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Si possono commerciare insetti a uso alimentare in Europa?

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Il commercio di insetti a uso alimentare è regolamentato dalla normativa comunitaria relativa ai novel food, termine con cui la normativa stessa indica tutti gli alimenti che non sono stati consumati in misura significativa sul territorio europeo prima del maggio 1997, e che rientrano nelle categorie specificate dal regolamento stesso. Un’introduzione all’iter autorizzativo richiesto per la commercializzazione di novel food e quindi degli insetti edibili è mostrato in questo video della serie «100 secondi» realizzato dal Laboratorio comunicazione dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Fonte: IZSVe

West Nile, confermata in Veneto la circolazione di due ceppi virali

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In Veneto stanno circolando due ceppi di virus West Nile (WNV), denominati WNV-1 e WNV-2. La conferma arriva da ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Venezie (IZSVe) e dell’Università di Padova, sulla base di analisi genetiche condotte contemporaneamente su zanzare, uccelli e uomo. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Eurosurveillance.

Rispetto al 2021, quando la circolazione del WNV in Veneto veniva evidenziata dalla metà luglio con un picco ad agosto, quest’anno la trasmissione stagionale del WNV è iniziata molto prima, già a giugno, probabilmente favorita dalle alte temperature dei mesi primaverili. La prima positività in pool di zanzare è stata rilevata il 7 giugno nella provincia di Vicenza, per poi allargarsi a quasi tutto il Veneto. Ad oggi il virus è stato trovato nelle zanzare di tutte le province venete, ad eccezione di Treviso e Belluno. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata in particolare sul ceppo WNV-1, che è ricomparso nel 2021 dopo otto anni di assenza dal nord-est e sembra oggi essersi stabilizzato in quest’area geografica. La sorveglianza veterinaria sugli uccelli selvatici ha consentito di identificare WNV-1 in esemplari di tortora dal collare, piccione, corvidi e rapaci notturni rinvenuti nelle province di Padova, Rovigo e Venezia. L’ipotesi è dunque che la reintroduzione di questo ceppo possa essere stata favorita all’origine da uccelli selvatici che hanno riportato il virus in questa parte di territorio.

I ricercatori ribadiscono il ruolo fondamentale giocato dai cambiamenti climatici nelle dinamiche di insorgenza di focolai di WNV nel serbatoio animale (uccelli, mammiferi) e nei vettori di malattia (zanzare). Secondo alcuni modelli epidemiologici, le scarse precipitazioni invernali e le alte temperature primaverili registrate negli ultimi anni in Europa potrebbero aver influenzato i meccanismi di diffusione della malattia, aumentando i tassi di crescita della popolazione di zanzare, di puntura e trasmissione del virus. L’approccio integrato One Health per la sorveglianza del WNV in tutti e tre i settori – uomo, animali e zanzare – ha dimostrato la sensibilità del sistema di sorveglianza a livello regionale. L’allerta ha consentito di far scattare prontamente lo screening di tutti i donatori di sangue residenti in Veneto, in modo da evitare la diffusione dell’infezione attraverso le donazioni. Al momento non si hanno evidenze di diverse manifestazioni cliniche nell’uomo per entrambi i ceppi. Tuttavia, l’acquisizione sistematica delle informazioni genetiche del virus nel corso delle attività di sorveglianza sarà fondamentale per monitorare l’evoluzione della circolazione del virus e per ottenere informazioni sul potenziale epidemico e patogeno del ceppo WNV-1.

Fonte: Servizio stampa IZSVe

West Nile, meno zanzare, grazie, questa volta, alla siccità, ma l’attenzione rimane alta

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Anche quest’anno il virus della West Nile (WNV) ha fatto la sua comparsa nelle zanzare, negli animali e nell’uomo. Fin dalla prima osservazione nel 2008 in Veneto, la sua circolazione è stata evidenziata tutti gli anni fino ad oggi; il 2018 è stato un anno caratterizzato da un’intensa circolazione virale, con numerosi casi negli animali e nell’uomo e molti ritrovamenti di zanzare positive al virus, mentre gli anni successivi sono stati relativamente “tranquilli” con meno casi a tutti i livelli.

