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Subsidenza, Governo da’ il via ai progetti di trivellazione in Polesine, Anbi Veneto solleva la questione

“Apprendiamo con sorpresa che lo scorso 29 marzo il Ministero della Transizione Ecologica ha dato il via a diversi progetti di trivellazione per l’estrazione di idrocarburi, uno dei quali interessa il tratto di costa adriatica di fronte a Veneto ed Emilia-Romagna con la ripresa di estrazioni ad opera della società Po Valley Operation Ltd, tramite la piattaforma di Teodorico”. Ad affermarlo è Francesco Cazzaro, presidente di ANBI Veneto, l’associazione che riunisce gli 11 consorzi di bonifica della regione. 

“Appena tre anni fa – spiega il presidente di ANBI Veneto – , il Governo, sulla scia della Legge “Ravenna” del 1980, aveva rifinanziato, dopo anni sospensione, gli interventi di mitigazione, nel Polesine e nella vasta area costiera a confine tra Veneto ed Emilia-Romagna, dei danni causati dalla subsidenza, l’abbassamento del suolo causato dall’indiscriminato prelievo di gas metano avvenuto in quella zona tra gli anni ’30 e ’60 del secolo scorso. Tali finanziamenti, oltre a ristorare un territorio pesantemente colpito dal punto di vista economico e sociale, rappresentavano peraltro una rinnovata presa di coscienza di questo disastro ambientale causato da un’idea di sviluppo non sostenibile”. 

“La ripresa delle estrazioni a pochi chilometri dalla costa contraddice pertanto la Legge sulla subsidenza e la decisione di ristabilire i finanziamenti di mitigazione frutto di un grande lavoro di sensibilizzazione istituzionale coordinato da ANBI; ma ancor più – conclude Francesco Cazzaro – contraddice gli appelli allo sviluppo sostenibile più volte lanciati dal Governo”.

Mobilita’ elettrica, svolta possibile solo se l’Unione Europea accelera la realizzazione delle infrastrutture di ricarica

Con il Green Deal europeo annunciato nel dicembre 2019, l’UE mira a ridurre, entro il 2050, le proprie emissioni di gas a effetto serra generate dai trasporti del 90 % rispetto al 1990, nell’ambito di più ingenti sforzi profusi per divenire un’economia climaticamente neutra. I trasporti generano circa un quarto di tutte le emissioni di gas a effetto serra nell’UE, prevalentemente (72 %) tramite il trasporto su strada. Una parte essenziale della riduzione delle emissioni generate dal trasporto su strada consiste nel passare gradualmente a modi di alimentazione alternativi, a minore intensità di carbonio.

Nel 2020, nonostante il generale calo delle immatricolazioni di nuovi veicoli dovuto alla pandemia di COVID-19, il segmento dei veicoli elettrici e ibridi ricaricabili ha visto crescere considerevolmente la propria quota di mercato. Le reti di ricarica, tuttavia, non si stanno sviluppando allo stesso ritmo. “La mobilità elettrica necessita di un numero sufficiente di infrastrutture di ricarica. Ma affinché tali infrastrutture siano costruite, è necessario che ci siano maggiori certezze circa la diffusione dei veicoli elettrici”, ha dichiarato Ladislav Balko, membro della Corte responsabile della relazione. “Lo scorso anno, un’autovettura ogni dieci vendute nell’UE era ricaricabile elettricamente, ma le infrastrutture di ricarica non sono accessibili in modo uniforme nell’UE. La Corte ritiene che la Commissione dovrebbe fare di più per sostenere una copertura della rete in tutta l’UE e garantire che i fondi UE vadano là dove sono maggiormente necessari”.

