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Giovedì 4 febbraio 2021, dalle ore 18:15 videoconferenza dal titolo “Pianeta fosso”, organizzato dalle associazioni Brenta Sicuro e Wigwam

Tra qualche settimana, la natura inizierà a risvegliarsi e troverà l’ambiente dei fossi invaso da rifiuti e massacrato da lavorazioni di “cura” che ne avranno devastato la flora e la fauna. Ancor peggio, ad inizio Primavera, quando i germani reali ed altri uccelli ripariali avranno costruito i loro nidi, avranno deposto le uova e saranno nati i piccoli, la trinciatura a raso dei fossati li macinerà insieme a vetri, plastiche e qualunque altro rifiuto la stupidità di alcuni incivili cittadini, vi avrà abbandonato. Serve creare al più presto attenzione, per prevenire la sistematica distruzione della biodiversità che ancora faticosamente sopravvive, negli anfratti della nostra campagna

Perciò, le Associazioni Brenta Sicuro e Wigwam – entrambe da sempre impegnate per la tutela dell’ambiente terracqueo – hanno creato un appuntamento in videoconferenza su www.radiosaiuz.it in diretta streaming su YouTube di Brenta Sicuro e pagine Facebook di Radio Saiuz e del Forum Veneto Contratti di Fiume per giovedì 4 febbraio 2021 dalle ore 18:15 alle ore 19:15 dal titolo “Pianeta fosso”.

InterverrannoEfrem Tassinato, socio Argav e tesoriere Unaga, fondatore e presidente di Wigwam Circuit – giornalista e ideatore del progetto “La Cultura del fosso”, di cui potete trovare molti scritti nel sito Argav, progetto che da una decina d’anni viene implementato in programmi di educazione ambientale per bimbi e ragazzi di scuole e centri estivi ed ha realizzato, presso il Circolo Wigwam di Arzerello un “fosso didattico”, e testimonianze di Antonio Giraldo di Arzergrande e di Adriano Smonker di Ponte San Nicolò, autori di saggi e articoli sull’argomento. Informazioni:  comitatobrentasicuro@gmail.com e info@wigwam.it

Fonte: Servizio stampa Wigwam

La cultura del fosso/11. “Restano le parole e, finché non scompariranno, resteranno anche i fossi”.

Ecco l’undicesimo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto da Luciano Morbiato s’intitola ”Il fosso, di chete assonanze“.

Nell’aprirsi della stagione, l’acqua dei fossi lambiva i gialli narcisi della riva e, più tardi, le bianche ninfee: scorreva facendo danzare le schiere compatte delle erbe come fossero le folte capigliature delle ninfe anguane, mentre neri girini dalla testa grossa uscivano dalla massa gelatinosa e giallastra delle uova e si disperdevano grazie alla coda sferzante, sicuri che presto si sarebbero trasformati in verdi e lucide rane pissote, pronte a cantare la loro gioia di esserci nelle tiepide sere a venire.

La gallinella d’acqua, a caccia di vermetti e alghe, si poteva seguire solo per il rosso accento posto sul capino, nero come tutta l’elegante montura, e appena sotto il pelo della corrente filava il grigio e tozzo pessegato dai temibili baffi.
Dimentico qualcuno? C’erano anche pingui pantegane pelose, sicuro, e qualche lenta tartaruga, ma non così lenta nell’acqua, e uccelli che pescavano e si allontanavano guizzando con la preda nel becco; al tramonto le rondini sfioravano in formazione e ad ali spiegate il pelo dell’acqua con lunghi trilli festosi, e altre creature scendevano la riva, si immergevano e risalivano…