Anche se siamo ancora a metà stagione (il periodo estivo è quello dove si registrano i casi d’infezione, che corrisponde al periodo di attività delle zanzare) si evidenzia un elevato tasso di positività per WNV in zanzare catturate in tutta l’area della Pianura Padana. Finora (metà luglio 2022) è stato trovato un numero di pool di zanzare positivi pari alla totalità di quelli trovati durante tutto il 2021. Tali evidenze indicano un’elevata circolazione del virus nell’ambiente, confermata anche dal ritrovamento di uccelli positivi. Fortunatamente il numero di zanzare presenti quest’anno è inferiore allo scorso anno e al 2018. La siccità è la principale causa del ridotto numero di zanzare, in quanto vengono a mancare molti ristagni e raccolte d’acqua che vengono usati dalle zanzare per deporre le uova e dalle larve di svilupparsi.

Allo scopo di prevenire la circolazione virale anche nell’uomo, negli anni è stato messo a punto un sistema di sorveglianza integrata su tutto il territorio nazionale, descritto nel Piano Nazionale Arbovirosi 2020-2025, che consente di attivare un dispositivo di allerta rapida ed effettuare lo screening di tutti i donatori di sangue e organi per WNV, al fine di evitare la trasmissione del virus con trasfusioni e trapianti. In aggiunta, la Regione del Veneto ha istituito piani regionali che definiscono le attività sanitarie di Aziende ULSS, Comuni e Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), nei rispettivi settori medico e veterinario, comprese quelle di controllo ordinario e straordinario delle zanzare. La Regione Veneto ha già emesso una circolare diretta a tutte le Aziende Sanitarie con l’indicazione di rafforzare le attività di sorveglianza entomologica e di controllo delle attività di disinfestazione per fronteggiare l’elevata circolazione virale osservata. Si ricorda che la malattia può essere tramessa all’uomo tramite la puntura delle zanzare. Pertanto è importante ricordare alla popolazione di proteggersi dalle punture di questi insetti e di evitare di lasciare raccolte d’acqua accessibili alle zanzare.

Fonte: Servizio stampa Istituto Zooprofilattico delle Venezie

27 maggio 2022: dedicato alle epidemie del nostro tempo il focus del corso di formazione giornalisti organizzato da Argav in collaborazione con il Sindacato Giornalisti Veneto e l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie

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Venerdì 27 maggio p.v. alle ore 18.30 si terrà la serata mensile di approfondimento al circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (PD). Saranno ospiti gli esperti dell’Istituto Zooprofilatico Sperimentale delle Venezie, un centro di riferimento a livello internazionale per affrontare un tema di grande attualità, le epidemie del nostro tempo.

Programma. Dopo i saluti, gli interventi previsti sono: Isabella Monne, veterinaria, “L’evoluzione di Sars-cov-2: infinite possibilità?”, Calogero Terregino, veterinario, “Epidemia di influenza aviaria ad alta patogenicità in Italia”, Francesca Scolamacchia, veterinaria, “Peste suina africana: programmare la sorveglianza per gestire l’emergenza”. Vista la recente presenza della malattia anche in italia, non mancherà un “focus” sul vaiolo delle scimmie. Il corso è accreditato dall’ordine dei giornalisti, chi fosse interessato ad avere riconosciuti i crediti, deve iscriversi attraverso la piattaforma http://www.formazionegiornalisti.it, nella tipologia di ricerca organizzatore ente terzo formatore (Sindacato Giornalisti Veneto).

A seguire. Ore 20.30, avremo ospite Marco Bellavere, imprenditore s.p.a. – società prodotti alimentari, per presentare la nuova linea del Leon (2 tipi di biscotti, vino rosso, 7 tipi di birra, 5 tipi di spalmabili, grappa barricata).

Lotta alle zanzare: approda in Italia MosquitoAlert, app di “scienza partecipata” che permette ai cittadini di contribuire con un click

MosquitoAlertUn’app per conoscere i tipi di zanzare che vedremo arrivare, puntuali e numerose, con l’arrivo dei mesi caldi, ma soprattutto per contribuire a combatterne le infestazioni. Il tutto con una semplice fotografia dell’insetto da inviare tramite l’applicazione MosquitoAlert alla Task Force che ha riunito a collaborare a questo progetto esperti dell’Università Sapienza di Roma e dell’Ateneo di Bologna, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e del MUSE di Trento.