L’UE sostiene gli Stati membri nella realizzazione di infrastrutture di ricarica elettrica mediante strumenti di intervento, coordinamento e finanziamenti. Secondo la Corte, non è stata realizzata un’analisi completa del deficit infrastrutturale, che stabilisse quante stazioni di ricarica accessibili al pubblico fossero necessarie, dove avrebbero dovuto essere situate e quale potenza avrebbero dovuto erogare. I finanziamenti forniti mediante il meccanismo per collegare l’Europa (MCE) non sono sempre andati là dove erano maggiormente necessari, e non vi erano valori-obiettivo chiari e coerenti né requisiti minimi in materia di infrastrutture a livello UE. Sistemi informativi e di pagamento differenti complicano l’esperienza dell’utente. Ad esempio, tra le diverse reti vi sono scarse informazioni coordinate sulla disponibilità in tempo reale, sui dati di ricarica e sui dettagli di fatturazione.

Raccomandazioni. Nella prospettiva del riesame in corso del quadro strategico e normativo in materia di mobilità elettrica, la Corte raccomanda alla Commissione europea di preparare una tabella di marcia con i termini entro cui raggiungere i valori-obiettivo per le infrastrutture di ricarica e di stabilire norme e requisiti minimi. Raccomanda inoltre di destinare i finanziamenti sulla base di criteri oggettivi e di analisi del deficit infrastrutturale, nonché di garantire che i progetti cofinanziati offrano un accesso sostenibile e non discriminatorio a tutti gli utilizzatori.

Fonte: servizio stampa Corte dei Conti europea

Trentino. Nella riserva naturale Fontanazzo due prati biodiversi al posto dei campi coltivati

Lo stagno grande della riserva Fontanazzo (foto Giancarlo Orsingher)

(di Giancarlo Orsingher, socio Argav, articolo pubblicato anche sul mensile trentino IlCinque) Fra le aree umide tutelate dalle normative europee, quella del “Fontanazzo” nel comune di Grigno è una delle più estese del Trentino. Con i suoi 53 ettari e rotti che si estendono in destra Brenta poco a valle dell’abitato di Selva è un esempio di ontaneta di fondovalle, un tipo di habitat divenuto ormai piuttosto raro.

Caratterizzata da un bosco umido a tratti suggestivo per la presenza di canali abbandonati e completamente sommersi dalla vegetazione arborea, rappresenta un’area umida di vitale importanza per la riproduzione di molte specie di anfibi e rettili, oltre che per la nidificazione, la sosta e lo svernamento di specie di uccelli protette o in forte regresso. Lo “stagno grande”, proprio in mezzo alla zona di protezione è un paradiso per questi e altri animali.

Oltre a qualche superficie a prato stabile, all’interno dei confini della zona protetta sono presenti anche alcuni appezzamenti coltivati a mais o soia che, oggettivamente, poco si conciliano con la destinazione ad “area di protezione”, non fosse altro per l’inevitabile apporto di sostanze chimiche legate alla coltivazione come concimi, fitofarmaci e pesticidi. Da alcuni anni l’associazione Selva Green, che ha base nella frazione del comune di Grigno dalla quale prende il nome, è impegnata in iniziative di sviluppo locale partecipato volte a salvaguardare l’ambiente naturale della zona e a valorizzare il territorio. L’ultima attività, avviata a fine marzo nell’ambito del progetto “NVIATE – Nuova Vita Al Territorio”, vincitore del bando a carattere regionale “Generazioni 2020”, ha per oggetto proprio il recupero dei campi fino ad oggi coltivati a cereali o leguminose all’interno dell’area tutelata.

In futuro, due prati “biodiversi”. Per ora si tratta di 3.500 metri quadrati messi a disposizione dal proprietario Paolo Marighetti sui quali l’associazione, con in testa Stefano Marighetti, ha avviato un progetto che porterà alla formazione di un prato polifita con incremento della biodiversità nell’area e, conseguentemente, attirando api e altri insetti impollinatori. Dall’achillea alla vulneraria, dall’avena alla campanula passando per la centaurea, la festuca, il caglio, l’iperico, il trifoglio, la silene, la salvia e il ranuncolo sono una trentina le specie perenni selvatiche seminate nei giorni scorsi e che daranno vita a due prati “biodiversi”. L’auspicio – come ci spiega Gerri Stefani – è che i campi diventino innanzitutto “terreno di caccia” delle api allevate a poche centinaia di metri di distanza da tre residenti della zona, ma che anche altri insetti attingano a piene zampe dal Bengodi che fra qualche settimana comincerà a crescere a Fontanazzo.