Solo un manipolo di coraggiosi osava attraversare quei confini che contrassegnavano mondi diversi e favolosi più che semplici, piccole se non minuscole, proprietà contadine: cuccioli d’uomo in braghe corte e piè-descalsi, con le brose ai ginocchi e i paèri al naso, armati di bastoni scortecciati e appuntiti, e talvolta finemente intagliati, scorrevano quelle terre. Inventavano e pasticciavano storie, improvvisavano veloci scorribande ed epiche battaglie (tra i solchi memori di veri agguati e freschi di sangue partigiano), raccogliendo tra le siepi poche bacche colorate e amarognole o rare nocciòle ancora verdi, pronti ad appiattirsi sulla proda erbosa, se non a immergersi nella placida corrente, al primo allarme di proprietario in arrivo, armato della terribile e storica schioppa di famiglia. «Varda che te conosso – gridava il vecchio, rivolto a tutti e a nessuno degli intrusi, senza vederli –, ghe lo digo mi a to pare che sbregamandati ch’el ga tirà su».

Il cuore balzava in gola, mentre ogni membro del gruppo scompostamente tornava a casa, compiendo un lungo giro, per disperdere le tracce, attento a non far trapelare l’incontro ravvicinato con l’irascibile paròn e la conseguente fuga precipitosa. Ma il giorno dopo si pianificava un’altra incursione, e altri fossi, fossone, scorni venivano superati, attraversati, guadati: altre avventure si aggiungevano nel carniere dell’infanzia ancora libera, spensierata, seppure per poco.

Memorie disperse e sbiadite, legate a terreni infine violati e sconvolti dalle ruspe, riaffiorano, impalpabili e palpabili: sono passati definitivamente quei giorni e difficilmente sono condivisibili con chi non ne ha avuto esperienza, figli o nipoti.

Restano le parole e, finché non scompariranno, resteranno anche i fossi.
Perciò non è gratuito e inutile allineare e magari vestire le parole, come ho tentato brevemente di fare nelle righe qui sopra. Lo so che l’operazione-nostalgia è sempre in agguato e per questo ho esagerato e mitizzato, ricordando tempi in cui i fossi si attraversavano non solo per largo ma per lungo, come se ancora qualcuno disponesse degli “stivali delle sette leghe”.

In un territorio in cui il buon governo dell’acqua è stato fondamentale per molti secoli, restano beninteso ancora tracce materiali, anche se non nella periferia cittadina, di manufatti e di scavi, di tecnica e lavoro, dalla pala alla carriola; e restano le tracce toponomastiche, da Fossaragna a Cavino (Caìn) di Arsego, da Fossolovara a Campagnalupia (dove, non di lupi è memoria, ma di “alluvioni”, di brentane), e quelle micro, dalle Valli alle Vallette, dalle Fossone al Piagno.
E, finalmente, può bastare un detto a riassumere il nostro debito con l’acqua che scorreva nelle cunette, come un memento, perché “cavini fossi e cavedagne benedicono le campagne”.

 

 

La cultura del fosso/8. Un mondo incredibile davanti casa, il ricordo del socio Argav Armando Mondin

Ecco l’ottavo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto dal socio Argav Armando Mondin, si intitola “Il mio bellissimo piccolo fosso di Losson della Battaglia“.

Posso dire che ho condiviso la mia nascita con un bellissimo piccolo fosso, che segnava il confine a sud della casa dove sono nato e la strada. La località è a Losson della Battaglia una frazione del comune di Meolo, in provincia di Venezia e il fosso era in Via Capo d’Argine.

Si, perché quella sera di un fine primavera molto caldo, quando ho lanciato il mio primo vagito so che si è udito fino al fosso dove mio padre con alcuni amici, stava attendendo che la levatrice facesse il suo lavoro. Accertatosi della salute di mia madre e del loro primo figlio maschio, mi hanno raccontato che sulle rive del fosso furono stappate bottiglie di vino Raboso e chi sa di cosa altro, tra sciami di lucciole che illuminavano quella improvvisata festa sotto il cielo stellato di quella sera, tra il canto delle rane e il vociare allegro della mia famiglia e dei suoi amici. Di mia madre non ho notizie che abbia partecipato alla festa, poverina, fiaccata dal dolore del parto e subito impegnata a lavarmi e coccolarmi.