Già utilizzata in Spagna, l’app ha consentito di raccogliere migliaia di fotografie validate in tempo reale da esperti entomologi e utilizzate per tracciare l’invasione da parte di eventuali nuove specie, per identificare le regioni ed aree più infestate e dirigere gli interventi di controllo. Quest’anno MosquitoAlert è disponibile anche in Italia e contemporaneamente in altri 20 Paesi grazie al progetto europeo AIM-COST coordinato dalla prof.ssa Alessandra della Torre dell’Università Sapienza di Roma.

La Task Force di MosquitoAlert Italia si fa promotrice dell’iniziativa nel nostro Paese, senz’altro uno dei più infestati d’Europa, dove le zanzare non rappresentano solo una fonte di fastidio (spesso elevato), ma possono trasmettere virus capaci di provocare serie patologie all’uomo come il virus del West Nile, o quelli tropicali del Chikungunya o del Dengue. “Chiediamo ai cittadini di scaricare gratuitamente sul proprio telefono l’app MosquitoAlert e di ricordarsi, ogni qual volta avvistano o riescono a catturare una zanzara anche dopo averla colpita per autodifesa, di inviarne una fotografia tramite la stessa app” spiega il dott. Beniamino Caputo, ricercatore della Sapienza e coordinatore di MosquitoAlert Italia. “L’app consente anche di mandare semplici segnalazioni di punture o segnalare la presenza di raccolte d’acqua stagnante dove si possono sviluppare le zanzare e fornisce inoltre un indirizzo a cui inviare eventualmente l’intero esemplare. In cambio, gli utenti potranno conoscere la specie che li infastidisce e informarsi sui rischi sanitari connessi e avere accesso ad una mappa delle diverse specie presenti sul proprio territorio”. È proprio la primavera il periodo della prevenzione, in cui cioè intervenire con trattamenti nelle aree pubbliche e private (giardini, orti, terrazzi), per rimuovere, con prodotti idonei, o rendere inaccessibili alle zanzare tutte quelle piccole o grandi raccolte d’acqua in cui potrebbero deporre le uova e nelle quali si possono sviluppare le larve.

Collaborazione attiva dei cittadini. MosquitoAlert è un progetto di scienza partecipata (citizen science), come ormai ne esistono diversi che, grazie all’aiuto dei cittadini consentono di raccogliere preziosissime informazioni sulla biodiversità, sulle specie invasive, sui rifiuti in plastica, sulla qualità dell’aria e dell’acqua, sull’inquinamento acustico e luminoso. Le zanzare possono colpire meno l’attenzione di un bel fiore o di una farfalla, tuttavia rappresentano non solo motivo di forte fastidio per molti, ma anche un rischio per la salute pubblica a causa dei virus che tramettono con le loro punture. Ora, sono i ricercatori a chiedere una mano ai cittadini per conoscerle e combatterle meglio. Afferma il dott. Francesco Severini, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità da sempre impegnato nella ricerca e nelle attività che tutelano la salute dei cittadini: “La qualità delle foto inviate è di fondamentale importanza per un’accurata e valida identificazione. Inoltre la possibilità di inviare l’esemplare fotografato ai laboratori di riferimento consentirà di identificare anche gli esemplari difficilmente riconoscibili senza un microscopio o perché parzialmente danneggiati”.

L’Università Sapienza è in prima linea nel progetto Mosquito Alert ITALIA che nasce dalla vasta esperienza del gruppo di ricerca di Entomologia Sanitaria del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive e si propone di coinvolgere tutti gli studenti ed il personale dell’Ateneo nell’utilizzo dell’app. L’11 maggio scorso è partita la campagna social #SCATTALAZANZARA con il contributo degli studenti del corso di Laurea Magistrale in Comunicazione Scientifica Biomedica, coordinati dalla prof.ssa Michaela Liuccio. “L’obiettivo è sensibilizzare studenti e personale della Sapienza a contribuire alla ricerca fornendo fotografie e segnalazioni ai colleghi entomologi e, al tempo stesso, sensibilizzare ai rischi associati alle zanzare e alle misure di prevenzione individuale e pubblica”. Ai più volenterosi si chiede inoltre di conservare eventuali esemplari di zanzare in freezer, utilizzando il codice della foto inviata tramite MosquitoAlert, e di consegnarle presso il punto di raccolta nell’atrio del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive.

