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Nuove varietà di riso e viti resistenti ai cambiamenti climatici

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Nuove varietà di riso e viti  resistenti, pomodori con tolleranza a stress, meli con cicli vegetativi più lunghi. E ancora: flussimetri, stazioni meteo, elettrovalvole e modelli predittivi che indicheranno come comportarsi nei campi in caso di carenze idriche e situazioni meteo anomale. L’agricoltura si affida alla ricerca per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici, che stanno stravolgendo le stagioni e i cicli delle colture, causando danni e perdita di redditività. Una ricerca che ha già un piede nel futuro con interessanti sperimentazioni, presentate nei giorni scorsi al convegno di Verona “Cambiamenti climatici e frutticoltura: subirne le conseguenze o gestirle?”, promosso da Confagricoltura Verona in collaborazione con Crédit Agricole, e moderato da Antonio Boschetti, direttore dell’Informatore Agrario.

Interventi. “I cambiamenti climatici, con frutta e orticole falcidiate da eventi sempre più violenti e imprevedibili, stanno mettendo a dura prova l’agricoltura, che anche quest’anno ha pagato un prezzo altissimo con intere colture decimate da grandine e tempeste, oltre che da gelate tardive e lunghi periodi di siccità – ha detto Alberto De Togni, presidente di Confagricoltura Verona -. Abbiamo già parziali risposte dalle tecnologie più avanzate per cercare di gestire gli eventi imprevedibili, ma la strada è ancora lunga. Dovremo sempre di più puntare su strumenti innovativi come app, big data, sensori, immagini satellitari e droni, che potranno rendere le coltivazioni italiane più adatte al clima che cambia”. Secondo Davide Leonardi, vicedirettore regionale di Crédit Agricole, “sarà importante garantire forme di sostegno dedicate in questo delicato passaggio, che sta avendo un impatto enorme sui bilanci delle aziende agricole”. Giordano Emo Capodilista, vicepresidente nazionale di Confagricoltura e Paolo Ferrarese, vicepresidente regionale, hanno auspicato più attenzione e sostegno per le imprese agricole e un’accelerazione sulla ricerca, che in Italia e in Europa vede ancora molti pregiudizi nei confronti delle tecniche più innovative. Stefano Vaccari, direttore del Crea, Consiglio per la ricerca e l’economia in agricoltura, ha spiegato che 2.213 persone stanno lavorando nell’istituto per la ricerca italiana, di cui buona parte impegnata sulle nuove frontiere che sono  la genomica, la precisione, l’energia e la sostenibilità. “I cambiamenti climatici stanno spostando i paradigmi e i punti di riferimento – ha chiarito -. Le gemme anticipano i tempi, le gelate arrivano in tarda primavera, tornano fitopatie che non si vedevano da vent’anni, come la maculatura bruna delle pere. Stiamo perciò lavorando per produrre nuove varietà di piante che si adattino alle nuove condizioni, senza però cambiare il prodotto, perché anche tra vent’anni i consumatori vorranno il Prosecco, i kiwi e le mele veronesi, l’Amarone.  Con il genome editing, che non è ogm perché si rafforzano le piante utilizzando il loro dna, stiamo ottenendo piante di glera resistenti alle malattie, altre allo stress idrico e altre ancora agli eccessi di calore. Stiamo lavorando anche sull’agricoltura di precisione con sistemi previsionali per la difesa delle colture, di simulazione per ottimizzare le risorse idriche, di previsione delle rese per i seminativi”.