Da quella casa in campagna me ne andai qualche mese dopo verso Venezia nella nostra nuova abitazione. Però su quel fosso ci sono tornato tante volte ancora prima che, qualche anno fa, lo interassero e ci costruissero sopra una pista ciclabile. Me lo ricordo bene, passava davanti alla grande casa di campagna dove abitavano i miei nonni, di fronte alla Laguna di Venezia, era lungo, non tanto largo, e profondo credo un paio di metri anche se l’acqua limpida che scorreva non superava mai la metà della sua profondità. Sulla riva che dava verso i campi dei miei nonni c’era una bella vecchia siepe, salici piangenti, dei gelsi, e altri alberi dei quali non ricordo il nome.

Quando era la stagione, nel fossetto, c’erano rane, rospi, tinche, gallinelle d’acqua, libellule, aironi cinerini, e chi sa quanti altri esseri viventi. Come fiori ricordo le stupende calle bianche con il pistillo giallo e se lo toccavi lasciava il suo colore sulle mani, gli iris e altri coloratissimi fiori più piccoli. Sulle rive non sommerse, erbe di svariate specie, alcune commestibili. Insomma, un mondo incredibile davanti casa. D’inverno quando l’acqua gelava ci si poteva anche pattinare o correre con una piccola slitta. Questo fosso veniva curato dalle famiglie nel tratto che scorreva davanti alla loro proprietà, per questo era sempre curato e bello. Ho conservato questo ricordo del fosso perché era come se mi appartenesse, o meglio se appartenesse alla mia anima, alle mie favole, alla mia libertà.

Quella campagna intera apparteneva a un mondo di sogni e di speranze e, un po’ più grande, immaginavo che sulle rive di questo piccolo corso d’acqua si riunissero i maghi insieme a Merlino per assaporare un’atmosfera ideale e unica dove progettare e provare le loro magie che spesso, pensavo, si manifestassero proprio sul fosso nei colori, nella bellezza, nella vita che là si vedeva. Ho ammirato tanti altri fossi da allora, molti sono stati interrati per obbedire senza un vero senso alla globalizzazione che, nei nostri territori, poco ha a che fare. Ma quei minuscoli corsi d’acqua rimasti continuano ad avere la mia attenzione in quanto sono un dono prezioso della natura che facilmente possiamo mantenere sul territorio.

Mi hanno narrato che in alcuni fossi con l’acqua particolarmente corrente, in tempi di guerra, si lavavano i panni. Frammenti di ricordi si compongono man mano per descrivere un angolo del nostro mondo, cercando di completare questo disegno impagabile che la natura ci ha regalato chiedendoci in cambio solamente un po’ del nostro tempo. Noi non abbiamo ascoltato fino in fondo questo richiamo, ma possiamo farlo magari dopo aver letto questa storia, per cercare di essere migliori, per ricordare che un fosso offre tanto ed è anche un cibo per l’anima che porta lontano, molto lontano, seppur non ci muovessimo dalle sue rive.

Gli altri racconti: 1 23567

La cultura del fosso/4. Anche la montagna ha i suoi fossi.

Ecco il quarto racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto dal socio Argav Edoardo Comiotto, è dedicato al tema “Anche la montagna ha i suoi fossi. Sono ruscelli, poi torrenti e fiumi. Tutti con un loro ecosistema, e storia e leggende. Utilità e poesia“.

Per chi come me, della generazione anni Cinquanta del secolo scorso, abitava in montagna, i ruscelli e i fossi erano luoghi d’una particolare attrazione. Non solo perché vi si trovavano gamberi, spesso raffigurati negli affreschi delle chiesette rurali, e qualche trota, ma perché erano frescura d’estate e luoghi dai contorni magici.

Distante poco più di un chilometro da casa mia, c’è un grande masso rotondo che incombe sopra un’ansa del torrente Maor, un affluente del Piave. Ragazzi senza pensieri, dai pantaloncini corti, percorrevamo tutta d’un fiato la distanza dal paese alla pozza d’acqua che rimaneva fredda anche a Ferragosto. Ma il piacere di calarci in questa piscina naturale era più forte dei brividi che correvano sulla nostra pelle. Rigorosamente tutti nudi, non c’erano i costumi da bagno e non ci vergognavamo del nostro corpo. Solo dopo pochi anni ci complimentavano, con un po’ di invidia, con chi lo aveva più grande. Solo all’apparire dei primi peli ci avventuravamo in discorsi, fantasie e commenti su come erano fatte le ragazze e il mistero delle donne ci teneva svegli la notte.