Fonte: Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

Wuhan novel Coronavirus: come nasce un’emergenza epidemica

L’esistenza di mercati di animali vivi simili a questo in altri paesi asiatici e africani è da lungo tempo riconosciuto come un fattore di rischio per la sanità globale

Erano i primi giorni di gennaio quando hanno iniziato a circolare le prime voci relative ad un cluster di casi di polmonite in Cina. Le somiglianze con il caso SARS sono state lampanti da subito: stessi sintomi, stesso decorso della malattia, stessa correlazione con un mercato di animali vivi. A differenza di quanto successo nel 2002, quando ci vollero mesi prima di identificare la causa dell’epidemia, nel 2020 la scienza ha impiegato solamente 8 giorni a fornire nome, cognome e carta d’identità completa del virus.

Sebbene questo risultato abbia permesso di confermare in tempi record i sospetti degli esperti, la sequenza genetica di quello che oggi è conosciuto come Wuhan novel Coronavirus (nCoV) lascia ancora molti dubbi sull’origine dell’epidemia. Infatti, in natura esiste un’enorme diversità di coronavirus in molte specie di mammiferi ed uccelli. In particolare, ad oggi si conoscono almeno 50 virus appartenenti allo stesso cluster di SARS e di questo nuovo coronavirus che circolano nei pipistrelli rinolofi ma sono considerati innocui per l’uomo.

Perché Wuhan nCoV sta infettando l’uomo? Sebbene non esista ancora una risposta definitiva a questa domanda, i 18 anni intercorsi tra l’emergenza della SARS e oggi ci hanno insegnato diverse lezioni, che hanno sì a che fare con lo studio dei coronavirus ma riguardano anche la dimensione umana delle malattie infettive emergenti. Dal punto di vista virologico, oggi sappiamo che la capacità di infettare l’uomo dipende dalla compatibilità tra le proteine di superficie di un virus e i recettori umani. In parole semplici, un dato coronavirus deve avere la chiave giusta per aprire la serratura presente sulle cellule umane. Da qualche giorno i ricercatori hanno dimostrato come il Wuhan nCoV utilizzi efficacemente lo stesso recettore cellulare umano riconosciuto dal SARS CoV, spiegando quindi come sia stato in grado di infettare l’uomo. Tuttavia, la sorveglianza estensiva nei pipistrelli dal 2005 ad oggi non ha mai identificato virus con capacità simili nel pipistrello, ad eccezione di una sola variante considerata in grado di legarsi debolmente ai recettori umani. Ciò suggerisce che il passaggio diretto da pipistrello a uomo non sia sufficiente a scatenare l’epidemia nell’uomo, sia in passato, sia adesso.

Fattori sociali e culturali: da SARS a Wuhan nCOV. Diversi studi hanno tentato di ricostruire le cause scatenanti l’epidemia di SARS. Tra queste, non sono da dimenticare i fattori sociali e culturali, che si traducono in comportamenti umani profondamente radicati quali la caccia, il commercio e il consumo di animali selvatici, le scarse condizioni igienico-sanitarie dei mercati, la deforestazione e l’urbanizzazione spinta. Tutte queste condizioni, tipiche dei paesi tropicali, contribuiscono ad aumentare di molto i contatti tra diverse specie selvatiche, animali domestici e uomo, fornendo maggiori chances di trasmissione. Inoltre, la commistione innaturale di animali diversi in condizioni di forte stress tipiche dei mercati di animali vivi possono portare alla “creazione” di nuove varianti del tutto inaspettate, come se si trattasse di veri e propri laboratori di virologia. Il fatto che Wuhan nCoV somigli a un virus di pipistrello ma sia, a differenza della maggior parte di questi, in grado di infettare l’uomo è quindi probabilmente dovuto all’infezione accidentale di un ospite intermedio che ha fornito al virus la chiave giusta per entrare. Il passaggio potrebbe quindi essere ancora una volta lo stesso, dal pipistrello ad un altro animale all’uomo. Se il passaggio dai pipistrelli ai dromedari si stima essere avvenuto almeno una ventina d’anni prima dell’emergenza nell’uomo di un altro coronavirus epidemico, agente eziologico della sindrome detta MERS, ad oggi è ancora troppo presto per sapere da quanto Wuhan CoV circolasse e in quali ospiti. La scatola nera potrebbe essere nel mercato del pesce di Wuhan e saranno necessari campionamenti estensivi negli animali presenti per arrivare al nocciolo della questione. Nonostante il nome, è noto come in questo mercato fossero venduti moltissimi animali vivi, appartenenti a specie allevate ma anche catturate dal loro ambiente naturale. Sebbene la Cina abbia oggi bandito temporaneamente questo tipo di attività in risposta all’epidemia, è probabile che i mercati verranno nuovamente aperti una volta calato il silenzio, esattamente come successo nel 2003 a pochi mesi dall’ultimo caso di SARS. L’esistenza di mercati di animali vivi simili a questo in altri paesi asiatici e africani è da lungo tempo riconosciuto come un fattore di rischio per la sanità globale. Come visto, l’emergenza di malattie dal serbatoio animale è per lo più dettata dai numeri, dalla probabilità, ed è pertanto un rischio difficilmente calcolabile e prevedibile. Quindi, puntare il dito contro i pipistrelli e i virus che convivono in equilibrio con i loro ospiti naturali è non solo inutile ma anche dannoso perché distoglie la nostra attenzione dalle uniche cause di queste emergenze sulle quali l’uomo possa intervenire.