E proprio per verificare la risposta degli insetti all’aumento della biodiversità è in programma una campagna di monitoraggi pluriennale che inizierà in estate probabilmente in collaborazione con la Fondazione E. Mach e con la Rete di Riserve del fiume Brenta: controlli periodici sul campo diranno se, quanto e come aumenterà la presenza di insetti pronubi. Una fase, questa, che potrebbe in parte essere realizzata con la partecipazione di popolazione locale e mondo scolastico, che sarebbe bello anche coinvolgere nella costruzione di “hotel per insetti”: rifugi artificiali realizzati con canne, pezzi di corteccia, paglia, mattoni forati, tronchi di legno, ecc. pensati per ospitare, soprattutto nel periodo invernale, insetti utili sia per l’impollinazione che nella lotta biologica e che potrebbero essere poi posizionati in giardini e campi.

L’azione di Selva Green non si fermerà però qui, perché l’intenzione è che questi primi 3.500 metri quadrati diventino, a partire dal secondo o dal terzo anno, dei “prati donatori” di semente biodiversa da poter poi spargere in altri appezzamenti, sia all’interno dell’area “Natura 2000” del Fontanazzo che in zone limitrofe. Un passo successivo, sicuramente ambizioso, sarebbe quello di poter procedere all’analisi chimica del miele prodotto con il polline del “prato biodiverso”, per verificarne la qualità e soprattutto la salubrità. L’attività di Selva Green – conclude Gerri Stefani – è rivolta anche alla lotta alle specie aliene infestanti e in questo senso si è indirizzato un recente intervento di taglio della balsamina da un prato di proprietà comunale nei pressi del Fontanazzo.

foto Giancarlo Orsingher

Conoscere il Fontanazzo. La riserva naturale Fontanazzo è un’area così ricca di ambienti da poter essere definitva un “ecomosaico”. La sua importanza è stata riconosciuta a livello europeo al punto da essere inserito sia nell’elenco delle Zone di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi della Direttiva “Uccelli” sia nelle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) ai sensi della Direttiva “Habitat”. E’ così una delle oltre 27.000 aree “Natura 2000” dell’Unione europea destinate alla conservazione della diversità biologica. Fontanazzo è visitabile grazie a un percorso complessivo di circa 4 chilometri (in parte esterno all’area protetta) che inizia lungo la strada che collega la frazione di Selva a Grigno. Segnalato e arricchito da punti di osservazione della fauna e da bacheche illustrative che ne illustrano le peculiarità naturalistiche è in parte anche attrezzato per essere utilizzato da persone con difficoltà motorie.

L’etichetta del pesce è “bugiarda” in tutto il mondo: errori ed inganni spacciano specie ittiche di bassa qualità. In Italia, è il caso del palombo.

Un’analisi del Guardian Seascape di 44 studi recenti su oltre 9.000 campioni di frutti di mare provenienti da ristoranti, pescherie e supermercati in più di 30 Paesi ha rilevato che il 36% dei mitili era etichettato in modo errato, esponendo il consumatore a frodi sui prodotti ittici su vasta scala globale. A riportare la notizia è il quotidiano inglese “The Guardian”, secondo il quale molti degli studi hanno utilizzato tecniche di analisi del Dna relativamente nuove.

