trento, ha installato 8 nuove ciclo stazioni nei territori dei Comuni di Mezzocorona, Mezzolombardo, San Michele all’Adige ed all’interno della Fondazione Mach, collegate al sistema “Bike sharing trentino e.motion”. La Fondazione Mach, da sempre attenta ai temi della sostenibilità ambientale, ha aderito pertanto al Progetto Bik Sharing promosso dalla PAT con una stazione di sgancio collocata all’interno del Campus.

Sul fronte formativo si evidenziano le attività inerenti la sicurezza stradale, in particolare per la guida sicura delle automobili e dei trattori con corsi di formazione che si sono svolti in FEM col coinvolgimento di circa 300 studenti.
La Fondazione Edmund Mach ha ottenuto recentemente il rilascio del certificato base Family Audit, strumento manageriale per l’adozione di politiche di gestione del personale orientato al benessere dei dipendenti e delle loro famiglie. Ebbene, ora si fa un passo in più. Con la comunità di Valle Rotaliana saranno messe a punto azioni ed eventi attente alle esigenze delle famiglie che vivono in Piana Rotaliana.

Fonte: Servizio Stampa FEM

Vino santo trentino, identificata una difesa naturale dalla botrite

uve Nosiola per Vino santo trentino, sperimentazione

uve Nosiola per Vino santo trentino, sperimentazione

Il Vino santo trentino potrà diventare un prodotto ancora più sostenibile grazie al risultato di una sperimentazione condotta dalla Fondazione Edmund Mach, pubblicata in questi giorni sulla rivista scientifica “European Food Research and Technology”, che ha valutato la potenziale applicazione di microrganismi isolati da uve di Nosiola, poste in appassimento per la produzione di Vino santo trentino, come agenti naturali di bio-controllo per fronteggiare alcune avversità  dell’uva, come la Botrite.

L’evoluzione dei microrganismi in aiuto della qualità delle produzioni. Secondo gli esperti di San Michele l’applicazione di questi ceppi in fruttaio o in vigna, soprattutto nelle ultime fasi della maturazione, potrebbe contribuire a ridurre l’incidenza dei danni da Botrite quando i comuni trattamenti anticrittogamici non sono più praticabili. La sperimentazione è stata condotta da Raffaele Guzzon e Roberto Larcher del Centro di Trasferimento Tecnologico in collaborazione con Elena Franciosi  del Centro di Ricerca e Innovazione. “L’idea che ha guidato la sperimentazione –spiega Guzzon- è che microrganismi che siano cresciuti in un ambiente dove comunemente è presente Botrytis cinerea, sebbene in forma di “muffa nobile” si siano evoluti attivando dei meccanismi di autodifesa e inibizione verso questa muffa, utili per prevenirne lo sviluppo in contesti dovela Botrite rappresenti un rischio per la qualità delle produzioni”.

Uve di Nosiola, fonte di biodiversità. Il lavoro è stato svolto in collaborazione con quattro cantine trentine che hanno fornito le uve nel 2010 ed ha previsto la caratterizzazione molecolare e fisiologica della microflora isolata sulle uve in appassimento, giungendo all’identificazione di alcuni ceppi di lievito con una potenziale attività di bio controllo controla Botrite.Ne deriva che le uve tradizionali, comela Nosiola destinata alla produzione di vin santo trentino,  rappresentano una interessante fonte di biodiversità le cui possibili applicazioni appaiono ad oggi promettenti e quanto mai attuali. I numeri della sperimentazione: cantine coinvolte: 4;  Campioni di uve analizzati: 40;  Durata ricerca: 3 anni;  Microorganismi identificati e testati come agenti di bio controllo: 19;  Ricercatori e tecnici coinvolti: 6.  Pubblicazione scientifica, titolo e autori: European Food Research and Technology, “A new resource from traditional wines: characterisation of the microbiota of “Vino Santo” grapes as a biocontrol agent against Botrytis cinerea”,  Guzzon, R.; Franciosi, E.; Larcher, R. Research and Innovation Centre (2011-). Food Quality and Nutrition Department Technology Transfer Centre. Experiment and Technological Services Department (2012- )

(Fonte: Fondazione Edmund Mach)

 

 

Conservazione del vino, 6 mesi in casa paragonabili a due anni in cantina, la temperatura (sbagliata) la causa dell’invecchiamento precoce

bicchiere_di_vinoChe il vino si conservasse meglio in cantina piuttosto che in appartamento già si sapeva. Ma ora dalla Fondazione Edmund Mach arriva un’importante conferma scientifica che spiega perché e quanto l’età chimica cambia nei diversi ambienti facendo scoprire inaspettate reazioni e nuovi composti.