Risparmio idrico. Raffaele Giaffreda, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler, ente di ricerca al top in Italia con oltre 400 ricercatori e 11 centri dedicati alle tecnologie e all’innovazione, ha sottolineato che il 20 per cento del territorio europeo è già interessato da condizioni di scarsità d’acqua. “Dobbiamo mettere a punto sistemi di risparmio della risorsa – ha precisato – utilizzando sensori che monitorano il contenuto di acqua nelle piante, ma anche reti ad ampia copertura, stazioni meteo, big data. La sensoristica potrà aiutarci anche con le gelate, per capire quando e dove intervenire, oppure nel monitorare le temperature. Tutto questo, però non può ricadere solo sulle spalle degli agricoltori: serve un approccio multidisciplinare che veda in campo istituzioni, enti di ricerca e altri attori del settore”. Oltre a Lucio Fedrigo, direttore di Gestifondo Impresa, che ha illustrato i nuovi strumenti che affiancheranno gli agricoltori nella gestione dei rischi, erano presenti nel parterre numerosi esponenti della politica. Oltre a Elisa De Berti, vicepresidente della Regione Veneto, che vede nel Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) un’opportunità per spingere l’acceleratore sulla sostenibilità, era presente Marco Andreoli, presidente della Terza commissione della Regione Veneto, che ha puntualizzato come il Veneto abbia il 23% della superficie agricola assicurata per 1,25 miliardi, prima regione in Italia per valore. “I risarcimenti e gli interventi compensativi sono però sempre insoddisfacenti – ha chiosato -, basti pensare che per i danni da gelate di quest’anno, stimati in 220 milioni solo per il Veneto, il ministero ha stanziato160 milioni per tutta Italia, peraltro non ancora assegnati. Nel Psr noi continueremo a dare un sostegno per realizzazione di impianti antibrina, antigrandine e antinsetto. In dicembre lanceremo un bando da 150 milioni con il quale finanzieremo, tra l’altro, attrezzature per il risparmio idrico e investimenti volti alla prevenzione”. Infine l’eurodeputato Paolo Borchia ha espresso preoccupazione per la nuova Pac, la Politica agricola comune, “che dà sempre più oneri e compiti agli agricoltori, tirando però il cordone della borsa sui contributi. Anche gli obiettivi Ue sull’impatto climatico zero entro il 2050 sono poco credibili, in quanto non siamo dotati delle tecnologie necessarie per attuare la rivoluzione verde”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Verona

Viticoltura. 7 varietà “resistenti” sono pronte a portare più sostenibilità nei vigneti trentini

Nermantis, Termantis, Valnosia e Charvir, le quattro varietà risultato del programma di miglioramento genetico della Fondazione Edmund Mach, unitamente alle tre cultivar Solaris, Souvignier Gris e Pinot Regina si presentano oggi al territorio trentino in tutte le loro caratteristiche e potenzialità, con un denominatore comune: la tolleranza a oidio e peronospora, le principali patologie della vite.

Queste cultivar sono state protagoniste in diretta streaming sul canale youtube della FEM dell’incontro conclusivo del progetto VEVIR coordinato dal Consorzio Innovazione Vite (CIVIT) con partner Fondazione Edmund Mach per gli aspetti scientifici e il mondo produttivo con Cavit, Mezzacorona, Cantina di Lavis e Cantine Ferrari. In base ai risultati di questo progetto, tra la 30 varietà di vite presenti sul mercato tolleranti a oidio e peronospora, queste sette si sono dimostrate particolarmente performanti in Trentino oltre a rappresentare un’opportunità per areali viticoli confinanti con aree sensibili, dove le limitazioni ai trattamenti fitosanitari rappresentano un grosso limite e nelle aree dove la meccanizzazione a causa della forte pendenza è impossibile.

I tecnici e i ricercatori della Fondazione Edmund hanno testato per tre anni dal punto di vista agronomico ed enologico oltre 30 varietà di vite resistenti presenti sul mercato. Le hanno attentamente studiate nei campi sperimentali dislocati in Piana Rotaliana, Vallagarina e Valsugana, per capire innanzitutto come si adattano a diverse altitudini e a diverse condizioni climatiche, ma valutandone anche la fenologia, la fertilità, la produttività, la tolleranza alle principali malattie fitosanitarie, il potenziale enologico rispetto a due varietà tradizionali: Chardonnay e Marzemino. 