Il problema sembra essere diffuso nei ristoranti. Lo studio, che rappresenta il primo tentativo su larga scala di esaminare l’etichettatura errata nei ristoranti europei, ha coinvolto più di 100 scienziati che hanno raccolto segretamente campioni di frutti di mare ordinati da 180 ristoranti in 23 paesi. Il Dna di ogni campione è stato analizzato per identificare la specie e quindi confrontato con i nomi sul menu ed il risultato è stato avvilente: un ristorante su tre vendeva frutti di mare con etichette errate. I più alti tassi di etichettatura errata nei ristoranti, che vanno dal 40% al 50%, sono stati in Spagna, Islanda, Finlandia e Germania. Il “riciclaggio di pesce” è spesso collegato a catture illegali, non dichiarate e non regolamentate (INN) di grandi flotte “lontane”, in cui operano navi battenti bandiera straniera al largo delle coste dell’Africa, dell’Asia e del Sud America.

Per quel che riguarda l’Italia, il caso più eclatante riguarda il palombo: si legge nel report che “dei 130 filetti di palombo acquistati da mercati ittici e pescivendoli italiani, i ricercatori hanno riscontrato un tasso di etichettatura errata del 45%, con specie di squalo più economiche e impopolari che sostituiscono quelle più apprezzate dai consumatori italiani”. Circa il 40% del pesce etichettato “dentice” da pescherie, supermercati e ristoranti in Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Singapore, Australia e Nuova Zelanda era tutt’altro. In Germania, invece, il 48% dei campioni testati che si presentavano in etichetta come capesante reali erano in realtà capesante giapponesi, assai meno ambite.

Fonte: Garantitaly.it

2020, annata eccellente per l’olio Veneto Dop

olive pronte per il frantoio

L’ultima annata olivicola-olearia veneta è stata definita da Daniele Salvagno, presidente del Consorzio di tutela olio Veneto Dop, “la migliore del secolo, assieme a quella del 2018, sia per qualità che per quantità”. Una produzione di altissimo valore, dunque, che segna la rinascita dell’olivicoltura regionale dopo la disastrosa annata del 2019.

La produzione. Nella video intervista fatta con Veneto Agricoltura, Salvagno ha messo in risalto le caratteristiche dell’olio veneto Do prodotto in Valpolicella (Vr), sui Monti Berici (Vi), sui Colli Euganei (Pd) e sulle colline della pedemontana trevigiana e vicentina da oltre 340 produttori per 48 aziende agricole certificate e 55 etichette. Complessivamente quest’anno sono stati prodotti 125.000 litri di Olio Veneto DOP, pari a 250.000 bottiglie commercializzate nel formato da mezzo litro in Italia e in numerosi Paesi stranieri. Il video-clip, online su tutti i canali Social di Veneto Agricoltura, è accompagnato da una sintetica scheda tecnica che inquadra il prodotto e il territorio di produzione.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Agricoltura. Definito l’accordo di rinnovo del contratto provinciale del lavoro nella provincia veronese. Aumenti retributivi dal primo gennaio 2021, da settembre per gli agriturismi .

Siglato lo scorso 25 marzo l’accordo di rinnovo del contratto provinciale del lavoro per gli operai agricoli e florovivaisti di Verona tra le organizzazioni di categoria Coldiretti, Confagricoltura e CIA Verona e i sindacati FAI-CISL, FAI-CGIL e UILA-UIL per il quadriennio 2020-2023. Una trattativa complessa e articolata per l’incertezza della situazione che tutti, aziende e lavoratori nel settore agricolo, stanno vivendo ma con la comune volontà delle parti di trovare un punto di equilibrio con un atteggiamento propositivo per il futuro.

L’aumento retributivo convenuto per i lavoratori è dell’1,7% per tutti i livelli con decorrenza dal primo gennaio 2021, con recupero dei mesi gennaio-marzo nella mensilità di aprile. Tali disposizioni valgono per tutte le aziende agricole ad esclusione di quelle agrituristiche, che sono ancora oggi le più colpite del settore per l’emergenza sanitaria. Per queste, gli aumenti decorreranno dall’1 settembre 2021. L’accordo prevede altresì un adeguamento degli scaglioni per il salario variabile, che viene corrisposto qualora l’azienda agricola, sulla base delle risultanze dei dichiarativi fiscali, abbia avuto un’annata positiva. È stato introdotto anche per gli operai a tempo determinato, se presenti nella stessa azienda da almeno 150 giornate, un permesso retribuito per matrimonio pari a 39 ore lavorative.