Reazioni indotte dalla temperatura. Stando alla ricerca, intitolata “L’influenza della conservazione sull’età chimica dei vini rossi” e pubblicata in questi giorni sulla rivista Metabolomics, nella tipica conservazione domestica l’età chimica del vino accelera di ben quattro volte: molte decine di composti cambiano concentrazione partecipando a reazioni indotte dalla temperatura. In particolare la conservazione domestica induce la formazione di composti, mai osservati prima, che nascono dall’unione tra i tannini e l’anidride solforosa, e una classe di pigmenti del vino, denominata “pinotine”, che fa evolvere il colore del vino verso toni più aranciati. Aumentandone, appunto, l’età chimica.

Ricerca finanziata dal Ministero, 400 bottiglie di vino monitorate. La ricerca, svolta all’interno del progetto Qualità alimentare e funzionale “Qualifu” finanziato dal Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, ha permesso di seguire per due anni l’evoluzione di 400 bottiglie di Sangiovese, vino tipicamente da invecchiamento, conservato in vetro scuro con tappo di sughero naturale. Duecento bottiglie sono state collocate nella cantina aziendale della Fondazione Mach, ad una temperatura costante tra i 15 e i 17 gradi e con umidità del 70 per cento; le altre duecento sono state collocate in condizioni simulanti la conservazione domestica, al buio, con una temperatura oscillante, secondo le stagioni, tra 20 e 27 gradi. I vini sono stati campionati ogni sei mesi.

Collaborazioni. La ricerca si è svolta nei laboratori di metabolomica dotati di strumenti che consentono di misurare contemporaneamente l’evoluzione di circa un migliaio di composti presenti nel vino, e si è avvalsa della collaborazione delle cantine (sia sperimentale che aziendale) della Fondazione Mach. E’ stata condotta dai ricercatori Panagiotis Arapitsas, Daniele Perenzoni e Andrea Angeli, e da Giuseppe Speri, nell’ambito della sua tesi sperimentale in Viticoltura ed Enologia.

Conservare il vino in luogo idoneo. “Sei mesi in appartamento fanno raggiungere al vino una età chimica che corrisponde ad un affinamento di due anni nelle condizioni ideali di cantina” spiega Fulvio Mattivi, coordinatore del Dipartimento qualità alimentare e nutrizione, e autore della pubblicazione. ”Produttori, ristoratori, enoteche e distributori dovrebbero verificare se i loro locali siano idonei alla conservazione ottimale dei vini, specie nei mesi caldi, e in caso contrario valutare quale sia la conservazione massima da non superare, se queste condizioni ideali non possono essere assicurate. Bastano infatti pochi gradi in più per rendere un locale non idoneo ad una conservazione prolungata”.

La conservazione induce reazioni e crea nuove classi di composti. Un altro dato interessante emerso dalla ricerca è che, per quanto riguarda i composti di valenza salutistica, in due anni gli antociani (ossia i pigmenti rossi estratti dall’uva) sono diminuiti nell’ordine del 30 per cento in cantina e dell’80 per cento in ambiente domestico. La temperatura induce l’idrolisi dei flavonoli glicosidi, in particolare dei derivati della quercetina, e porta alla diminuzione di svariati composti, tra cui l’acido pantotenico (vitamina B5).