All’incontro sono intervenuti in apertura il presidente di FEM e il vicepresidente di CIVIT. Il presidente FEM, Mirco Maria Franco Cattani  ha spiegato: “La collaborazione integrata di ruoli ed esperienze complementari, che sorregge il progetto VEVIR, ha prodotto un risultato estremamente positivo, perchè pienamente rispondente agli obiettivi previsti, in grado di fornire un valido supporto ai viticoltori ed agli operatori commerciali, armonizzando la produzione in campagna con le necessità urgenti di preservare la salubrità del territorio a beneficio di quanti lo abitano e frequentano. Per FEM è un’ ulteriore sprone nella propria missione di sostegno e affiancamento agli agricoltori, che è stata ragione della sua fondazione”. Fabio Comai, vicepresidente del Consorzio Innovazione vite, che avrà il compito di promuovere queste varietà tra i viticoltori, ha spiegato che il progetto ha dato molte soddisfazioni in quanto oltre a CIVIT sono state coinvolte le cantine del Trentino che hanno potuto sperimentare in prima persona i risultati raggiunti. Lorenzo Gretter, responsabile tecnico di CIVIT, ha evidenziato obiettivi e opportunità del progetto, Marco Stefanini ha parlato dell’attività di miglioramento genetico. Nell’intervento di Maurizio Bottura, Alberto Gelmetti, Michele Margoni, Bruno Mattè, Flavio Mattedi sono stati messi in luce i risultati agronomici delle varietà resistenti in Trentino; Duilio Porro e Stefano Pedò hanno portato l’attenzione sugli aspetti nutrizionali delle varietà resistenti. Infine, gli aspetti compositivi dei vini sperimentali ottenuti da varietà resistenti in Trentino sono stati messi in luce da Sergio Moser e Tomas Roman. L’incontro è stato moderato da Vincenzo Betalli del CIVIT. 

Fonte: Servizio stampa FEM

Nel 2020 la prima vendemmia del “Glera resistente”

Nel 2020 saranno pronti i primi grappoli di Glera resistente e si potrà procedere alle prime microvinificazioni dalle piantine di Glera resistenti a malattie come la peronospera e lo oidio, ottenute dagli incroci con parentali resistenti nell’ambito del progetto Gleres, frutto di una convenzione siglata da Confagricoltura Treviso e il Crea-Ve – Centro di ricerca, viticoltura ed enologia.

Un processo lungo. Si cominciano dunque a vedere i primi frutti del lavoro svolto dai ricercatori del Crea di Conegliano, che recentemente ha preso in affitto 8 ettari di terreno dalla Fondazione Cerletti, a Susegana (TV), per mettere a dimora le migliaia di piantine sottoposte a miglioramento genetico con la speranza di arrivare, in un futuro prossimo, a un prosecco davvero biosostenibile. Entro febbraio saranno circa 4.500 piantine quelle messe a dimora. “Faremo già dal prossimo anno le prime microvinificazioni da ogni piantina, che frutteranno l’equivalente di una lattina, circa 33 centilitri, di vino – spiega Riccardo Velasco, direttore del Crea di Conegliano -. Potremo quindi già cominciare a capire se, oltre a essere resistenti, i nuovi vitigni producono anche uva di qualità idonea per fare Prosecco. Nei successivi due anni metteremo a dimora altre 10.000 piantine resistenti, per un totale di 15.000 nel triennio. Su queste eseguiremo un’ulteriore selezione arrivando mediamente a 300 microvinificazioni ogni anno, dalle quali mi aspetto dalle 5 alle 10 piantine ottimali su cui puntare per arrivare alla registrazione dei nuovi vitigni. Il processo è lungo, ma proprio per questo è garanzia di solidità. La Glera non è nata ieri, ma è frutto di anni di sperimentazioni. Così sarà anche per i nostri nuovi vitigni resistenti”.

Varietà resistenti alle principali malattie della vite. “Il progetto sta proseguendo molto bene – sottolinea il presidente Giustiniani – e dimostra che abbiamo intrapreso la strada giusta per una vitivinicoltura sempre più attenta alla tutela degli ecosistemi e delle risorse naturali. Le nuove varietà, resistenti alle principali malattie della vite, potranno ridurre le perdite produttive in modo sostenibile e diminuire i costi di gestione del vigneto. Il miglioramento genetico è indispensabile per un settore come la viticoltura e il nostro progetto permetterà di arrivare a un Prosecco davvero biosostenibile, con l’utilizzo di minori trattamenti”.

Le cantine che partecipano al progetto sono Le Rive, Ruggeri & C, Foss Marai, Fratelli Bortolin, Le Contesse, Biancavigna, Masottina, Borgoluce, Luca Ricci, Col Vetoraz spumanti, Adriano Adami, Le Colture, Fratelli Mercante, Abbazia di Busco, Tenuta San Giorgio, Marcello del Majno, Graziano Merotto. Finora le varietà di viti resistenti alle malattie registrate in Europa sono 370 e anche l’Italia comincia a compiere grandi passi in avanti. Le viti resistenti si stanno moltiplicando nei vigneti sperimentali, nei vivai e anche nelle aziende, che commercializzano i primi vini prodotti da viti resistenti (e quindi senza trattamenti) con un ottimo successo, soprattutto all’estero.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