Dichiarazioni. “In questo ultimo anno trascorso, a causa dell’emergenza pandemica, non c’è un settore produttivo in ambito agricolo che non sia in sofferenza, con forti conseguenze sulle varie attività”, evidenzia Daniele Salvagno, presidente di Coldiretti Verona che aggiunge: “In questo contesto era necessario rinnovare l’accordo provinciale del lavoro per determinare gli aumenti salariali dei lavoratori con un occhio di riguardo per il settore agrituristico, particolarmente colpito dalle limitazioni imposte dalla legge e tuttora in forte difficoltà”. Aggiunge Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura: “Il rinnovo di questo contratto provinciale tiene conto della crisi innescata e sostenuta dalla pandemia. Infatti, accanto al riconoscimento del particolare danno subito dal settore agrituristico, il contratto non ha previsto aumenti per tutto l’anno 2020. Viene anche introdotto l’utilizzo del welfare. Questo rinnovo contrattuale è comunque il frutto delle buone relazioni sindacali della nostra provincia che trovano espressione concreta nell’attività di Agribi, ente bilaterale per l’agricoltura veronese”. Conclude Andrea Lavagnoli, presidente di Cia – Agricoltori Italiani Verona: “La stipula del contratto ci aiuta ad esercitare un’azione coordinata con tutte le parti firmatarie per una politica dei ristori, modulata in base alle perdite dei diversi comparti”.

Fonte: Comunicato congiunto Coldiretti/Confagricoltura/CIA Verona

Giovedì 1 aprile 2021, ore 18, webinar Argav “Autostrade per l’acqua. Le grandi arterie irrigue del Nord Italia”

Nel calendario delle attività on-line, Argav, in collaborazione con Anbi Veneto, presenta giovedì 1 aprile dalle ore 18 una videoconferenza (webinar)sul tema “Autostrade per l’acqua – le grandi aste irrigue del Nord Italia”, vale a dire i canali Cavour (Piemonte), Villoresi (Lombardia), C.E.R.(Emilia Romagna), L.E.B. (Veneto); a fare da fondamentale cornice sarà il Grande Fiume, cioè il Po. A  pochi giorni dalla Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo), ci srà così modo di conoscere le grandi infrastrutture idriche che, oltre a migliorare la produttività agricola,  rivestono importanti funzioni ambientali (e non solo). 

Programma. Saluti: Francesco Vincenzi, presidente ANBI, Francesco Cazzaro, presidente ANBI Veneto, Moreno Cavazza, presidente Consorzio Lessinio Euganeo Berico. Interventi: Meuccio Berselli, segretario generale Autorità Bacino Distrettuale Fiume Po – Parma, Mario Fossati, direttore Consorzio Coutenza Canali Cavour – Vercelli, Laura Burzilleri, direttrice Consorzio di bonifica Est Ticino Villoresi – Milano, Paolo Mannini, direttore Consorzio Canale Emiliano Romagnolo – Bologna, Matteo Dani, capo settore tecnico Consorzio Lessinio Euganeo Berico – Cologna Veneta (Verona). Coordina Fabrizio Stelluto, presidente Argav.

Il webinar sarà trasmesso in diretta su  www.facebook.com/argav.giornalistiagroalimentariambientali. Chi voglia partecipare sulla piattaforma Teams deve inviare esplicita richiesta all’indirizzo stampargav@gmail.com , indicando il proprio nome, cognome, qualifica/organizzazione e, nel caso sia giornalista, testata giornalistica. 

 

Polesine. Una nuova quercia (di Dante) per San Basilio.