Col crescere degli anni, questa pozza non ci bastava più e ci recavamo sotto la piccola frazione di Campo, da dove si poteva scendere velocemente verso la “vaschetta”, una vera e propria ampia vasca da bagno che lo scorrere dell’acqua aveva scavato nella roccia. Al finire dell’inverno aspettavamo i primi tepori per scendere nella gola per immergerci nell’acqua ancora gelata. Un anno avevamo calcolato male l’andamento stagionale e quando ci trovammo a ridosso della “vaschetta” il ghiaccio ai bordi era ancora presente. Non ci perdemmo d’animo e a turno, nessuno voleva essere un codardo, ci immergemmo nell’acqua gelida. All’uscita, l’esclamazione corale degli amici ci faceva dimenticare per un attimo i brividi, le labbra blu, la “pel de pita”, che aveva avvolto tutto il nostro corpo. Non c’erano asciugamani od altro, solo gli indumenti che avevamo addosso, ma nessuno si ammalò, ce la cavammo solo con un po’ di tosse.

Il torrente Maor scorre alle pendici del colle dove s’erge il Castello di Zumelle, sito sulla via Claudia Augusta Altinate ed eretto nel 46 d.C. Qui la pendenza dell’alveo del torrente è minore e lo scorrere dell’acqua, più calmo, creava ampie pozze addossate alla parete rocciosa. Eravamo tanto allenati alla corsa che, pur salendo il pendio molto scosceso, riuscivamo a raggiungere il maniero in poco tempo e qui ci immergevamo nella storia e nel nostro fantasticare. Il rientro era molto più veloce, non solo correvamo, ma saltavamo come dei caprioli giù per il sentiero improvvisato che, al nostro continuo passare, scalfendo l’erba, s’era segnato con la terra battuta.
Nel seguire l’età e il torrente, spinti anche dalle prime curiosità sul mondo femminile, arrivammo alla “serra”, uno sbarramento di cemento che era stato costruito per rallentare lo scorrere impetuoso dell’acqua. Per congiungere le due sponde della valle, sopra la serra era stata posta una passerella, tesa con fili d’acciaio, che dondolava minacciosamente al nostro passare. Saputo che le ragazze di Villa di Villa, la frazione dirimpettaia alla nostra, si recavano in quel luogo per fare il bagno e prendere il sole, ci appostavamo dietro i cespugli e i massi per vederle seminude, vestite con le sole mutandine. Anche se i rovi ci pungevano e la postazione ideale per guardarle era scomoda e non facile da raggiungere, non demordevamo e stavamo a guardarle…estasiati.

Era il gioco delle parti, le ragazze sapevano che stavamo acquattati ad ammirarle e, fingendo di non essere a conoscenza, si spogliavano maliziosamente. Per noi non erano le mitiche Anguane dei laghetti cadorini, ma fonte di desiderio anche se ancora non ben definito. Quando se ne erano purtroppo andate, ci tuffavamo nell’acqua creata dallo sbarramento. In alcuni tratti l’ampia pozza era profonda quasi due metri. Molti di noi avevano imparato a nuotare con stili del tutto personali, il più usato era quello del gatto.

Dalla serra, dopo un breve tragitto, il torrente si immetteva nel Piave. Qui il bagno, era sì una conquista come l’età adolescenziale, ma mancava la gioia della novità, della fantasia. Stavamo uscendo dall’età giovanile per entrare in quella degli adulti, dimenticando il piacere della scoperta che la magia delle cose non è fuori di noi ma celata dentro i sogni.

Per chi desiderasse leggere i racconti precedenti, può farlo a questi link: racconto 3, racconto 2, racconto 1