18 febbraio 2019, vigneti e vini resistenti protagonisti a Montebelluna (TV)

piantine di Glera resistenti del Crea

Le varietà di viti resistenti alle malattie registrate in Europa sono 370 e anche l’Italia comincia a compiere grandi passi in avanti. Le viti resistenti si stanno moltiplicando nei vigneti sperimentali, nei vivai e anche nelle aziende che commercializzano i primi vini prodotti da viti resistenti (e quindi senza trattamenti) con un ottimo successo, soprattutto all’estero. Un segnale che il futuro della vite è tracciato, come si spiegherà nel convegno “Vite: il futuro è resistente?” promosso da Confagricoltura Treviso, che si svolgerà lunedì 18 febbraio alle 16 a Villa Luisa Francesca, a Montebelluna (TV).

Interventi. L’introduzione sarà affidata a Lodovico Giustiniani, presidente di Confagricoltura Treviso. Quindi Riccardo Velasco, direttore del Crea di Conegliano, parlerà di “L’origine delle varietà resistenti”, Giovanni Pascarella, di Extenda Vitis, si soffermerà sugli aspetti viticoli, Alexander Morandell, del vivaio Tutzer e Daniele Ceccon, dei vivai Rauscedo, sugli aspetti vivaistici e l’enologo Emanuele Serafin sugli aspetti enologici; Michele Zanardo, presidente del Comitato nazionale vini, approfondirà gli aspetti legislativi e l’inquadramento normativo; infine Robert Spinazzè, fondatore in Friuli Venezia Giulia della costola regionale dell’associazione internazionale Piwi e Daniele Piccinin, dell’azienda Le Carline, racconteranno le loro esperienze in campo e commerciali. In chiusura si potranno degustare alcuni dei vini prodotti con varietà tolleranti.

Tematiche. Verranno presentati in anteprima i risultati del vigneto sperimentale dell’istituto agrario Sartor di Castelfranco Veneto, avviato nel 2014, dove sono presenti una ventina di varietà di viti resistenti tra uva bianca e nera, selezionati dalle Università di Friburgo e Udine, che vengono seguite anche dagli studenti a scopo didattico. Dai dati emergerà qual è il loro effettivo grado di resistenza alle malattie, quali sono i parametri qualitativi dell’uva e del vino e come i vitigni si sono comportati sul territorio trevigiano. Questi vitigni, al termine della sperimentazione, potrebbero essere impiegati sia nell’ambito della viticoltura biologica, sia nei vigneti convenzionali soprattutto nei siti sensibili come scuole, asili e abitazioni. Ci saranno anche le esperienze dei vivaisti, che stanno facendo sperimentazione andando incontro a una domanda crescente di vitigni resistenti, un ramo che in Italia sta diventando sempre più importante. Presente pure l’azienda agricola Le Carline, con un vigneto sperimentale autorizzato dalla Regione Veneto che ha già prodotto 30.000 bottiglie di vino “resistente” e che quest’anno debutterà con il primo spumante dolce. Vini che hanno un grande appeal all’estero e che sono considerati alla stessa stregua dei biologici, in quanto esenti da trattamenti per quanto riguarda peronospera e oidio. Un movimento che sta crescendo, come racconterà un viticoltore, presentando anche l’associazione internazionale Piwi, che raccoglie produttori e ricercatori che si stanno dedicando alle varietà di viti resistenti alle crittogame.

Progetto Gleres. Si parlerà anche del lavoro di sperimentazione del Crea-Ve – Centro di ricerca, viticoltura ed enologia, che quest’anno metterà in campo le prime piantine ottenute dagli incroci con i parentali resistenti alle malattie nell’ambito del programma Gleres, promosso da Confagricoltura Treviso, progetto che punta a produrre piantine di Glera resistenti a malattie come la peronospera e lo oidio.
Infine saranno offerti in degustazione i vini dell’etichetta Resiliens, prodotti da uve ottenute dopo diversi incroci tra vitigni del Nord Europa e vitigni antichi del territorio venetoe dell’azienda Terre di Ger, con vigneti resistenti in Friuli e a Mansuè, attualmente tra le prime in Italia nel settore con 20 ettari in produzione che raddoppieranno entro un anno. “Il futuro sarà sempre più resistente”, riassume Lodovico Giustiniani, presidente di Confagricoltura Treviso e Veneto . “La vitivinicoltura dovrà essere sempre più attenta alla tutela degli ecosistemi e delle risorse naturali e in questo senso le nuove varietà resistenti alle malattie, ottenute da incroci con parentali e non geneticamente modificate, sono la risposta ottimale. Potranno infatti ridurre le perdite produttive in modo sostenibile e diminuire i costi di gestione del vigneto”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Treviso