Si narra che il grande Dante Alighieri, perdendosi in quello che era un fitto bosco nel Delta del Po, smarrì la via riuscendo a ritrovarla grazie ad un possente albero: una enorme quercia che, per oltre cinquecento anni, ha fatto da sentinella al Po e che è diventata leggenda. La Grande Rovra, meglio conosciuta come La Quercia di Dante, non ha resistito al passare dei secoli e nella notte tra il 24 e il 25 giugno 2013, dopo un violento temporale, è crollata lasciando un grande vuoto. Ma dalle sue radici è nata una nuova quercia, che è stata piantumata vicino al luogo in cui prosperava la sua maestosa antenata, a San Basilio, nel comune di Ariano nel Polesine (RO).

foto Fondazione Cariparo

Un evento simbolico, che celebra il settimo centenario della morte del Sommo Poeta e che arriva a conclusione della mostra Visioni dell’Inferno, ospitata a Palazzo Roncale (RO), cuore pulsante di un grande progetto culturale: La Quercia di Dante. Infatti, sempre a San Basilio, parallelamente alla piantumazione della nuova quercia, la Fondazione Cariparo offrirà ai visitatori del Centro Visite di San Basilio l’opportunità di conoscere la storia della Quercia di Dante. Ha scelto di farlo donando alcuni materiali realizzati appositamente per la mostra da poco conclusa a Palazzo Roncale. La Fondazione ha infatti acquistato il dipinto di Brigitte Brand, che illustra il legame tra Dante e la Grande Quercia, per donarlo a questo territorio. L’opera, ora esposta a San Basilio, va ad arricchire la sezione del museo riservata alla Quercia di Dante. San Basilio avrà a disposizione anche le immagini della campagna fotografica realizzata dal fotografo Aldo Pavan sui luoghi più spettacolari del Delta e di quel ramo del Po ormai leggendario. Punti di interesse che, a piedi o noleggiando una bicicletta, il turista è invitato a raggiugere.

Fonte: Fondazione Cariparo

Situazione idrica in Italia: mancano 5 miliardi di metri cubi d’acqua rispetto a quanto previsto 50 anni fa

In Italia non dobbiamo compiere il miracolo di trasformare il deserto in una terra florida, bensì dobbiamo utilizzare al meglio i talenti affidatici con un territorio straordinario, che va altresì difeso dalla minaccia dell’aridità”: è in questa, evocativa immagine che Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e della Acque Irrigue (ANBI), indica, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, svoltasi lo scorso 22 marzo, la strategia idrica, che l’Italia dovrebbe seguire.

I “talenti” sono dati da un andamento pluviometrico che, nonostante l’estremizzazione degli eventi atmosferici, vede cadere annualmente sull’Italia 1000 millimetri di pioggia (quasi mm. 2.000 in alcune zone del Friuli Venezia Giulia e della Liguria e solo mm. 300 su aree della Puglia), pari ad un volume complessivo di circa 300 miliardi di metri cubi, oltre la  metà dei quali, però, vengono restituiti in atmosfera attraverso l’evapotraspirazione; si calcola, quindi, che il patrimonio idrico potenzialmente a disposizione sia di circa 110 miliardi di metri cubi, di cui solo 53 miliardi realmente utilizzabili. “Di questa ricchezza riusciamo, però, a trattenere solo  5,8 miliardi, cioè circa l’11%. Il talento, che dobbiamo sviluppare è aumentare tale percentuale” precisa il presidente di ANBI.

Al proposito, ANBI ha indicato fin dal 2017, unitamente all’allora Struttura di Missione #italiasicura, una strategia fatta di 2.000 invasi medio-piccoli da realizzare in 20 anni grazie ad un investimento di circa 2.000 miliardi di euro; contestualmente sono stati  presentati i primi 218 progetti, interessanti 17 regioni (il maggior numero, 73, in Veneto, ma  è la Calabria, la regione ad abbisognare di maggiori investimenti: 527 milioni di euro). A Settembre 2020, nella prospettiva del Recovery Plan, ANBI ha presentato un Piano per l’Efficientamento della Rete Idraulica del Paese, comprendente, innanzitutto, la manutenzione straordinaria di 90 bacini, in buona parte interriti. “La loro capacità – afferma Massimo Gargano, direttore Generale di ANBI – è ridotta del 10,7% a causa della presenza di oltre 72 milioni di metri cubi di sedime, depositati sul fondo: 46 bacini sono al Sud, 36 al Centro, 9 al Nord.” Oltre a ciò, il Piano ANBI prevede  il completamento di 16 bacini (capacità complessiva: mc. 96.015.080; investimento: quasi 452 milioni di euro) e la realizzazione di 23 nuovi invasi (capacità complessiva: mc. 264.493.800; investimento: circa 1 miliardo e 231 milioni di euro).   