Fonte: IZSVe

Dopo il mar Tirreno, anche nelle acque di Veneto e Friuli-Venezia Giulia è stato ritrovato in cozze e vongole il batterio Clostridium difficile, nessun allarme ma meglio consumare i molluschi bivalvi solo se cotti

Clostridium difficileUn’indagine condotta da ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) nel periodo 2015-2017, recentemente pubblicata sulla rivista International Journal of Food Microbiology, ha accertato la presenza del Clostridium difficile in cozze e vongole provenienti dall’Alto Adriatico e i risultati meritano una certa attenzione.

Clostridium difficile è un batterio che, grazie alla produzione di particolari tossine, può causare nell’uomo la colite pseudomembranosa, una patologia ben conosciuta nei nostri ospedali e da non sottovalutare, specie negli anziani. Degli oltre 700 campioni analizzati, l’11,6% delle cozze e il 23,2% delle vongole sono risultati positivi, spesso anche con ceppi di C. difficile di particolare rilevanza clinica per l’uomo, come confermato dalle analisi molecolari eseguite in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità. Questo risultato si giustifica con l’elevata antropizzazione e con l’elevata densità di allevamenti nelle regioni prospicienti le aree marine in cui è stato effettuato il campionamento. Clostridium difficile è un batterio che, in presenza di ossigeno, dà origine a spore, che rappresentano delle forme di sopravvivenza caratterizzate da resistenza particolarmente elevata, anche al calore.

A differenza di quanto avviene nell’uomo, gli animali, con poche eccezioni, sono spesso portatori sani di C. difficile a livello intestinale. Uomo e animali sono tuttavia accomunati dall’eliminazione con le feci di spore di C. difficile, e in tal modo, tramite i reflui urbani e zootecnici, possono contaminare le acque dei fiumi che successivamente si riversano in mare. La contaminazione antropica e zootecnica dell’ambiente, in questo caso marino, può riflettersi, pertanto, nella contaminazione dei cosiddetti molluschi eduli lamellibranchi, ovvero di quelle specie di molluschi racchiusi all’interno di una conchiglia, che si nutrono filtrando l’acqua marina rimanendo sulla sabbia del fondale, come fanno le vongole, o appesi a distanza dal fondale, come succede per le cozze allevate. Questi molluschi, infatti, filtrando l’acqua possono accumulare le spore di C. difficile.

Consumare i molluschi bivalvi solo se cotti. I risultati non devono allarmare, ma suggeriscono qualche precauzione. Si conferma l’importanza di consumare molluschi sottoposti a trattamento di depurazione o provenienti da aree di allevamento a mare. Il consumo di molluschi crudi o poco cotti va sicuramente evitato, in quanto espone a rischi sanitari di vario tipo, non solo nei confronti di C. difficile. I risultati di questa indagine, preliminari ad ulteriori studi di valutazione del rischio, non devono tuttavia allarmare: perché nell’uomo si manifesti la colite pseudomembranosa non è sufficiente mangiare alimenti contaminati con le spore di C. difficile, ma sono richieste condizioni predisponenti quali alterazioni della flora intestinale, generalmente causate dall’assunzione di antibiotici per via orale o di farmaci che alterano il pH gastrico, unitamente all’età avanzata. Questa patologia, infatti, colpisce prevalentemente gli anziani e in particolare quelli che assumono giornalmente farmaci contro l’acidità gastrica e/o antibiotici.