Vendemmia 2018, nel Padovano debutta l’uva resistente alle malattie fungine

vendemmia 2018 all’azienda agricola Parco del Venda di Vo’ Euganeo (Pd)

Coldiretti informa in una nota stampa che sui colli Euganei, nel Padovano, ha debuttato con la vendemmia 2018 il primo vitigno resistente alle malattie, una vite di nuova generazione che non richiede particolari trattamenti e permette una maggiore sostenibilità ambientale della viticoltura.

4000 viti. Pioniera di questa speciale varietà selezionata dall’Università di Udine è l’azienda Parco del Venda di Vo’ Euganeo, che tre anni fa ha messo a dimora circa 4000 viti e che in questi giorni ha raccolto l’uva Merlot e Cabernet, maturata in anticipo rispetto agli altri rossi. Una scelta, sottolinea Coldiretti Padova, che apre la strada anche sui Colli Euganei ad un approccio attento alle ricadute ambientali e ancor più responsabile nei confronti di cittadini e consumatori, dimostrandolo con i fatti. ”La tutela della salute e dell’ambiente sono sempre più sentiti – afferma Michael Toniolo di Parco del Venda – per questo è cresciuto il nostro interesse per le viti di nuova generazione. Il progetto si è concretizzato tre anni fa, quando abbiamo scelto di coltivare e quindi vinificare le uve  a bacca rossa di vitigni resistenti Merlot Khorus  e Cabernet Volos. Si tratta di viti in grado di resistere alle malattie fungine più comuni come l’oidio e la peronospora. Presentano inoltre una quota preponderante di genoma di Vitis Vinifera e una quota del tutto minoritaria, non più’ del 5-10%  appartenente ad altre Vitis portatrici di geni di resistenza. Abbiamo deciso di mettere a dimora le prime 4000 piante – continua Toniolo – scegliendo una posizione ottimale in collina e cercando di favorire al massimo l’adattamento dei vitigni alle condizioni atmosferiche del luogo”.

grappolo d’uva di vitigni resistenti alle malattie azienda agricola Parco del Venda (Pd)

Viticoltura del futuro ai nastri di partenza? “La ricerca in questo campo ha fatto numerosi passi in avanti» afferma Massimo Bressan, presidente di Coldiretti Padova “selezionando varietà in grado di contrastare le principali malattie della vite, si riducono quasi del tutto il ricorso ai trattamenti in vigneto. Un plauso va al Parco del Venda per aver scelto senza indugio e con convinzione di aprire una nuova strada nella nostra provincia. Di viticoltura sostenibile parliamo da tempo e abbiamo dedicato anche un recente incontro a Vo con i produttori e i responsabili del servizio vitivinicolo di Coldiretti Veneto. Stiamo gettando le basi per la viticoltura del futuro”.

Sperimentazione. Ricorda Toniolo: “Nella vendemmia 2018 siamo i primi produttori nei colli Euganei e tra le prime cantine nel Veneto, con poche altre in Italia, a vinificare un vino rosso proveniente da viti resistenti. I presupposti per ora sono molto buoni: le uve vendemmiate la scorsa settimana ci stanno già regalando i primi profumi e un colore molto intenso. Per stappare le prime bottiglie occorrerà aspettare il 2019 ma possiamo affermare di avere già centrato l’obiettivo di produrre un buon vino rosso nel totale rispetto della natura. In agricoltura biologica le piante vengono trattate con prodotti di copertura  quali rame e zolfo, diverse volte in una stagione, mentre le varietà  Khorus e Volos non necessitano di alcun trattamento in vigneto. Per la nostra azienda si tratta di un investimento importante, che guarda al futuro: il nostro intento infatti è quello di sostituire i vigneti più  vecchi con le varietà resistenti e dare il via ad una nuova concezione che sia in grado di soddisfare una clientela sempre più attenta al consumo responsabile. Il nostro approccio alla sostenibilità ci vede inoltre impegnati nella sperimentazione di un prodotto innovativo definito Food Grade, autorizzato per l’alimentazione umana normato ed ammesso in quanto sostanza di base che limita l’insorgenza delle malattie fungine. Il prodotto è stato utilizzato quest’anno in buona parte dei vigneti di proprietà”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Metti una sera a cena gustando ricette regionali e parlando di altopiano di Asiago e brigata Sassari, esuli istriani e dalmati, vitigni resistenti, portatori di vino e coppieri, benedettini e terme

da sx Angelo Colucci, Silvia Minighetti e Caterina Simula, rispettivamente chef, maitre e titolare, insieme alla famiglia, dell’Hotel Terme Imperial di Montegrotto Terme (PD)