“Sono tutti progetti definitivi ed esecutivi, cioè in avanzato iter burocratico e quindi capaci di rispettare il cronoprogramma indicato dall’Unione Europea, garantendo quasi 10.000 posti di lavoro. Per questo – insiste il dg di ANBI– ribadiamo la richiesta di inserimento nel Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza. E’ utile ricordare che, ancora nel 1971(!), la Conferenza Nazionale delle Acque aveva indicato in almeno 17 miliardi di metri cubi, la necessità di invaso  necessaria a soddisfare le esigenze del Paese al 1980(!); oggi, secondo i dati del Comitato Italiano Grandi Dighe, tale capacità ammonta a 13,7 miliardi di metri cubi, di cui però è autorizzato l’uso di solo 11,9 miliardi, un volume ben lontano da quanto previsto  50 anni fa!  Risulta evidente, secondo l’ANBI,  l’urgente necessità di incrementare sensibilmente le capacità di invaso per sopperire alle esigenze idriche in un quadro condizionato dalla crisi climatica, dove ormai piove in maniera sempre più “tropicale” ( grandi volumi in autunno-inverno, poco in primavera-estate) con ripetuti fenomeni alluvionali in tutte le regioni (negli anni recenti, lo Stato spende mediamente 3 miliardi e mezzo all’anno per riparare i danni) e stagioni siccitose anche in aree, dove nel passato tali fenomeni erano molto rari (la situazione è già oggi critica in Sicilia e condizioni di sofferenza idrica si stanno ripetendo sulla fascia adriatica dell’Appennino). 

Ad innervare  d’acqua il territorio italiano è una rete di circa 200.000 chilometri di corsi d’acqua (circa 5 volte la circonferenza della  Terra), bisognosa di manutenzione straordinaria di fronte all’estremizzazione degli eventi atmosferici. I Consorzi di bonifica ed irrigazione hanno pronti 729 progetti cantierabili (ricompresi nel Piano ANBI per l’Efficientamento della Rete Idraulica del Paese: 241 al Nord, 266 al Centro, 222 al Sud), capaci di garantire quasi 12.000 posti di lavoro con un investimento di circa 2 miliardi e 365 milioni di euro. “Nella Giornata Mondiale dell’Acqua  – conclude Gargano – è stato opportuno segnalare con forza che la fondamentale funzione del reticolo idraulico minore, rischia ora di essere pregiudicata dall’applicazione meccanica dei parametri comunitari del  Deflusso Ecologico, evoluzione del Minimo Deflusso Vitale, già in essere nel nostro Paese. L’obbiettivo di garantire le condizioni di vivibilità dei corsi d’acqua è prioritario ma, come sempre, deve essere declinato in base alle realtà locali. E’ evidente che le fluenze dei grandi fiumi continentali sono assai diverse da quelle dei corsi d’acqua italiani, dove anche il Po è ormai caratterizzato da un andamento torrentizio con forti escursioni di portata.”

“I corpi idrici vanno rispettati, ma il pericolo di un’interpretazione rigida dei parametri – comunica preoccupato Vincenzi – è di non avere più a disposizione  l’acqua sufficiente a garantire un territorio riconosciuto nel mondo e di cui sono parte integrante i fontanili, le marcite, i prati stabili, la policromia dei panorami; l’uso delle risorse idriche è determinante anche per mantenere l’equilibrio ambientale. E’ una battaglia, che stiamo conducendo attraverso Irrigants d’Europe e sulla quale, proprio in questa giornata, chiediamo l’impegno dell’intero Paese.”