(Fonte: Fondazione Edmund Mach)

Nasce il Consorzio Trentino di Piscicoltura

Nasce-il-consorzio-trentino-di-piscicoltura_largeNasce il consorzio trentino di piscicoltura, uno spin-off tra Fondazione Edmund Mach e l’associazione ASTRO per la produzione intensiva del Carpione, un pesce esclusivo del lago di Garda che San Michele ha contribuito a salvare dall’estinzione studiandone la biologia e mettendo a punto una metodica di riproduzione e allevamento.

Obiettivo del consorzio. Sarà quello di fornire materiale da semina per recuperare la specie e produrne un quantitativo rilevante per l’immissione sul mercato. Si tratta di un risultato molto importante per il Trentino e, più in generale, per la salvaguardia del suo patrimonio ittico. La Fondazione Mach è riuscita in un intento risultato vano per altri enti e istituti. Le attività di ricerca e sperimentazione sono partite nel 2008 dal recupero di tre esemplari pescati nel Garda da alcuni pescatori veronesi che collaborano con il centro ittico di San Michele. “Per la Fondazione Mach – spiega il direttore generale, Mauro Fezzi– la costituzione del consorzio è motivo di soddisfazione perché rappresenta un riconoscimento dell’impegno dedicato al settore dell’itticoltura. Se il consorzio avrà successo potrà rappresentare anche un modello importante per la valorizzazione dell’ambiente, attraverso la salvaguardia di questa specie, e non ultimo, un’interessante fonte di entrata per la Fondazione stessa”.

Cosa farà il Consorzio. La Fondazione Mach ha messo a punto e validato scientificamente una serie di metodologie per la riproduzione in cattività di questo pesce che metterà a disposizione del Consorzio. Fornirà un numero adeguato di riproduttori per la produzione delle uova, dei quali il Consorzio assumerà la custodia, e trasferirà materiale ittico di rimonta e di rinsanguamento del parco riproduttori del Consorzio. “Riteniamo che la possibilità di allevare e commercializzare un pesce di alta qualità e prelibatezza come il Carpione del Garda –spiega il direttore di Astro, Diego Coller – sia una grande opportunità per il nostro settore, in quanto possiamo inserire nella nostra gamma di prodotti un altro pesce di acqua dolce, accanto alla trota e al salmerino alpino, che può consentirci di affermarci sul mercato in una posizione importante fra i produttori di pesce d’acqua dolce. Sarà impegno di ASTRO di commercializzare il Carpione nelle zone dove questo è maggiormente conosciuto, ma anche far sì che possa essere apprezzato anche nei restanti territori nazionali ed anche esteri”.

Il progetto Carpiogarda: studiata la biologia del Carpione e brevettato il modello di riproduzione. “Nel 2008 è stato avviato il progetto Carpiogarda le cui finalità erano lo studio della biologia riproduttiva del Carpione ed il protocollo di allevamento. Successivamente gli approfondimenti scientifici e sperimentali hanno consentito di produrre un know-how ed il 21 settembre 2012 la richiesta di brevetto” spiega l’inventore Fernando Lunelli, che dirige l’impianto ittico della Fondazione Mach e che ha curato l’intero progetto di recupero. Il forte interesse economico (esigenze di mercato pari a circa 100 t/anno) e naturalistico (recupero conservazione della specie) per tale specie ha maturato l’idea di costituire lo spin-off tra la Fondazione Mach e ASTRO.

Il Carpione, pesce esclusivo del lago di Garda, dalle carni molto prelibate. Il Carpione (Salmo carpio L.,1758) vive solo nel Lago di Garda. È un salmonide, simile alla trota lacustre, ma di taglia più piccola, dalla biologia riproduttiva particolare ed unica nei salmonidi dato che si riproduce due volte all’anno a notevoli profondità (da -80 m a -180 m) sui versanti ghiaiosi di frana sommersa oppure su sedimenti fluviali sommersi, principalmente della sponda bresciana. Comportamento gregario, alimentazione costituita da plancton e piccoli crostacei anche negli adulti, carni chiare e molto prelibate. Dall’arte culinaria è considerato al top delle specie d’acqua dolce. Negli anni precedenti agli anni Sessanta la pesca professionale produceva mediamente circa 250 quintali all’anno (dichiarati) con punte oltre i 450 quintali mentre negli ultimi anni, periodo 2007-2013, le catture sono inferiori a 50 kg. Per i pescatori professionisti rivestiva una fonte economica rilevante ed un indotto per tutto il territorio rivierasco e oltre, fino a Milano.