(di Marina Meneguzzi, vice presidente Argav) Promuovere la conoscenza della cucina tipica regionale italiana, intesa come espressione di cultura ed elemento essenziale alla proposta turistica del nostro Paese: questa la ragion d’essere dell‘associazione Ristoranti Regionali Cucina Doc, nata in provincia di Bergamo nei primi anni Settanta del secolo scorso dall’aggregazione spontanea di alcuni ristoratori lombardi, divenuta tre anni or sono no profit e composta oggi da una ventina di soci in nove regioni d’Italia.

piscine termali dell’Hotel Terme Imperial di Montegrotto Terme (PD)

Siamo una famiglia, ama dire Marinella Argentieri, che presiede con dedizione l’associazione. E come tutte le famiglie che si rispettino, anche i ristoratori regionali amano sentirsi a casa nei loro incontri, ospitati a turno dai soci. Complice l’arrivo della Primavera, che invita a sciogliere le rigidità invernali nelle salutari acque termali, la terza assemblea annuale si è tenuta nelle terre del socio veneto, l’hotel quattro stelle della famiglia Simula, il Terme Imperial a Montegrotto Terme (PD), che si trova nel bacino termale più grande d’Europa, le Terme Euganee.

Uno scambio di conoscenze, in un clima di amicizia e a sostegno della civiltà della tavola. Tra i ristoratori soci non troverete stellati, “perché fin dalla nostra costituzione l’obiettivo è quello di dare valore ai locali che portano in tavola piatti di qualità e della tradizione accessibili a tutti“, spiega Marinella. Che ha annunciato nel corso del convivio la nomina a socio onorario di Alberto Lupini, direttore del network Italia a Tavola, che collaborerà alla crescita dell’associazione. Una “Cucina Doc“, insomma, che si riconosce nella semplicità delle ricette regionali, vero patrimonio culturale italico. Ricette che sono state proposte anche nella serata di conclusione dell’assemblea, aperta anche agli ospiti dell’hotel, ad alcuni produttori vinicoli e alla stampa.

antipasto rustico marchigiano (ristorante Al Soldato di Ventura di Gradara (PS)

Dalle Marche alla Lombardia...Appetitoso l’antipasto rustico marchigiano servito dalla famiglia Bertolino, titolare del ristorante Al Soldato di Ventura di Gradara (PS), che in prossimità della Pasqua ha proposto una tipicità legata alla festività religiosa: crescia di Pasqua, puntarelle con le alici, uovo sodo, salame di Ginestreto e caciotta di Urbino. La merenda pasquale marchigiana è stata accompagnata da un Metodo Classico da uve Verdicchio (Perlugo Dosaggio Zero) coltivate secondo i principi della biodinamica nell’azienda agricola Pievalta della storica cantina della Franciacorta Barone Pizzini e che si trova nel cuore dei Castelli di Jesi, in provincia di Ancona.

gnocchi di patate ripieni di formaggio delle Orobie (ristorante Posta al Castello di Gromo (BG)

A prepare i gustosi gnocchi di patate ripieni di formaggio delle Orobie, la montagna bergamasca, è stato uno dei ristoranti fondatori dell’associazione, quello della famiglia Tonoli, il Posta al Castello che si trova a Gromo (BG), nella parte alta della valle Seriana. Al piatto, in cui erano presenti i funghi porcini, protagonisti di molte specialità del locale, è stato abbinato il fresco e sapido Arneis 2017 Langhe Doc dell’azienda agricola Bera di Neviglie (CN), presentato nella serata dal produttore, Valter Bera.

risotto ricco alla Padovana (ristorante hotel Terme Imperial di Montegrotto (PD)