Fonte: Servizio stampa Anbi

Trento, gelate sui frutteti, presto per la conta dei danni

Le gelate, ben evidenziate dagli “allert” diramati dai tecnici della Fondazione Edmund Mach, che proseguono per le prossime nottate, purtroppo potrebbero avere causato qualche lieve danno. In particolare, per le colture sensibili, come ciliegio e meleti precoci, e per alcune circoscritte aree della provincia trentina. “In un momento, fortunatamente ancora non particolarmente delicato per le colture che sono in una fase vegetativa ancora quasi “dormiente” – spiega Marica Sartori, direttore di Co.Di.Pr.A. – si sono verificate alcune gelate che potrebbero avere causato, in alcuni particolari e circoscritti areali e per le varietà precoci, danni limitati alle produzioni. Danni che stiamo accertando e monitorando, ma comunque, per una vera eventuale stima dell’impatto di questi eventi meteo avversi, dovremmo attendere lo sviluppo del prodotto. In questo contesto possiamo però sottolineare che una percentuale di queste colture sono dotate di impianti per la difesa attiva, i cosiddetti antibrina e in alcuni casi soluzioni quali i ceri riscaldanti, e, inoltre, sono coperte dall’assicurazione“.Franchigia. Fr

Franchigia. “Nel 2021 – continua Sartori – gli agricoltori nostri associati sono stati particolarmente attenti, infatti, ad oggi produzioni per oltre 360 milioni di euro sono coperte con l’assicurazione e di queste quasi 5 milioni sono ciliegie. Risultato importante, raggiunto anche grazie ad un inizio della campagna assicurativa record e con condizioni particolarmente vantaggiose, infatti le prime assunzioni sono avvenute il 26 febbraio, proprio per i ceraseti, notoriamente molto sensibili al gelo anche nelle fasi precoci. Anche quest’anno, caso unico Italia, le condizioni contrattuali della Polizza Collettiva 2021 di Co.Di.Pr.A. prevedono franchigia 30 a scalare anche per quanto riguarda i danni da avversità catastrofali”

Difesa attiva e passiva 4.0. “Numeri che sottolineano – evidenzia Giorgio Gaiardelli, presidente di Co.Di.Pr.A. – come noi agricoltori siamo sempre più attenti agli strumenti di gestione del rischio e focalizzati sull’innovazione. Come Consorzio – continua il presidente – siamo alla continua ricerca di innovazione e sostenibilità, esempio ne è il progetto europeo per l’innovazione C&A 4.0 che sta sperimentando soluzioni innovative per la difesa attiva e passiva, cercando di trovare il giusto equilibrio nelle strategie di mitigazione dei rischi. È necessario favorire una razionalizzazione delle soluzioni di gestione del rischio e, conseguentemente, un efficientamento della spesa pubblica. L’obiettivo del progetto è quello di effettuare un monitoraggio e la mappatura del territorio agricolo trentino, da un punto di vista agronomico-climatico, per quantificarne la sensibilità al rischio gelo e le specificità orografiche e geopedologiche, al fine di identificare e il sistema di difesa attiva più idoneo per le diverse aree e colture e conoscere le caratteristiche specifiche per migliorare le soluzioni di difesa passiva.” conclude Gaiardelli. “Siamo costantemente al lavoro – spiega Sartori – per portare ulteriori sviluppi alla sperimentazione sfruttando le potenzialità delle tecnologie, in particolare ad esempio in un progetto sperimentale per il prodotto “prato pascolo” utilizzando rilievi satellitari, implementando tecnologie di machine learning e intelligenza artificiale, sempre con l’obiettivo principe di valorizzare e tutelare il lavoro dei nostri associati e nell’ottica di perseguire una agricoltura sostenibile e resiliente, che è uno degli obiettivi della Politica Comunitaria”.

Fonte: Servizio stampa Co.Di.Pr.A.