Fonte: IZSVe

Allerte alimentari, come funziona il sistema

Come funzione il sistema delle allerte alimentari? Nel sesto video della serie IZSVe «100 secondi» prodotta dal Laboratorio comunicazione della scienza dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), un’introduzione al sistema delle allerte alimentari: dalle origini delle allerte alla segnalazioni al RASFF, passando per le analisi di laboratorio e i richiami dei prodotti rischiosi.

Rischio alimentare, disponibile il materiale informativo del corso Odg di formazione per giornalisti organizzato lo scorso ottobre da Argav in collaborazione con IZSVe

Per i partecipanti al corso di formazione per giornalisti, svoltosi lo scorso 22 ottobre a Legnaro (PD), proposto dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto ed organizzato da Argav in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), nonché per gli interessati all’argomento del “rischio alimentare“, rendiamo disponibili gli interventi I rischi alimentari di origine microbiologica più vicini al consumatore e la corretta gestione domestica degli alimenti a cura della Dr.ssa Lisa Barco – IZSVe; Patogeni emergenti e loro caratterizzazione, a cura della Dr.ssa Antonella Lettini – IZSVe; Alimenti, rischi e sistema dei controlli  a cura del Dr. Roberto Piro – IZSVe.

 

Nanoparticelle d’argento nel pollame d’allevamento al posto dell’antibiotico: un rischio per il consumatore?

L’efficacia antibatterica dell’argento (Ag) è nota da tempo, ma solo recentemente si è scoperto che tale capacità può aumentare se l’argento si trova in forma di nanoparticelle, che sono aggregati atomici o molecolari che hanno un diametro compreso tra 1 e 100 nm (nanometri – un nm è pari a un miliardesimo di metro). L’utilizzo di nanoparticelle d’argento (AgNPs) potrebbe quindi essere una possibile alternativa al trattamento antibiotico negli allevamenti.

Possibili effetti. Tuttavia questo potenziale e promettente uso è ancora all’inizio: finora ne sono stati studiati gli effetti sul metabolismo, ma non il rischio di accumulo nei tessuti o in eventuali alimenti derivanti da animali trattati con nanoparticelle d’argento. In quest’ultimo caso, non si conosce ancora quale potrebbe essere l’esposizione del consumatore a tali nanomateriali.

La ricerca. Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha eseguito uno studio sperimentale per verificare se il trattamento prolungato (22 giorni) di galline ovaiole con nanoparticelle di argento (AgNPs-PVP) di diametro medio 20 nm (6 dosi da 1 mg kg-1 di Ag totale) potesse tradursi in un accumulo di argento e di nanoparticelle nei diversi organi (muscolo, fegato, rene) e nelle uova degli animali trattati. Per l’analisi dei campioni sono state impiegate diverse tecniche analitiche: la spettrometria di assorbimento atomico (AAS) per la quantificazione dell’argento totale;la microscopia elettronica (SEM-EDX) e l’innovativa tecnica single particle inductively coupled plasma (spICP-MS) per evidenziare la presenza delle nanoparticelle.

Risultati. Le analisi hanno evidenziato l’assenza di argento nelle matrici degli animali del gruppo di controllo (non trattato) e la presenza di argento nei fegati (n= 10) e nei tuorli (n=18) degli animali trattati, con una concentrazione media rispettivamente di 228 e 30 µg kg-1. L’impiego della tecnica spICP-MS (spettrometria di massa) ha evidenziato che parte dell’argento riscontrato nel fegato (5-20%) degli animali trattati si trova sotto forma di nanoparticelle di dimensione simile a quelle somministrate. L’analisi SEM-EDX ha confermato la presenza di nanoparticelle nei fegati degli animali trattati. Pertanto, nel trattamento di un organismo con nanoparticelle non si deve escludere la possibilità del bioaccumulo nei tessuti e/o nei prodotti, alla quale dovrebbe essere associata una valutazione del rischio di esposizione da parte del consumatore.

Tecnologia d’avanguardia. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Agricoltural and Food Chemistry, ha inoltre messo in evidenza che – a differenza degli approcci analitici classici che non sono in grado di fornire un’adeguata caratterizzazione e rivelazione di nanoparticelle in matrici complesse come gli alimenti – l’adozione della tecnica spICP/MS rende possibile la raccolta di informazioni accurate sui livelli di trasferibilità delle stesse.

Fonte: Servizio stampa IZSVe