…passando dal Veneto sino alla Sardegna. Per l’altro primo piatto servito, il risotto ricco alla padovana, fatto con verdure e carni di animali da cortile e maiale, si giocava in casa. La storica ricetta, depositata con atto notarile dall’Accademia Italiana della Cucina, è stata preparata, infatti, da Angelo Colucci, chef dell’Imperial. Ad accompagnare la pietanza, un rosato sardo da uve Cannonau (Punta Rosa 2016) della Cantina Santa Maria La Palma di Alghero (SS), che già ci aveva accolto all’arrivo con le bollicine di Akenta, spumante extra dry il cui nome è l’acronimo del tradizionale augurio sardo a “kent’nannos”, ossia “a cento anni”. Sempre di Alghero, il Cannonau di Sardegna Riserva 2013 delle Tenute Sella&Mosca, storica cantina sarda oggi appartenente al gruppo Terra Moretti, ed il cui nome – Dimonios – è un omaggio ai Sassarini ed in particolare alla brigata Sassari, che nel 1916, durante la Grande Guerra, scongiurò la caduta in mani austriache dell’altopiano di Asiago (VI).

cinghiale alla Barbaricina (ristorante Da Bruno-Fertilia di Alghero (SS)

Il principe dei vitigni rossi sardi è stato servito con il cinghiale alla Barbaricina, preparato in umido con erbe della macchia mediterranea dalla chef Lina Ambrosanio del   ristorante Da Bruno dell’hotel Fertilia di Alghero. Una curiosità: il borgo di Fertilia, nelle cui vicinanze oggi si trova l’aeroporto di Alghero, nasce nel 1936 nell’ambito di un programma di bonifica della Nurra che ha visto protagonisti dapprima emigranti ferraresi e poi, nel dopoguerra, gli esuli istriani e dalmati. Quest’ultimi, hanno portato nel borgo i loro usi e costumi, a partire dal leone alato di San Marco, a cui è dedicata la frazione e dalle vie e piazze che richiamano luoghi o avvenimenti storici del Veneto e della Venezia Giulia.

torta soffice di lamponi, olio Evo del Garda e mele Granny Smith, crema di malga e gelato al ribes nero (ristorante La Piazzetta del Sartori’s Hotel di Lavis (TN)

Dulcis in fundo, il Trentino. Unica eccezione alla tradizione regionale delle ricette, ma sempre eseguito con prodotti tipici della regione, il dessert preparato dal giovane chef Francesco Nitti del ristorante La Piazzetta del Sartori’s Hotel di Lavis (TN), la torta soffice di lamponi, olio Evo del Garda e mele Granny Smith, con crema di malga e gelato al ribes nero servito con il passito Essenzia 2011 (da uve Chardonnay, Sauvignon, Riesling Renano, Gewurztraminer, Kerner raccolte tra fine novembre/inizio dicembre dopo l’azione della muffa nobile) di Pojer & Sandri di Faedo (TN).

Fiorentino Sandri

Vitigni resistenti. Alla serata era presente il produttore Fiorentino Sandri, particolarmente fiero della novità bio, Zero Infinito, un vino bianco frizzante col fondo prodotto in alta Val di Cembra con uve Solaris, varietà resistente ottenuta in Germania dall’Istituo di Friburgo (che ha incrociato la varietà Merzling con la varietà 6.493 Gm ) nel 1975, anno di fondazione dell’azienda agricola trentina. Un vino che Sandri definisce ancestrale, a zero impatto chimico sia in campagna che in cantina e che se al primo sorso può lasciare il giudizio in sospeso, al secondo convince per la succosa fragrante freschezza.

da sx Marinella Argentieri e Angelo Valentini, rispettivamente presidente e presidente onorario di Ristoranti Regionali Cucina Doc

Al convivio Doc era presente anche il perugino Angelo Valentini, presidente onorario dell’associazione. Classe 1928, personaggio di poliedrica cultura, storico della cucina, ha concluso la serata con un applaudito intervento. Valentini, infatti, combatte da tempo l’uso del nome “sommelier”, termine di origine francese derivante da soma, sinonimo di portatore di vino, che lui sostituirebbe con un più italico “bottigliere” o “coppiere”. Con buona pace dei nostri “cugini d’oltralpe”, Valentini ha inoltre ricordato agli astanti come il benedettino di Norcia Francesco Scacchi nel 1622 abbia lasciato testimonianza di come si producesse lo spumante 60 anni prima di un altro benedettino, Dom Pérignon.