(Fonte: Fondazione Edmund Mach)

Mosca olearia nell’Alto Garda, olivicoltori in allerta

Mosca-olearia-nell-Alto-Garda-olivicoltori-in-allerta_largeE’ arrivato in questi giorni nelle case degli olivicoltori dell’alto Garda l’avviso tecnico della Fondazione Edmund Mach che segnala la ripresa dell’attività della mosca olearia nei centri abitati con possibile estensione nelle olivaie collinari.

All’inizio della settimana l’insetto era presente in oltre il 50% delle trappole di monitoraggio posizionate sul territorio, ma per il momento non sono stati riscontrati danni. Le condizioni climatiche dei prossimi giorni però saranno una premessa ottimale per l’attività della mosca. “Nel mese di luglio sono state esposte 38 mila trappole per catturare e devitalizzare la mosca olearia –spiega il tecnico Franco Michelotti del Centro Trasferimento Tecnologico-. Questa ripresa dell’attività dell’insetto porta necessariamente a riattivare i dispositivi biologici di cattura massale e questo è fattibile mediante l’uso di un’esca della quale si propone l’uso sia nei centri abitati ma anche sulle colline dove sono presenti oliveti specializzati. I suggerimenti tecnici sono attentamente riportati nel bollettino del Centro Trasferimento Tecnologico disponibili attraverso i vari canali informativi della Fondazione e presso le cooperative agricole.

(Fonte: Fondazione Edmund Mach)

Nasce in Trentino “Mountfor”, centro di studio per le foreste montane

Nasce-in-Trentino-Mountfor-un-centro-di-studio-per-le-foreste-montane_largeIl centro di ricerca per la conservazione e la valorizzazione della multifunzionalità delle foreste di montagna (‘Mountfor’ – Preserving and Enhancing the Multifunctionality of Mountain Forests) sta per iniziare la sua attività in Trentino, a San Michele all’Adige.

Gestione sostenibile delle foreste di montagna. Il centro, che è stato presentato lo scorso 19 luglio alla Giunta provinciale di Trento presso la sede di piazza Dante, nasce dall’intesa tra European Forest Institute, Fondazione Edmund Mach, Consiglio nazionale delle ricerche (Dipartimenti ‘Scienze del sistema terra e tecnologie per l’ambiente’ e ‘Scienze bio-agroalimentari’), Università di Bolzano, Trento, Tuscia, Molise e Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura.  L’obiettivo del centro, che opera presso il Centro Ricerca e Innovazione della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, è fornire una base scientifica per la gestione sostenibile delle foreste di montagna e avviare strumenti pianificatori utili per i portatori di interessi dell’ambiente montano. “In particolare i ricercatori del centro si occuperanno di monitoraggio e ricerca sulle foreste montane – spiega Roberto Tognetti, coordinatore del centro e ricercatore della Fondazione Edmund Mach – sia per prevedere gli effetti del cambiamento globale sugli ecosistemi forestali, sia per favorire il trasferimento dei risultati per una gestione forestale sostenibile. Il Trentino è stato scelto in virtù della sua posizione strategica nell’arco alpino, ma il centro conta già su una rete di collaborazioni, che va dalla regione himalayana a quella andina e a quella scandinava, non trascurando però gli ambienti montani mediterranei”.

Mediazione tra esigenze economiche ed ecologiche. “Il 29% della superficie dell’UE 27 è coperto da montagne e le foreste coprono il 41% di tale territorio (EEA 2010). Gli ecosistemi montani possono continuare a fornire servizi fondamentali alla società e la gestione forestale è uno strumento di mediazione tra le esigenze economiche e le esigenze ecologiche della foresta, in continuo mutamento – aggiunge il ricercatore del Cnr Franco Miglietta. Essa deve tenere conto della continua evoluzione degli scenari ed adattarsi ad essi”.

(Fonte: IASMA)